Gruppo: Botanist
Titolo: Collective: The Shape Of He To Come
Anno: 2017
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Avantgarde Music
Contatti:

Sito web  Facebook  Bandcamp

 
TRACKLIST
  1. Praise Azalea, The Adversary
  2. The Shape Of He To Come
  3. The Reconciliation Of Nature And Man
  4. And The World Throws Off Its Oppressors
  5. Upon Veltheim's Throne Shall I Wait
  6. To Join The Continuum
DURATA: 40:26
 

Sono passati un po' di anni dall'ultimo passaggio di Botanist su queste pagine. Dopo aver recensito i primi tre capitoli della sua discografia e aver conosciuto meglio Otrebor tramite un'intervista, oggi incontriamo di nuovo il musicista all'avvio di quello che potremmo definire uno spin-off della sua avventura musicale.

A differenza dei dischi numerati e composti unicamente da Otrebor (a eccezione di split e collaborazioni, come "Allies"), la prima uscita della serie "Collective" lascia facilmente intuire la propria natura dal titolo, essendo composta da un gruppo più numeroso di persone. "The Shape Of He To Come" è il risultato della collaborazione dei sei artisti che hanno permesso a questa bizzarra creatura di prendere vita sul palco tra il 2013 e il 2015: la batteria di Otrebor è il punto di partenza su cui i dulcimer di D. Neal e R. Chiang creano le strutture dei brani, supportati dal basso di Balan e dalle tastiere del mastermind. I pezzi vengono infine arricchiti dalla presenza vocale di Bezaelith e da alcune parti cantate da A. "Golem" Lindo e dallo stesso Otrebor.

Il disco è caratterizzato da un'atmosfera celestiale, ottenuta soprattutto grazie ai molteplici strati di voce pulita che formano una sorta di coro di preghiera, tanto da ricordarmi a tratti un ibrido tra l'approccio religioso dei Batushka e quello trascendentale dei Liturgy (non prendetela come un'offesa, è solo un riferimento stilistico). Il suono del dulcimer — seppur distorto e dissonante — è meno aggressivo di quello delle chitarre, rendendo così ancora più etereo il sound complessivo e dando modo al basso di emergere in più occasioni, in particolare in "Upon Veltheim's Throne Shall I Wait". Non è un caso che per questa opera Otrebor abbia deciso di avvicinarsi a tematiche più spirituali del solito, rispecchiate pienamente dal suono paradisiaco delle tracce.

Nonostante lo scream occupi una porzione minore delle parti vocali, ciò non significa che Botanist abbia rinunciato alla potenza e alle peculiarità prettamente metalliche della propria musica: la batteria martella in continuazione e cambia ritmi, passando dal blast beat ai tempi dilatati vicini al Doom; in entrambi i casi, spesso viene fuori un aspetto ipnotico che sembra spingere l'ascoltatore verso uno stato di trance. Anche le melodie dei dulcimer — pur non potendo vantare la stessa possenza delle chitarre elettriche — sono perfettamente adatte a un disco Black Metal dalle tendenze sperimentali.

Oltre ai tre brani di maggiore durata e propriamente estremi, Otrebor e soci ne propongono altrettanti in cui viene esposto il proprio lato più atmosferico e talvolta Folk ("And The World Throws Off Its Oppressors"); nella traccia in apertura — che in realtà mostra già caratteristiche metalliche — è presente anche l'harmonium di Lindo.

"The Shape Of He To Come" è probabilmente una delle uscite migliori di Botanist: non per sminuire i lavori del solo Otrebor — a cui, anzi, si deve dar credito di aver plasmato una creatura indubbiamente interessante con le proprie mani — ma il contributo dei musicisti si fa sentire in maniera molto positiva e riesce a donare al progetto quel senso di completezza che a volte mancava negli altri album. Concludo dicendo che le playlist del 2017 sono già pronte, eppure sono sicuro che passerò le prossime settimane a scervellarmi su quanto Botanist avrebbe meritato la Top 5 e soprattutto a chi avrebbe dovuto rubare il posto; è un duro lavoro, quello dell'Aristocratico...