Gruppo: Žrec
Titolo: Klíč K Pokladům
Anno: 2017
Provenienza: Repubblica Ceca
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST
  1. Uvedení
  2. Klíč K Pokladům
  3. Řeka Domova
  4. Vozka
DURATA: 22:19
 

La Repubblica Ceca significa moltissimo per più di un componente dello staff di Aristocrazia, in modo particolare grazie al (o a causa del?) Brutal Assault, il festival che in qualche modo ci ha fatti incontrare e ha fomentato il nostro amore per la musica dal vivo. Gli Žrec, di cui vi parlerò tra poco, provengono dalla medesima terra e, sorpresa, anche loro hanno una grossa importanza per me a livello personale: nel 2010, durante la mia prima trasferta ever in terra finnica, strinsi amicizia con due ragazze ceche e fu proprio una di loro a parlarmi degli Žrec e a consigliarmene l'ascolto. Per un motivo o per un altro non sono mai riuscita a farlo, perciò quando in redazione è arrivata la richiesta di recensione ho pensato che fosse un ottimo modo per mettermi in pari e recuperare il tempo perduto. Meglio tardi che mai.

La band, il cui nome è una parola slava che significa «sacerdote pagano», è in attività dal 2004 e ha alle spalle un demo e due dischi, tutti di matrice pagan-folk metal. Il qui presente EP "Klíč K Pokladům" («La chiave dei tesori») è la loro fatica discografica più recente, di sole quattro tracce. La prima "Uvedení" («Intro»), strumentale, ci mette davanti in poco più di un minuto chitarre acustiche, strumenti a fiato e percussioni, per poi sfociare immediatamente nella titletrack.

Penso che sia la prima volta che ascolto musica cantata in ceco, probabilmente avrò beccato qualche band locale al Brutal, ma si trattava di cantato in growl e che, quindi, sarebbe rimasto quasi totalmente incomprensbile anche se fosse stato in inglese. Stavolta invece si tratta di un cantato melodico che in qualche modo nobilita una lingua ricca, ricchissima di suoni consonantici e che per noi italiani a volte risulta cacofonica. Ammetto che in questo contesto ha il suo fascino, inserita com'è nel suo contesto più naturale di folklore slavo, ed è piacevolissima all'ascolto. Il brano in sé attraversa vari momenti strumentali dal sapore antico e primordiale, tuttavia qui e là ci sono anche dei passaggi fortemente contaminati dal prog (che non mi aspettavo) e/o da strumenti elettrici. Un piacevolissimo modo di introdurre l'ascoltatore all'anima della band.

La numero tre "Řeka Domova" («Casa del fiume») si pone nuovamente in veste strumentale e predilige suoni acustici nella parte iniziale; la chitarra è in effetti la vera protagonista. Poi vengono inseriti gradualmente strumenti ad amplificazione. Il finale ha veramente qualcosa di magico, provare per credere.

Le «impressioni del prog» tornano nell'apertura di "Vozka" («Carrettiere»; no, non è roba di alcol), in cui non ho potuto fare a meno di pensare (anche) agli Opeth, e proseguono per tutta la durata del pezzo, in cui fa capolino improvvisamente uno scacciapensieri. La voce si impone come elemento principale in molti punti, in cui la musica svolge solo la funzione di accompagnatrice.

Mi aspettavo un EP pagan-folk e ho avuto molto di più: brani anche piuttosto complessi e in constante evoluzione, assoli mai invadenti, una grossa vena progressiva alimentata anche e soprattutto dalle tastiere. L'accordo finale dell'ultimo pezzo, poi, lascia tutto in sospeso.

Finalmente ho mantenuto la promessa fatta alla mia amica e ho guadagnato una band in più da sostenere e supportare, oltre a essere la fiera proprietaria di una delle copie del disco, prodotto e distribuito in tiratura limitata.