Gruppo: Human Cull
Titolo:  Stillborn Nation
Anno: 2014
Provenienza:   Inghilterra
Etichetta: WOOAAARGH
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TRACKLIST
  1. Teeth For Revenge
  2. The Sentence Is Death
  3. Jackals
  4. Bomb Gripper
  5. Global Furnace
  6. Stillborn Nation
  7. Unwelcome Methods
  8. Death Rituals
  9. Superstitious Disease
  10. Barely Hominid
  11. Sick With Fate
  12. Entombed By Progress
  13. The Point Of No Return
  14. Grey Planet
  15. Chemical Lobotomy
  16. Obliterated
  17. Free To Suffer
  18. Apathy Advocate
  19. You Can't Disappear
  20. Anger Inferno
  21. Unwilling Martyrs
  22. Only Ashes
  23. Echoing Silence
DURATA: 23:31
 

Se provate l'irresistibile curiosità di scoprire come ci si sente dopo essersi immersi in un gigantesco tritacarne, non mancate la recente uscita degli inglesi Human Cull. Prodotto dalla teutonica WOOAAARGH, il disco raccoglie ventitré tracce di fulminea violenza musicale e si segnala come una delle uscite più interessanti di quest'anno in ambito grind.

Il terzetto arriva con "Stillborn Nation" al suo primo album, dopo una nutrita sequenza di EP e split, e realizza un lavoro che lascia fin da subito il segno per l'approccio istintivo e anarchico, per la violenza senza compromessi e la totale assenza di fronzoli inutili. Senza mai perdere di vista l'insegnamento fondamentale regalato al mondo dai loro connazionali Napalm Death, gli Human Cull riescono nell'arduo intento di creare un disco personale, in cui dispensano mazzate senza soluzione di continuità. Ventitré tracce per meno di venticinque minuti, con una media di meno di un minuto a pezzo se si considera l'eccezione costituita dai cinque minuti di "Echoing Silence", il riflessivo brano conclusivo.

Il resto è come da copione: bordate crust e grindcore che — unitamente alle forti venature hardcore (d'altra parte da una band inglese non ci si poteva aspettare nulla di diverso), a una produzione a dir poco lercia e a una considerevole competenza strumentale (il batterista picchia per davvero) — travolgono letteralmente l'ascoltatore, accompagnate da testi carichi di rabbia e risentimento verso la proverbiale società. E qui sì che ci sta un "ovviamente", ma d'altra parte mi è difficile pensare a un disco grind che parli del mondo delle fate.

Un album consigliato agli appassionati. Bisogna dar merito a una formazione che è stata in grado di donare al suo disco una sensazione di assoluta omogeneità, ma al tempo stesso non di ripetitività, prerogativa assai rara in produzioni di questo tipo.