Gruppo: My Silent Wake
Titolo: Invitation To Imperfection
Anno: 2017
Provenienza: Regno Unito 
Etichetta: Opa Loka Records
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TRACKLIST
  1. Vorspiel
  2. Helgar Kindir
  3. Volta
  4. Bleak Spring
  5. Tempest
  6. The Fear
  7. Lament Of The Defeatist
  8. Aventurine
  9. Song Of Acceptance
  10. Nebula
  11. You Drift Away
  12. Cwiclác
  13. Return Of The Lost At Sea
  14. Melodien Der Waldgeister
DURATA: 01:12:05
 

L'ultimo passaggio degli inglesi My Silent Wake sulle nostre pagine risale al non troppo lontano 2014, in occasione dell'uscita dello split "Empyrean Rose" realizzato con la collaborazione della band svizzera Pÿlon. Il penultimo disco in ordine cronologico è tuttavia "Damnatio Memoriae" del 2015, lavoro di stampo death, doom e gothic metal — marchi di fabbrica del gruppo, d'altra parte — con vocalità growl violente e intense. Chi si aspettasse un andamento simile anche nella nuova impresa musicale di cui state per leggere, però, dovrà ritentare.

"Invitation To Imperfection" è tutt'altro, imprevedibile e diverso. Niente growl, niente chitarre distorte, niente death metal. In compenso tuttavia c'è molto, molto altro, a cominciare dall'immensa varietà di strumenti più o meno noti, tradizionali o improvvisati, appartenenti a culture vicine o lontane, utilizzati nel corso delle ben quattordici tracce che compongono il disco nella sua interezza.

Si tratta prevalentemente di un lavoro di stampo strumentale, in quanto solo quattro brani presentano dei testi eseguiti da linee vocali propriamente dette; stiamo parlando di "Volta", "Lament Of The Defeatist", "Song Of Acceptance" e "You Drift Away", sebbene in quest'ultima possiamo dire di avere a che fare più con un monologo recitato — o sussurrato con voce rotta — che con la manifestazione di un canto.

"Invitation To Imperfection" è un viaggio lungo, articolato e complesso ma per niente arduo o impegnativo per l'ascoltatore. Si apre con "Vorspiel" («Preludio», per l'appunto), traccia di stampo classico con protagonisti pianoforte e strumenti ad arco, mentre già con "Helgar Kindir" ci immergiamo in atmosfere primordiali, una vera e propria eco di suoni dal passato, alimentata soprattutto dal throat singing, il djembe (strumento a percussione di origine africana, che noi chiameremmo grossolanamente «bongo») e — nome che mi è saltato subito all'occhio e mi ha strappato un sorriso — lo jouhikko, ovvero un tipo particolare di kantele, strumento a corda tipico di Finlandia, Estonia e Carelia. Un solo brano che racchiude suoni di paesi assai diversi tra loro, conciliandoli e armonizzandoli. Troveremo un gusto etnico di simile fattura anche in "Bleak Spring", con protagonista la chitarra acustica.

Mentre le influenze death metal e doom propriamente dette sono assenti, le atmosfere gothic dominano e caratterizzano "Volta" con la loro oscurità, alla quale si accompagna l'eterea voce — o le eteree voci? — di Alana Bibby. Una linea strumentale che si ripete e resta la stessa, arricchendosi progressivamente di dettagli, catturando l'ascoltatore nella propria spirale.

Con "Tempest" sembra quasi di essere finiti in piena età Medievale; "The Fear" è, invece, un brano che mi azzarderei a definire «casalingo» nel senso più letterale del termine, visto che la musica è qui prodotta tramite l'utilizzo di oggetti di uso comune e di suoni provenienti dall'ambiente naturale, lasciati così come sono oppure modificati. In "Lament Of The Defeatist" ascoltiamo la voce maschile di Ian Arkley per la prima volta; atmosfere di stampo ambient ci sorprendono in "Aventurine" (sound più artificiale), "Nebula" e "Cwiclác", in cui un solitario pianoforte emette note lunghe, lente e malinconiche. "Song Of Acceptance" ci catapulta in territori musicali perfino orientali, che in un certo senso ritroveremo anche nella successiva "Return Of The Lost At Sea", grazie all'uso dell'erhu, strumento folkloristico cinese a due corde che partecipa a una melodia ripetuta in loop, a cui si aggiunge in seguito un «Undead Choir» di voci maschili e femminili.

Il pezzo finale del disco, "Melodien Der Waldgeister" («Melodia Degli Spiriti Della Foresta»), è anche il più lungo con i suoi ventuno minuti e quattordici secondi, un vero e proprio gigante in cui si uniscono didgeridoo, karimba (antico strumento a percussione africano), ocarina e un flauto che apparirà e scomparirà a più riprese fino alla fine, eseguendo una melodia che diventa già nota all'ascoltatore dopo pochi minuti. Quest'ultimo brano è la sintesi dell'intero album, non perché in esso si trovi indistintamente tutto ciò che abbiamo riscontrato nelle tracce precedenti, quanto perché è proprio qui che la partecipazione della natura e la sperimentazione dei suoni è portata all'estremo. Canto di uccelli, fruscio di foglie, distinti passi umani compiuti da un viaggiatore che si inserisce nel contesto senza disturbarlo, funzionando come una sorta di rappresentante di noi, proprio noi che siamo seduti da qualche parte ad ascoltare il disco. Man mano che il viaggiatore si inoltra nella foresta i suoni cambiano, si alternano, ritornano, si uniscono, fino a una melodia triste e introspettiva negli ultimi minuti che lascia presto il posto a un nuovo canto degli uccelli e al vento tra gli alberi.

La carriera dei My Silent Wake è lunga, hanno alle spalle ben più di un album e diverse collaborazioni musicali. Con "Invitation To Imperfection" sono riusciti a reinventarsi e a sorprenderci nuovamente. Dai suoni gotici o ambient a quelli naturali, dagli strumenti più tipici di paesi più diversi ai puri e semplici oggetti che chiunque potrebbe trovare in casa propria, dall'artificialità dei sintetizzatori alla naturalezza dei suoni del bosco e di quelli più acustici, dalla modernità a sapori più primordiali, folkloristici, etnici, antichi. In questo disco c'è tutto e la cosa più sorprendente è che funziona alla perfezione: nulla sembra fuori posto o fastidioso, nonostante le spesso enormi differenze stilistiche tra i brani. "Invitation To Imperfection" è un'avventura, un incamminarsi nel presente attraversando anche il passato, un lavoro a proposito del quale non si può assolutamente utilizzare nemmeno per sbaglio la parola «imperfezione». Probabilmente ho detto già tutto, ma sento di non aver detto abbastanza: la verità è che sono estasiata e totalmente senza parole.

«Unsure of how you arrived here, you are walking in a forest and hear distant sounds of music. You sit and listen for a while never quite finding the source. Each time the music fadesyou journey on. Eventually you settle in a place where the music is just a faint sound coming and going amongst the natural sounds of the forest. Listen on headphones for the full experience. Better to fall asleep to than to drive to.»