Gruppo: Demetra Sine Die
Titolo: Post Glacial Rebound
Anno: 2018
Provenienza: Italia
Etichetta: Third I Rex
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TRACKLIST
  1. Stanislaw Lem
  2. Birds Are Falling
  3. Lament
  4. Gravity
  5. Eternal Transmigration
  6. Liars
  7. Post Glacial Rebound
DURATA: 46:26
 

Se c'è una cosa che possiamo dire con certezza dei Demetra Sine Die, ancora prima di ascoltare "Post Glacial Rebound", è che fare le cose di fretta non è nelle loro corde. Il terzo lavoro per il trio genovese, fondato da Marco Paddeu e Marcello Fattore nel 2003, arriva infatti a dieci anni esatti dal debutto discografico e a sei da "A Quiet Land Of Fear", tempistiche forse un po' dilatate per i tempi odierni (c'è chi fa anche di meglio... chi ha detto Tool?), ma già dopo un primo ascolto e una rapida infarinatura della produzione passata ci sentiamo di dire che è stato tempo ben speso.

Presentato da una bellissima illustrazione di Anna Levytska (già ammirata al lavoro con i Blut Aus Nord) e dal basso iniziale di "Stanislaw Lem", il disco è un caleidoscopio di sonorità: post-metal, psichedelia e ritmiche stentoree dall'andazzo a volte tribale si mescolano in maniera azzeccata e personale, raggiungendo picchi di malignità niente male (come in "Lament") o immergendo l'ascoltatore in atmosfere in cui sembra di sentire, invece, una versione dei primi Pink Floyd in preda a un bruttissimo trip. Il basso pulsante e carico di cattive intenzioni di "Gravity" (sfavillante la prova vocale di Luca Gregori dei Darkend) e le derive allucinatorie di "Eternal Transmigration" courtesy of effetti vocali e sintetizzatori molesti sono soltanto un paio degli ingredienti messi insieme dai Nostri: il tutto presenta una certa vena progressive che richiama un po' la già citata band losangelina in vari frangenti, soprattutto nella batteria di Marcello, solida ma allo stesso tempo creativa e dinamica lungo tutta la durata del lavoro.

Le composizioni raggiungono un equilibrio degno di nota, tra sezioni più sperimentali e atmosferiche e altre che strizzano l'occhio all'estremo, ma mai troppo palesi o ingombranti. In tutto ciò i diversi stili vocali di Marco ben si adattano alle composizioni, ora con urgenza declamatoria, ora con un piglio un po' più apatico e ipnotico; dualismo ben esemplificato dalla seconda "Birds Are Falling", ma che in realtà si traduce in un ventaglio di espressività piuttosto variegato in generale, dalla prima all'ultima nota dell'opera.

Insomma, "Post Glacial Rebound" è un album bello. Una tavolozza di colori (mai troppo allegri o solari, sia chiaro) che dipingono degli scenari cangianti, sfaccettati, in cui molte cose conosciute tornano alla mente ma che riesce nell'impresa di non scadere nel già sentito. Da ascoltare e riascoltare, sperando di non attendere altri sei anni prima del quarto capitolo dei Demetra Sine Die, a meno che non sia proprio necessario.