Gruppo: Bathory
Titolo: Hammerheart
Anno: 1990
Provenienza: Svezia
Etichetta: Noise Records
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TRACKLIST
  1. Shores In Flames
  2. Valhalla
  3. Baptised In Fire And Ice
  4. Father To Son
  5. Song To Hall Up High
  6. Home Of Once Brave
  7. One Rode To Asa Bay
  8. Outro
DURATA: 55:43
 

Il 1990 fu un anno davvero sorprendente per chi seguiva i Bathory, per chi si aspettava, dalla mente di Quorthon, un altro disco estremo condito dal suo stile canoro ancora oggi unico. Il Nostro, invece, dopo due anni di silenzio, decide di dire addio, o meglio arrivederci, alle sfuriate thrash-black che fino ad allora avevano contraddistinto la sua interessante carriera, proponendo al grande pubblico "Hammerheart", un ibrido particolare, successivamente battezzato viking metal dalla stampa, che metteva in primo piano un rallentamento nell'incedere sempre aggressivo per cui i Bathory erano celebri, in favore di una sonorità più lenta, onirica, ma ugualmente pesante.

A ciò, aggiungiamo un cantato che si sposta dallo sporco al pulito, quest'ultimo non certo il forte del polistrumentista, in grado di deliziarci ugualmente con uno stile personalissimo, e che tocca varie emozioni: vuoi la disperazione, vuoi la delicatezza, vuoi l'aggressività. Quorthon non è mai stato un cantante tecnicamente dotato, tuttavia è innegabile che avesse un timbro unico, ricolmo di sfumature, in grado di farsi apprezzare addirittura nelle proprie stonature (e la traccia "One Rode To Asa Bay", di cui parleremo a breve, ne è prova lampante).

Un'altro elemento che contraddistingue il disco è la lunghezza dei brani proposti. Si parla di canzoni che toccano spesso e volentieri anche i dieci minuti, mentre la delicata "Song To Hall Up High" è l'unica eccezione, coprendone circa due e mezzo.

I testi si soffermano interamente sulla mitologia nordica e sull'invasione dell'uomo cristiano che impone la croce con la violenza e il raggiro. Certo, a tal proposito, non era la prima volta che il rock-metal, vichinghi e affini si toccassero: arrivarono prima i Led Zeppelin con "Immigrant Song", Malmsteen con il suo "I Am A Viking" e i Manowar hanno campato su Odino e compagni per un'eternità. Tuttavia, quella di Quorthon fu una commistione mai sentita al tempo, che personalizzò all'inverosimile, restando ancora oggi affascinante. Ma veniamo, finalmente, alla musica.

Il sipario si apre con il delicato arpeggio di "Shores In Flames", brano di presentazione che mette da subito in chiaro l'identità dei nuovi Bathory: cantato in pulito che si dà il cambio con un Quorthon ancora arrabbiato, ma non tanto quanto lo fosse in brani come "Holocaust" o "Bestial Lust"; distorsioni pesanti però non violente; e soprattutto un incedere lento eppure deciso che contraddistingue questo nuovo stile. Ciò che sancisce del tutto la nuova veste del gruppo (in realtà una one man band, a quel punto) è la canzone successiva, l'epica "Valhalla", forte di una struttura ancora oggi piacevole, un uso sapiente e al tempo inaspettato dei cori, che diventeranno uno dei marchi di fabbrica dei Bathory, linee melodiche convincenti fuse con arpeggi in pulito. Un brano, devo dire, stupendo, forse uno dei migliori di questa fatica. Interessante anche la canzone successiva, "Baptised In Fire And Ice", dove troviamo una apertura tribale, un cantato incalzante nei versi e un ritornello ove voce e cori si danno il cambio. L'atmosfera di un villaggio è messa in luce dall'apertura di "Father To Son", che dà a intendere che stia avvenendo un parto: segue un riff massiccio che la fa da padrone nelle strofe, per un pezzo che tocca il proprio picco di epicità nel ritornello potente e a tratti onirico.

Siamo a oltre la metà del disco e arriviamo a quella che potremmo definire, senza grossi problemi, la ballata, ovvero "Song To Hall Up High", un concentrato di epicità e delicatezza che ancora oggi può far correre un brivido su per la schiena, e che si contraddistingue per la cura nelle parole, per la gentilezza impressa al cantato e per l'arpeggio portante di una dolcezza a tratti indescrivibile. Si ritorna poi, come ci si poteva aspettare, a sonorità più dure con la ruvida "Home Of Once Brave", dal riff portante più grezzo e quasi martellante nel suo essere presente. A chiudere le danze è infine il brano per eccellenza di questo lavoro, e forse il simbolo del viking metal, che — nella sua ripetitività — vuole solo raccontare una storia, ma con stile, con personalità, con tante sfumature: alludo a "One Rode To Asa Bay", interpretata interamente in pulito, toccando — va detto — stonature notevoli, ma lasciando una traccia indelebile nella Storia del metal, e nel cuore di quelli che Quorthon chiamava «the Hordes», alludendo ai propri fan.

Che dire, in conclusione, di "Hammerheart", dunque? Se avessi avuto la fortuna di recensirlo al tempo, avrei affermato di correre ad acquistarlo immediatamente. Oggi, ne consiglio assolutamente l'ascolto, in quanto si tratta di un disco essenziale che ha dato il via a uno stile che, dall'anno di rilascio e ancora oggi, ha influenzato centinaia, forse migliaia, di gruppi. Ciascuno  — a modo proprio — ha poi offerto una spruzzata di personalizzazione ulteriore, come è giusto aspettarsi da un artista. Ma è nata, dal 1990 a oggi, una band in grado di eguagliare o superare il cosiddetto viking metal dei Bathory? Personalmente, ne dubito. Hail to the Hordes. Hail Bathory.