Gruppo: Until Death Overtakes Me
Titolo: AnteMortem
Anno: 2016
Provenienza: Belgio
Etichetta: Dusktone
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TRACKLIST
  1. Before
  2. Days Without Hope
  3. The Wait
  4. Inevitability
DURATA: 01:09:27
 

Tra gli ascoltatori ben navigati del Doom Metal e delle sue varianti più funeree non saranno moltissimi coloro ai quali Stijn Van Cauter risulterà del tutto sconosciuto: infatti il nome del polistrumentista belga ha fatto — e fa tuttora — capolino all'interno delle opere di numerose realtà, in qualità di membro effettivo, ex collaboratore, unico musicista, produttore, ingegnere del suono e via dicendo. Anche nei nostri archivi virtuali troverete informazioni al riguardo, poiché una manciata di anni fa ci occupammo di "Days Without Hope", al tempo ultimo parto di Until Death Overtakes Me, il progetto più conosciuto, longevo e prolifico del Nostro, il quale venne poi temporaneamente sospeso e riportato in vita agli inizi dell'anno passato. Proprio dei risultati di questa rianimazione vi parlerò in queste righe, risultati che hanno preso il nome di "AnteMortem".

Visto il periodo di inattività dopo anni di produttività compulsiva, non vi nascondo che mi aspettavo un disco ispirato, di alta qualità e va detto che formalmente i connotati per una uscita di spessore ci sono tutti: tempi ovviamente sfiancanti e dilatatissimi, riff a dir poco pachidermici, atmosfere opprimenti, growl impastato e cavernoso, lunghe digressioni Ambient malinconicamente solenni, atte a scuotere l'ascoltatore dal lucido coma psicologico fisiologicamente indotto dalle più monolitiche espressioni Funeral... E fin qui tutto ottimo, se non fosse che è anche troppo facile rendersi conto di cosa manca.

"AnteMortem" è un lavoro suonato su misura, un buon compito svolto con il minimo dello sforzo necessario per portarlo a termine e poco più: forse la più insormontabile delle problematiche per un disco di questo tipo. Un album Funeral non deve e non può permettersi di risultare asettico, nemmeno per pochi minuti: se vengono a mancare elementi come l'enfasi, la capacità di soverchiare l'ascoltatore con la sofferenza, l'empatia necessaria per saper trasmettere l'angoscia frustrante intrinseca nella vita umana e il pathos trasudante dolore, tale opera si riduce a un contenitore di strutture musicali mastodontiche e difficilmente metabolizzabili, oltre che prive di quella tensione rassegnata che costituisce la conditio sine qua non l'intimo tocco tipico di questo genere diventa percepibile.

Quanto detto finora è davvero triste, poiché personalmente ho sempre ritenuto che espressioni di tale tipo fossero tra quelle meno colpite dai vari fenomeni di massificazione dell'estremo e che conseguentemente rimanessero tra quelle più veraci; tuttavia mi tocca riconoscere delle eccezioni a riguardo, e l'ingrato compito del recensore mi porta a collocare il disco in questione come una tra queste (fortunatamente rare) anomalie. Con ciò non si pensi che io voglia tacciare di inconsistenza Until Death Overtakes Me o di incapacità il suo creatore: vi sono dei momenti notevoli all'interno del lavoro e mai mi sognerei di non tributare i giusti elogi alle bellissime melodie di "Inevitability" o alle maestose atmosfere di "The Wait"; nostro malgrado, purtroppo gli spunti buoni sono comunque pochi e troppo diluiti per poter sorreggere da soli settanta minuti di musica.

"AnteMortem" semplicemente sembra un prodotto un po' troppo manieristico, ineccepibile nella forma ma povero di essenza e — non mi stancherò mai di dirlo — in questo genere di opere l'anima è un ingrediente che non ci si può permettere di relegare in secondo piano: spero vivamente che il buon Van Cauter sappia prodursi in futuro in qualcosa di più incisivo a livello sentimentale. Al momento il progetto Until Death Overtakes Me sembra tristemente ricalcare lo stilema del classico adagio accademico secondo cui «l'alunno ha le potenzialità ma non si applica...».