Gruppo: Mohraang
Titolo: Underworld Of Khorrendus
Anno: 2016
Provenienza: Russia
Etichetta: Endless Winter
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TRACKLIST
  1. Part I
  2. Part II
  3. Part III
  4. Part IV
  5. Part V
  6. Part VI
DURATA: 33:03
 

Purtroppo sono arrivato a diffidare dei gruppi russi con copertine rivedibili. A furia di propinare dischi di merda, i distillatori di patate hanno una lunga e tortuosa via da scalare prima di riacquistare credibilità agli occhi degli appassionati. Per fortuna che, di tanto in tanto in luoghi ben nascosti, danno i natali a progetti insospettabilmente clamorosi come Mohraang, che arriva nientemeno che da Nachodka, ossia dai confini del mondo.

Superata la diffidenza iniziale nei confronti della grossolana copertina, scesi a patti con l'ennesimo teschio davanti all'ennesimo corridoio di aculei puntuti che porta all'ennesimo occhio di qualsiasi cosa sia che dal 2001 a oggi sembra sempre e comunque il Sauron di Peter Jackson, parte una mina devastante.

Con un profilo bassissimo, questa one man band di cui nessuno ha mai sentito parlare butta fuori una mezz'ora di funeral doom-death metal marcissimo, lentissimo, profondissimo e tutto quello che di -issimo può venirvi in mente nella semantica del metallo più putrefatto. Non penso che l'interezza del lavoro metta insieme uno spartito da più di quattro note, ma ciascuna è una badilata incredibile: riff neri come la pece, anzi, più probabilmente un riff unico spalmato per tutte le sei parti, qualche parola qua e là raschiata direttamente dalla laringe di Belzebù.

Sarebbe bello sapere cosa siano Mohraang, Khorrendus, o anche solo da dove arrivi il soprannome dell'unico musicista coinvolto, Maahzur Phalmorg, ma ovviamente online non c'è uno straccio di informazione e il libretto, oltre all'illustrazione e a qualche scarno verso che parla di mostri e lande desolate ricoperte di teschi, è completamente e inequivocabilmente nero. Essenziale, esattamente come questi trenta minuti di musica.

"Underworld Of Khorrendus" è un vero e proprio disco di sottrazione, dove c'è una quantità appena sufficiente di tutto, che siano le voci, i riff, le tastiere, i battiti al minuto, eppure è quel tanto che basta a farne un ottimo album.

Abbandonata la massiccia, monolitica teatralità degli Skepticism, le atmosfere eteree degli Shape Of Despair o le deviazioni dei Mournful Congregation, quello che resta è il minimo necessario: il disco ne risulta sorprendentemente diretto, godibile, per quanto strano possa suonare questo termine viste le circostanze. Il funeral doom è un genere essenziale di per sé e con Mohraang lo diventa ancora di più.