Informazioni
Gruppo: Until Extinction
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/untilextinction
Autore: Mourning

Tracklist
1. Solitude
2. Putrefaction
3. Chapter And Hearse
4. Our Sanctum Defiled
5. The Whore Of Babylon
6. Lament
7. Pluvianus Devoured
8. Shipwreck In A Bottle
9. Epilogue
10. [untitled]

DURATA: 44:09

UNTIL EXTINCTION - The Lament La scena MDM è sempre più affollata, non passi giorno che all'orecchio non arrivi una nuova band che prova a percorrere strade già note o che tenta di sfondare portoni dediti all'innovazione, massacrando quel poco di buono che aveva fatto in antecedenza attenendosi almeno con decenza allo stile madre.
Non è neanche vero che uno debba per forza inventarsi chissà ché, se penso che c'è gente che riesce a definire ascoltabile i Sonic Syndicate questo mi crea un'angoscia spaventosa, lo stile in sé, sottovalutato e ritenuto da molti lo sputtanamento del death, se poi vede il formarsi band così squallide sembra avvalorare tale causa.
Gli Untile Extinction, sestetto di Saint Louis, pur combinando la vecchia scuola dei Dark Tranquillity a un lato sinfo con l'aggiunta di un tocco estremamente catchy legato alla voce femminile Jen Fritz, che dolce apparirà a far la sua degna comparsata nelle tracce, e alla vena gotica presente più volte, non fanno parte degli innovatori ma bensì di quel filone che pur non innestando nulla di nuovo è riuscito a dar vita a un buon lavoro sfruttando al meglio le influenze del proprio background musicale.
"Lament", album di debutto dei ragazzi, offre degli spunti validi e sostanzialmente ben composti, sin dalle battute iniziali dell'intro "Solitude" si percepisce che l'atmosfera è una componente fondamentale della musica, un breve assaggio basato su synth eterei e note di piano ci proietterà all'opener reale del disco "Putrefaction".
La canzone fa intravedere come lo spirito del Gothenburg sound sia una costante a cui rifarsi, certi fraseggi riportano alla mente il periodo di "The Gallery", il frammentarle con inserti di stampo gothic è di venature derivanti d'altro genere fu una delle varianti portate in voga da Edge Of Sanity e proprio da Stanne e soci che ne divennero successivamente gli evoluzionisti per eccellenza sino alla forma ottimale ottenuta con "Damage Done".
Non per questo però gli Until Extinction si rifiutano di picchiare con efficacia quando serve né di scendere a un compromesso accentuatamente elementare da assimilare al momento opportuno, è quindi possibile incrociare scorrendo la tracklist pezzi dal piglio solido e volitivo come "Chapter And Hearse" che offre adito all'esistenza d'aperture sinfoniche, una "Our Sanctum Defiled" che si tiene a breve distanza dal confine black date le scorribande che ogni tanto si concede nel filone melodico del genere e "Whore Of Babylon" che se non fosse per le parti in voce graffiata di John potrebbe caratterizzarsi appieno come una creazione dei Crematory (tedeschi) nell'ambito delle più rilassate.
E' un platter che riesce a coniugare sempre e comunque almeno due stili facendoli convivere in maniera da dare come risultato un qualcosa opinabile come gusto personale ma che in linea di massima è positivo, è sicuro che i conservatori storcerebbero il naso (ad esser fini) già con l'inserimento di troppe tastiere o della voce femminile, daltro canto la proposta che gli Until Extinction si sono cuciti addosso permette di non fossilizzarsi ma di usare le linee guida dei generi per farli coesistere, è così che dopo l'episodio strumentale che da nome al lavoro, dove fuoriesce anche la parte acustica della band, si arriva all'ascolto di "Pluvianus Devoured" e "Shipwreck In A Bottle" che confermano quanto in precedenza aveva colpito.
La miscela è collaudata, aggressività e malinconia vengono a contatto, le voci si alternano come l'incedere che assecondando quale delle due prenda scena (clean o growl) ne assume le sembianze tendendo però a essere un po' imperfetto nelle fasi allentate, cosa che si noterà nella seconda citata.
Viene dato ampio spazio a Jen in "Epilogue", non più semplice inframezzo ma l'interpretazione è stavolta estesa, il brano non si distacca dal mood emotivo da quello che hanno proposto in antecedenza né si affievolisce più di tanto date le prorompenti entrate di John, il chorus è di quelli che si ricordano con facilità e lascia il segno, chiude l'ultima "[Untitled]" con note di piano e sottofondo noisy.
La resa del suono in generale è buona, pur essendo un'autoproduzione come avviene di frequente negli ultimi anni la media qualitativa è cresciuta e non ci sono difetti definibili gambizzanti per un album come "Lament".
Se avete quindi una visione libera e molto aperta del mondo metal dare una possibilità a "Lament" è un'oppurtunità per godersi un buon disco che possiede i numeri per attrarre più fasce di ascoltatori, se appartenete a chi crede in certe tipologie di sound ben precise, evitatelo ne rimarreste delusi.