Gruppo: Minerva
Titolo:  Germinal
Anno: 2013
Provenienza:   Germania
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: Facebook
 
TRACKLIST
  1. A Child Was Born In Spring
  2. Before I Lost My Fight And Sight
  3. Der Glaeserne Kaefig
  4. All I've Done
  5. Hastily
  6. Schicht Im Schacht
DURATA: 46:37
 

I tedeschi Minerva arrivarono su Aristocrazia per una causale scoperta del sottoscritto che, imbattutosi nella loro pagina Bandcamp, ascoltò e successivamente recensì il primo lavoro "Stories Of A Journeyman". Il quartetto di Potsdam aveva a quel tempo dimostrato di essere già in grado di far convivere le numerose influenze, legate sia agli anni Settanta che a sonorità più odierne, dando vita a un disco particolarmente emotivo, capace di sprigionare una forte connessione raffigurativa con ambientazioni di stampo bucolico. Questi aspetti sono stati ripresi in quello che è il loro secondo capitolo discografico, intitolato "Germinal".

Il titolo dell'opera è verosimilmente collegato a una forma di evoluzione in corso: non a caso il romanzo omonimo di Émile Zola usa il termine "Germinal" per indicare il mese che dà inizio alla primavera e alla corrispondente rivoluzione naturale, associandolo poi allo sbocciare delle rivolte operaie. Questa pare essere una pura dichiarazione d'intento, con la quale si viene avvertiti del lieve cambio di rotta apportato in termini di approccio stilistico dalla compagine teutonica.

La band propone ancora un sound rock-blues, ma sono stati notevolmente ampliati gli spazi affidati alle escursioni in campo progressivo e psichedelico nelle tracce di durata più estesa. Non rinuncia però a quel tocco folcloristico, che aggiunge un incantevole strato di dolcezza e trasporto alla proposta: fattore che viene egregiamente esposto in "Der Glaeserne Kaefig".

I Minerva faranno la felicità dei rocker più sfegatati, quelli alla costante ricerca di nuove formazioni che siano in grado di far rivivere le sensazioni offerte dai grandi nomi del passato (senza risultarne dei miseri cloni): con "Germinal" il gruppo è in grado di raggiungere tale obiettivo, grazie all'ottimo connubio di delicatezza, brio e grinta, alle pregevoli rifiniture elaborate dal sassofono di Benny, dall'organo e dal Rhodes (inseriti dall'ospite Johannes Walenta in "All I've Done" e "Hastily") che arricchiscono i brani e alla prestazione solistica del cantante e chitarrista Jan Waterstradt. Questi elementi rafforzano una prova che nel complesso si è rivelata matura e ben orchestrata.

In effetti, data la qualità del materiale sfornato in questi due anni, non è strano chiedersi quale sia il motivo per cui questi musicisti siano dovuti nuovamente ricorrere all'autoproduzione: davvero non c'è un'etichetta decisa a scommettere sulla loro musica? Farseli scappare sarebbe un peccato.