Gruppo: No Man Eyes
Titolo: Cosmogony
Anno: 2016
Provenienza: Italia
Etichetta: Diamonds Prod.
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TRACKLIST
  1. Lord
  2. Dreamsland
  3. Huracàn
  4. Bound To Doom
  5. Spiders
  6. Blossoms Of Creation
  7. All The Fears
  8. How Come My Faith Has Gone
  9. The Death You Need
  10. Cosmogony
  11. Children Of War
DURATA: 42:06
 

Prendete l'heavy metal, aggiungeteci una spruzzatina di thrash, una buona dose di death melodico e progressive metal quanto basta: et voilà, ecco pronto per voi "Cosmogony", il secondo lavoro dei genovesi No Man Eyes. Da consumarsi a piacere durante qualsiasi momento della giornata.

Excursus culinario a parte, la band è in attività ormai da cinque anni e in questo disco esplora, oltre a una vasta e variegata gamma di suoni, tematiche connesse alla fantascienza, alla spiritualità e al nichilismo. Già dall'intro "Lord" si evincono problematiche riguardanti l'uomo in cerca di risposte sulla «vita, l'universo e tutto quanto» [cit.], concentrandosi in modo particolare sul proprio ruolo nel mondo. I suoni melodici e lenti dell'intro sfumano e lasciano il posto alle strutture decisamente più movimentate di "Dreamsland", in cui i sopracitati death melodico e progressive si fondono in un tutt'uno che funziona piuttosto bene. La voce del cantante Fabio Carmotti è pulita e aggressiva nei punti giusti, anche se talvolta tende a stringersi nei toni più acuti. Di per sé il pezzo è molto incisivo e offre una buona presentazione generale, nonché anticipazione di quello che verrà in seguito. Un frase in particolare ha colpito la mia attenzione:

«We're machines made of flesh and bones
Destined to failure despite our vivid dreams
Yet we still strive for a hope that negates our nature
And takes the terror away».

L'uomo sarà pure una debole creatura, ma neanche il destino riesce ad annichilire totalmente la sua volontà. Non sempre, almeno. Di "Huracàn" mi piace davvero molto la linea vocale scelta nel ritornello; in generale il brano è molto poco ripetitivo, ma comunque facile da seguire e da tenere a mente, anche dopo un solo ascolto. Il pezzo successivo ha il doom nel titolo e un tripudio di piatti e pentolame: siamo arrivati a "Bound To Doom": qui la prova vocale di Fabio è di livello decisamente più alto, mentre dal punto di vista strumentale tutti i musicisti fanno un ottimo lavoro e resto impressionata soprattutto dalla chitarra di Andrew Spane; ritorna il tema dell'inevitabilità del fato contro il quale nulla possiamo, insieme a un solo di tastiera che arriva inaspettato e gradito. Con "Spiders" ci immergiamo nella nostalgia di un uomo ormai vecchio che ha perso la sanità mentale, la propria famiglia e tutti i motivi per andare avanti, ritrovandosi a vagare nell'oscurità più totale; musicalmente impossibile non notare il contrasto tra la melodia delle strofe e l'aggressività dei ritornelli. Notevole, di nuovo, il solo di Andrew.

Le prime note di "Blossoms Of Creation", così come il bridge che precede la fine del brano, sono un colpo al cuore, perché mi ricordano i Nevermore di "Dreaming Neon Black"; il resto del brano, tuttavia, si evolve in un modo piuttosto differente da quello che mi aspettavo. Le chitarre sono dure, i riff pesanti, gli stacchi di batteria improvvisi e rapidi. Qui la voce tende a essere, in generale, più sporca rispetto alle altre canzoni. "All The Fears" lascia trapelare un barlume di speranza, la possibilità di salvezza e di redenzione, tutte idee racchiuse in questo involucro di melo-death progressivo che ormai ci suona familiare. Noto che, almeno fino a questo punto, la parte vocale non ha fatto che evolversi e offrire prestazioni sempre più precise e perfezionate.

Il titolo della traccia numero otto è una domanda di carattere esistenziale, ovvero "How Come My Faith Has Gone", e la potenziale risposta la troviamo nello sviluppo del brano stesso: «taken apart by the sight of this world». Il mondo in cui viviamo è spesso deludente e non c'è da stupirsi che tutto ciò in cui crediamo possa vacillare di tanto in tanto. Nonostante la distorsione delle chitarre, non riesco a non percepire una certa malinconia di fondo, bruscamente interrotta dalla violenza della successiva "The Death You Need", in cui tutti i musicisti sembrano aver premuto il piede sull'acceleratore.

Provo di nuovo la sensazione che i compianti Nevermore e il loro chitarrista dei bei tempi andati, Jeff Loomis, possano far parte della schiera di influenze della band, ascoltando "Cosmogony", traccia interamente strumentale in cui la chitarra suona un lungo, eterogeneo assolo, seguita a ruota anche dal basso di Alessandro Asborno e dalle pelli di Michele Pintus. Che alle spalle della formazione di Andrew Spano potessero esserci maestri come — tra gli altri — Tony Macalpine e Jason Becker credo si percepisse già dal primo brano, tuttavia meglio tardi che mai.

Con "Children Of War" direi proprio che i No Man Eyes abbiano deciso di lasciare la parte migliore per ultima: tre minuti e mezzo di velocità, cambi di groove, ritmiche inaspettate, scale perfino un po' orientali. Dal punto di vista tematico, invece, siamo davanti alla vittoria dell'ottimismo: «there is always a way», si legge sul libretto.

Ora che sono arrivata alla fine di "Cosmogony", posso dire che le influenze sono molte di più di quelle che mi aspettavo: c'è anche del power e del symphonic, specialmente nell'ultima traccia le lezioni dei Symphony X traspaiono in modo evidente. Una commistione di generi niente male, molti dei quali di norma ascolto poco perché tendo a non preferirli, ma che in questo secondo lavoro dei No Man Eyes si uniscono e collaborano in maniera efficace e soddisfacente. Un disco da riascoltare.