Gruppo: Eliminator
Titolo:  The One They Were Waiting For
Anno: 2010
Provenienza:  U.S.A.
Etichetta: Obskure Sombre Records
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TRACKLIST
  1. Atish
  2. Calm Before The Storm
  3. Me And The Devil Blues
  4. The Man In The Picture... To Become What One Is
  5. Answers Left Behind
  6. Honey Sacrifice
  7. He Who Laughs Best Today...
  8. Goodness Is Dead... Enter The Black Hole, Fucker!
  9. R.I.P.
DURATA: 01:04:30
 

Ho incrociato gli statunitensi Eliminator col debutto "Breaking The Wheel", l'avevo ascoltato al tempo dell'uscita e ho da poco avuto il piacere di scriverci su, mentre adesso mi gira fra le mani l'ultimo, e terzo capitolo in ordine di tempo, "The One They Were Waiting For" — non conosco il lavoro di mezzo "And The Brokenhearted Balladeers" — e mi ritrovo una band non stravolta, ma alquanto diversa.

Non so quanto questo album verrà apprezzato perché metto le mani avanti sin da subito, non è solo thrash metal zozzo e spaccaossa quello che troverete al suo interno, se penso però che l'attesa fremente del metallaro medio è rivolta a due dischi quali "Th1rt3en", che ancora deve uscire e sa già di minestra e riscaldata, e la collaborazione fra Lou Reed e i Metallica che ha partorito un "Lulù" dalla cover più orrida che mai  — sulla musica non mi pronuncio, sarò un folle ma proverò a impegnarmi ascoltandolo con la dovuta calma —, beh ciò mi rende alquanto triste.

Sì perché so già che le critiche che si porranno a questo "The One They Were Waiting For" saranno legate al rifacimento del classico blues, "Me And The Devil Blues" storico brano di Robert Johnson del 1936 ripreso splendidamente anche da Eric Clapton e fortunatamente ben eseguito e personalizzato dall'ormai duo composto da Warchild e Samus Paulicelli, verranno indirizzate contro i brevi intermezzi "Calm Before The Storm", "Answers Left Behind" e "He Who Laughs Best Today...", semplici riempitivi, ma che in fin dei conti son talmente veloci che scorrono via senza far danni, evitabili di sicuro, però neanche così dannosi per l'economia di un disco che quando c'è da tirare in velocità aumentando di botto i giri al motore e immettere flussi di adrenalina a go go non si tira di certo indietro.

Prendete "Atish", diciotto minuti di thrash primordiale che non si arrestano mai, il blastato di Samus è spesso e volentieri a manetta, le uniche fasi in cui c'è una parvenza di relax, se tale lo vogliamo considerare, sono le aperture nelle quali Warchild innesta gli assoli. L'inganno è ciò che riserva "The Man In The Picture... To Become What One Is" quasi cinque minuti quieti, rilassati che confortano con un costante adoperarsi di chitarra pulita, acustica e suoni limpidi per poi accelerare imperiosamente nel finale, una sfuriata di stampo death/black improvvisa e l'impostazione vocale di Warchild è strana, sembra tenti d'infondere atmosfera, l'operazione non è completamente riuscita, si può pensare a un episodio spiazzante tanto quanto "Honey Sacrifice" che in quasi venti minuti cambia muta manco fosse un serpente con una fortissima crisi d'identità.

C'è da dire che i ragazzi dimostrano d'avere una mentalità decisamente aperta, piace loro inserire più generi senza per questo però poter affibbiare l'etichetta catchy e commerciale alla musica prodotta, questo pezzo n'è la dimostrazione: inizia come fosse un country/blues metallizzato per poi spostarsi in direzione più classicamente thrash/black. Il problema è che nel suo continuo cambiare atmosfera e movenza, pur rimanendo in più di un'occasione interessante e trovando anche degli spunti davvero intriganti, vedasi il piano che non si sa da dove sbuchi intorno al minuto dieci e che sa tanto di Arcturus e la successiva incursione blues, tende troppo a frammentarsi e alcuni fraseggi per tale motivo risultano slegati.

Tutto il contrario di ciò che avviene nel monolite massiccio e dirompente che ha per titolo "Goodness Is Dead... Enter The Black Hole, Fucker!" nel quale gli Eliminator le tirano giù talmente forte da scatenare volenti o nolenti un headbanging devastante con tanto di Samus divertito che si lascia andare pure in assolo, zero moine, solo schiaffoni in pieno viso. Fra alti, bassi, perché e ma come, si è giunti alla fine di "The One They Were Waiting For" con "R.I.P." che azzera le malsane pulsioni e lascia vibrare le note tramite strumenti pizzicati, violino e violoncello.

È un album spericolato, magari gli ultraconservatori non apprezzeranno le continue divagazioni in territori non metal o comunque estranei al thrash più duro, riesce però a dire la sua dalla prima all'ultima canzone e questo non è da sottovalutare, scordatevi dunque in parte gli Eliminator di "Breaking The Wheel", come si suol dire altro giro, altra corsa.