Gruppo: Wo Fat
Titolo:  The Black Code
Anno: 2012
Provenienza:  U.S.A.
Etichetta: Small Stone Recordings
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TRACKLIST
  1. Lost Highway
  2. The Black Code
  3. Hurt At Gone
  4. The Shard Of Leng
  5. Sleep Of The Black Lotus
DURATA: 46:13
 

Per il sottoscritto i Wo Fat sono una delle band alle quali affidare il proprio udito con la certezza acquisita nel tempo di non rimanerne mai, e dico mai, deluso. La band texana proveniente da Dallas aveva sinora rilasciato tre album ("The Gathering Dark", "Psychedelonaut e "Noche Del Chupacabra") che da amante dello stoner bluesy e psichedelico mi avevano fatto piangere lacrime di gioia, gli ultimi due peraltro ho avuto modo di presentarli a voi, nostri lettori, proprio in questa sede.

I Nostri rientrano in gioco nel 2012, a un solo anno di distanza dal terzo capitolo con l'uscita numero quattro intitolata "The Black Code" e se l'introduzione vi è sembrata dai toni entusiastici, il resto della recensione, ve lo preannuncio sin da ora, non muterà la sua natura. Il trio composto da Ken Stump (chitarra e voce), Tim Wilson (basso) e Michael Walter (batteria) non sbaglia un colpo e quindi anche stavolta l'album è un fottutissimo spettacolo del quale non si può fare proprio a meno.

Una cosa la possiamo notare sin da subito, soprattutto chi segue i musicisti in questione da tempo probabilmente se ne sarà già accorto, il numero delle tracce contenute nei loro lavori è drasticamente diminuito. Dal debutto che ne conteneva ben dodici, siamo passati alle cinque racchiuse sia in "Noche Del Chupacabra" che in quest'ultimo.

La qualità e il modo di convivere della strumentazione con la composizione sono invece lievitate di valore col passare del tempo, si è passati infatti dalla produzione dei buonissimi lavori d'apertura a ottimi esempi di una maturazione completa che ha permesso di guadagnare il favore di moltissimi ascoltatori e la consapevolezza di essere fra le band più in forma e costanti nei risultati nel genere.

"The Black Code" è un pizzico meno psichedelico rispetto al suo diretto predecessore, l'operato robusto ma affascinante come sempre di Kent alla chitarra apre le danze nella dirompente "Lost Highway", il flavor rock di stampo southern è lì pronto ad accoglierci a braccia aperte e non lascia proprio dubbi, non è un caso si dica che "chi ben inizia è a metà dell'opera".

Cosa fanno di diverso rispetto al solito? Nulla, è questo che fa impazzire, i Wo Fat non hanno bisogno di andare fuori da nessuno degli schemi compositivi a loro cari, la proposta è fantastica in quanto la coesione fra i tre musicisti ha raggiunto dei livelli assolutamente esplosivi e un pezzo come la trascinante "The Black Code", dieci minuti di musica che si estende mostrando anche il proprio spirito libero, con momenti da "jam-session" che "t'infangano" positivamente inchiodandoti all'ascolto, ti mette a tuo agio sviscerando le varie sfaccettature di un sound che diviene blues in maniera ammorbante e ammaliante in "Hurt At Gone", che per alcuni punti di contatto si potrebbe accostare a "Phantasmagoria" contenuta in "Noche Del Chupacabra".

I bollori dell'alcol e la voglia di valicare i confini tramite viaggi assuefatti di psichedelia cominciano a essere pressanti, verremo soddisfatti anche per ciò che riguarda quell'aspetto? Che cavolo me lo domando a fare, ovvio che sì.

La coda di "The Black Code" ci regala dosi di "marmellata" pura, gustosa, inebriante e quel trip che pian piano si stava delineando assume consistenza dapprima in "The Shard Of Leng", brano che ha un vissuto duale, la metà d'apertura è "totally free" e sin qui conoscendo la vena da "godiamoci quel che vien fuori sul momento" dei ragazzi di Dallas, nulla di nuovo, dopo il sesto minuto però la canzone prende una piega più composta, ma non per questo meno convincente, diciamo che rappresenta l'equilibrio perfetto fra un elevato drogaggio psichedelico e la lucidità dello stoner "d'acchiappo"; mentre l'ultima "Sleep Of The Black Lotus" è un compendio della bravura dei Wo Fat, il pezzo coniuga in sé l'intero universo stilistico della formazione e conduce a una fine che tale non è, il tasto "repeat" è infatti pronto a essere premuto, soluzione che diventa obbligatoria una volta che l'ultima nota ha detto la sua, non posso e non voglio finisca adesso.

La produzione a cura dello stesso Kent e svoltasi ai Crystal Clear Sound siti nella loro città natale e il mastering affidato a Chris Gooseman presso i Baseline Audio Labs di Ann Arbor in Michigan sono dettagli importanti in sede di rifinitura di un "The Black Code" che per l'ennesima volta ci consegna una realtà in gran spolvero e pronta a incantare le folle in sede live. Cosa state aspettando? Comprate quest'album e sparatevelo a tutto volume, non c'è altro da dire, qui c'è solo tanto, veramente tanto da ascoltare. MUST HAVE IT!