Gruppo: Drakkar
Titolo: Diabolical Empathy
Anno: 2017
Provenienza: Belgio
Etichetta: Dooweet Agency
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TRACKLIST
  1. The Arrival
  2. Rose Hall's Great House
  3. Stigmata
  4. The Witches Dance
  5. Plague Or Cholera
  6. Stay With Me
  7. Lucifero Moderno
  8. The Nine Circles Of Hell
  9. Evil Below
  10. The Endless Way
  11. West Allis
  12. Hitchhiking Of Pain
  13. Opening Towards The End 
DURATA: 51:27
 

Nonostante siano in attività dal 1983, con vari cambi di formazione subiti soprattutto negli ultimi anni, i belgi Drakkar hanno prodotto ben pochi lavori in studio: questo "Diabolical Empathy" che ho tra le mani è solo il quarto, e devo purtroppo dire che da una band in giro da così tanto tempo mi sarei aspettata qualcosina in più.

Mi spiego meglio. La musica proposta dal quintetto è presentata come di matrice principalmente heavy-speed metal, con anche qualche accenno di thrash qua e là aggiungerei, ma è corredata da una scelta di suoni e da un missaggio che finiscono inevitabilmente per stonare con i generi proposti; per non parlare poi della copertina, che graficamente dà tutt'altra impressione. L'idea che "Diabolical Empathy" mi ha trasmesso in generale è che ci sia tanta carne al fuoco ma poca omogeneità, e un filo conduttore che avrebbe potuto essere più spesso e invece finisce per essere molto, troppo sottile. Qui e là ho apprezzato alcuni passaggi, addirittura mi sono sorpresa positivamente oppure ho finito per divertirmi ("The Witches Dance" con le sue scale è un ottimo esempio a tal proposito), tuttavia in generale sono rimasta quasi sempre un po' perplessa. Non sono riuscita bene a capire dove la band volesse andare a parare e nemmeno ora ne sono del tutto sicura.

Non voglio assolutamente dire che il disco sia terribile, ci mancherebbe. Ciascuno dei brani è ispirato a varie opere d'arte, visive o letterarie che siano (tra le quali figurano le nostrane Divina Commedia e "La Pietà" di Michelangelo), o a vite di personaggi illustri, tra cui Padre Pio. Non è nemmeno suonato male, a dirla tutta, e canzoni come "Plague Or Cholera", "Stay With Me" (una ballata accompagnata da voce femminile che si ritaglia con dignità il proprio posto) o "Evil Below" si rivelano come punti di forza, emergendo dal resto. Il problema principale è, mi ripeto ma pazienza, la scelta dei suoni: se fossero stati più pieni e massicci, probabilmente il disco ne avrebbe tratto enorme giovamento. Altra cosa che non riesco ad apprezzare completamente è il timbro del cantante Leny, pur riconoscendo che si sposa bene col resto: qui si tratta proprio di una mera questione di gusto personale.

Un ulteriore fattore che avrebbe potuto far guadagnare punti al disco è la riduzione del numero dei brani, perché è vero che ce ne sono quattro molto brevi (tra cui intro e outro), ma tredici in totale non sono pochi, specie se quelli davvero validi si riducono a una manciata.

In definitiva, direi che il problema principale di "Diabolical Empathy" sia la mancanza di coesione tra il genere scelto e i mezzi utilizzati per suonarlo, il che è un peccato: qua e là l'heavy cede il posto a qualcosa che finisce indubbiamente per suonare più moderno, senza però esserlo veramente. C'è proprio una sorta di anacronismo di fondo. Resta un disco assolutamente più che sufficiente, ma si potrebbe fare di più, molto di più.