Gruppo: Perihelion
Titolo: Örvény
Anno: 2017
Provenienza: Ungheria
Etichetta: Apathia Records
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TRACKLIST
  1. Kihalt Égi Folyosók
  2. Bolyongó
  3. Fényt!
  4. Örvény
  5. Romokon
  6. Ébredő Táj
  7. Bardó
DURATA: 38:11
 

I Perihelion sono una formazione ungherese già trattata su queste pagine, ma sotto spoglie diverse: nati come Neokhrome nell'ormai lontano 2001, hanno mantenuto il nome fino al 2012, con la pubblicazione di "Perihelion", album che fa da collante tra la vecchia incarnazione e la nuova omonima, in cui ritroviamo il nucleo formato da Barna Katonka (batteria) e Gyula Vasvári (voce e chitarra) insieme a Balász Hubicska alla chitarra e Támas Várkoly al basso.

Un doveroso recupero dei precedenti album mette alla luce uno degli elementi chiave nell'evoluzione musicale dei Magiari: se "Perihelion" presentava una fortissima connotazione estrema con scream, blast beat e — in generale — uno stile assimilabile al post-black con elementi progressivi, il seguito "Zeng" mostrava un ammorbidimento in ambito vocale, pur mantenendo gran parte degli elementi più aggressivi.

"Örvény" (traducibile con «Maelstrom», «vortice») imbocca, invece, un sentiero diverso, scrollandosi di dosso tutte le velleità estreme e, salvo alcuni momenti sparsi qua e là, anche quelle metalliche. Un cambiamento stilistico importante in cui il post-rock e gli elementi atmosferici già presenti in passato vengono elevati e posti in primissimo piano ("Bolyongó" o "Örvény", giusto per fare degli esempi). Le sette tracce formano un continuum musicale che rimanda a vari nomi, dagli Alcest più sognanti ai Sólstafir nelle sezioni più intense, con il cantato in ungherese di Gyula che dona quel tocco diverso dal solito e si dimostra un valore aggiunto alle composizioni, non soltanto da un punto di vista meramente lirico, ma anche in termini di musicalità.

A volte i nomi più noti si fanno un po' più vividi del dovuto, come nel caso di "Fenyt!", in cui per una ventina di secondi viene proposto un riff molto (troppo) simile a quello di "Closer" degli Anathema, tuttavia è una sensazione facile da scacciare grazie alla varietà dei pezzi, che si mostrano comunque coesi nelle loro differenze: si passa senza difficoltà da momenti più diretti e ariosi ad altri introspettivi e dotati di una certa profondità. L'intensità è costante durante tutti i quasi quaranta minuti di durata, probabilmente per merito anche dei suoni azzeccati e più asciutti rispetto ai precedenti lavori. Degno di nota infine anche il fatto di non aver usato tastiere o suoni sintetici come indicato nelle note di copertina, aspetto che varrebbe la pena approfondire visti i tappeti sonori presenti in più frangenti.

Il quartetto di Debrecen colpisce nel segno con un album per così dire rischioso se rapportato al passato, ma che dà i suoi frutti, mostrando una maturazione andata sicuramente a buon fine. Chissà cosa ci riserverà il prossimo capitolo.