Gruppo: Obitus
Titolo: Slaves Of The Vast Machine
Anno: 2017
Provenienza: Svezia
Etichetta: Hypnotic Dirge Records / Black Plague Records
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TRACKLIST
  1. Slaves Of The Vast Machine
DURATA:

45:41

 

Sfide che arrivano, sfide che si accettano. Dopo aver passato notti insonni per raccontarvi di "Beyond" degli svizzeri Arkhaeon, ecco che mi ritrovo a fronteggiare un'altra uscita monotraccia. Il lavoro in questione è opera della realtà black metal svedese Obitus, duo composto da Anders Ahlbäck (strumentazione) e Johan Huldtgren (voce), ai quali per l'occasione viene in soccorso Fredrik Huldtgren (sezioni vocali death), e ha per titolo "Slaves Of The Vast Machine".

«If you want a picture of the future, imagine a boot stamping on a human face — forever.»

«No questions / No answers / Is this what your life's become? / Was your life always this cheap? / There is the line / This is where it ends.»

«if life matters, life is worth losing for there be life if has to be worth living / I choose Death

Vi starete chiedendo perché mi sia affidato sin dai primi istanti a tali citazioni estratte dai testi per addentrarmi nell'album e la risposta è semplice: perché sono in grado di rappresentarne l'essenza distopica, totalitarista, deviata, malsana sino al midollo e inesorabilmente decadente.

La prestazione degli Obitus si snoda in maniera spietata, perversa e lacerante all'interno di un singolo atto della durata di quarantacinque minuti, in cui non è contemplata la cessazione delle ostilità. L'ambientazione è monocromatica e fedele al nero, alimentata da dissonanze e tremolo picking assassini, col supporto della astiosa batteria programmata in maniera serrata e con un cantato (di matrice black metal, con l'ausilio di tinte death) che accresce ancora di più la violenza. Il risultato ottenuto da questa devastazione non prevede una successiva forma di futuro, speranza o luce, tanto che l'annientamento umano (chi è causa del suo mal pianga se stesso...) pare essere l'unica soluzione accettabile quanto inevitabile.

Non vi tedierò inutilmente, realizzando una lista con le possibili — e peraltro non difficilmente indicabili — influenze di riferimento presenti nel suono modellato dagli Scandinavi, né tantomeno mi dilungherò ulteriormente nel descrivere "Slaves Of The Vast Machine". Una volta aperto il cassettino del lettore e premuto il tasto «play», vi si scaglierà contro privo di compromessi, facendovi così intendere senza mezzi termini se gli Obitus facciano o meno al caso vostro. Se vi sentiste appagati dallo scontro con ondate di animosa quanto ragionata spietatezza, avreste già un motivo ben più che sufficiente per effettuare un acquisto del quale non vi pentirete. Il domani? Potrebbe non arrivare mai.