Gruppo: Dalkhu
Titolo: Descend... Into Nothingness
Anno: 2015
Provenienza: Slovenia
Etichetta: Satanath Records
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TRACKLIST
  1. Pitch Black Cave
  2. The Fireborn
  3. In The Woods
  4. Distant Cry
  5. Accepting The Buried Signs
  6. Soulkeepers
  7. E.N.N.F.
DURATA: 43:48
 

Confesso che a un primo ascolto i Dalkhu non mi avevano convinto affatto. In realtà, superato l'impatto iniziale, "Descend... Into Nothingness" si rivela semplicemente un disco con un inusuale quantitativo di carne al fuoco. Se doveste esservi per qualche ragione imbattuti nell'esordio "Imperator" (2010, autoprodotto), rimarrete spiazzati: i Dalkhu sono un'altra band. Il motore creativo del progetto, Jure "Sorg" G., rimasto orfano dei compagni d'arme, si è procurato i servigi del cantante P.Ž. e del turnista Spawn Of The Void alla batteria (che nessuno mi toglierà mai il dubbio essere una drum machine, comunque) e ha portato una bella ventata di novità alla formazione.

Niente più black metal asciutto e monocromo, ma un ibrido death-black — oggi più death che black — dalle innumerevoli variazioni, svolte e deviazioni; tutto è profondamente diverso e decisamente più personale che in passato. La voce di P.Ž. è un boato gutturale che potrebbe essere uscito da un disco death d'oltreoceano (o dal cassetto della scrivania di Satana in persona). Le chitarre sono spesse così e cattive all'inverosimile, tuttavia si lasciano spesso andare a cambi di tempo e di strutture, salvo poi inanellare un paio di riff granitici e picchiare durissimo. E poi sbucano gli assoli ("E.N.N.F."), gli arpeggi ("In The Woods"), di nuovo i riff. Ora black metal, ora death metal. Ora up-tempo, ora mid-tempo. Ora dritti come fusi, ora arzigogolati e con urgenze progressive.

Dovessi fare una lista delle cose che si annidano più o meno in profondità in "Descend... Into Nothingness", potrei stilare un elenco pressoché infinito: sicuramente la scuola svedese (dai Watain ai Dark Tranquillity anni '90), ma anche quella americana (Incantation), senza dimenticare un po' di Europa dell'est nei suoni ben prodotti e forse un pelo troppo moderni (Behemoth). Insomma, un gran casino, che in principio mi ha lasciato stordito, ma che pian piano si è svolto e cui sono riuscito a dare un senso. E ne è risultato un disco con qualcosa da dire, nell'assoluta vastità di riferimenti e influenze che J.G. conta nel proprio bagaglio.

L'illustrazione di copertina, a opera del sempre più (giustamente e meritatamente) affermato Paolo Girardi, dà un'idea verosimile di cosa si trovi all'interno dell'album: un paesaggio sull'orlo del Caos, un Maelstrom cosmico che da un momento all'altro può inghiottire qualsiasi cosa. Da provare.