Weekly Magazine III Era

Popolo di Aristocrazia,

l'aggiornamento di oggi è indubbiamente ricchissimo di robbabbuona: un report, un'intervista e nove recensioni (di cui due di gruppi decisamente noti al pubblico) costituiscono il lotto di articoli di questa settimana.

L'ambito live è rappresentato da una band di cui vi abbiamo già parlato e il cui nome non dovrebbe suonarvi nuovo: gli Antimatter di Mick Moss sono giunti in quel di Roma insieme a Rome In Monochrome (anch'essi già passati su queste pagine) e Nosound. Una serata elettrica della quale potrete leggere le impressioni del nostro Oneiros.

Nel frattempo, Giup ha avuto modo di fare una chiacchierata con uno dei due fratelli lupacchiotti di Olympia, meglio conosciuti come Wolves In The Throne Room: il nostro Aristocratico ha scambiato due parole con Aaron Weaver e — non contento — ha anche recensito l'ultimo parto del gruppo, "Thrice Woven".

Gli aficionado della Norvegia, invece, sapranno già del nuovo lavoro dei Satyricon, band che — nel bene o nel male — fa sempre parlare di sè a ogni uscita; Dope Fiend ha analizzato per noi "Deep Calleth Upon Deep", disco che non rinnega quanto fatto dal duo negli ultimi anni.

Il resto delle recensioni è a dir poco variegato, rappresentando così gran parte del mondo metallico. Il Black Metal vanta ben due presenze, seppur di stampo molto diverso: la ristampa di due lavori dei Forgotten Woods ci permette di apprezzare una realtà attiva negli anni Novanta, mentre il debutto dei Párodos ci presenta una band ai propri esordi, ma con un ottimo sound Avant-Black il cui concept deriva dal teatro greco.

Rimanendo in territori estremi, gli Inexorable hanno fatto evolvere il proprio Death Metal in una forma più caotica e ritualistica; il debutto dei Monarch, invece, potrebbe risultare interessante a chi ama grandi nomi del Thrash Metal quali Slayer, Dark Angel, Exodus e Destruction, mentre — a proposito di grandi nomi — i nostalgici dei Bathory di "Hammerheart" apprezzeranno il Viking Metal dei nostrani Bloodshed Walhalla. I francesi Superscream rappresentano l'Heavy Metal più tradizionale aggiungendo interessanti tocchi esotici, i qip infine chiudono l'aggiornamento con un Industrial Metal rifinito e dal background fantascientifico.

Direi che avrete tante belle cose da leggere; il vostro Vlakorados vi saluta. Sayonara!

RECENSIONI:
Bloodshed Walhalla - Thor
Forgotten Woods - As The Wolves Gather / Sjel Av Natten
Inexorable - Sea Of Dead Consciousness
Monarch - Go Forth... Slaughter
Párodos - Catharsis
qip - On Ephemeral Substrates
Satyricon - Deep Calleth Upon Deep
Superscream - The Engine Cries
Wolves In The Throne Room - Thrice Woven

INTERVISTA:
Wolves In The Throne Room

LIVE REPORT:
An Electric Night Of Antimatter + Nosound + Rome In Monochrome (06/10/2017 @ Wishlist Club, Roma)



 
Gruppo: Inexorable
Titolo: Sea Of Dead Consciousness
Anno: 2016
Provenienza: Germania
Etichetta: Godz Ov War Productions
Contatti:

Facebook  Reverbnation

 
TRACKLIST
  1. I
  2. II
  3. III
  4. IV [traccia bonus]
  5. De Mysteriis Dom Sathanas [cover Mayhem]
  6. I Feel Nothing [cover Immolation]
  7.  Black Magic Mushrooms [cover Mysticum]
DURATA: 38:46
 

È la seconda volta che mi imbatto nei tedeschi Inexorable, sono infatti trascorsi ben sette anni da quando nel 2010 ebbi modo di scrivere, già in ritardo rispetto all'uscita, del loro ep "Deathlands". Ora mi ritrovo fra le mani il terzo atto "Sea Of Dead Consciousness", avendo praticamente saltato l'ascolto del precedente mini "Morte Sola".

La creatura sassone sembra essersi evoluta in una forma di death metal caotica, dai tratti rituali e al limite con il black metal primordiale, tanto che l'approccio di impatto con i quattro pezzi nuovi ("IV" non era inclusa nell'uscita in formato cassetta, rilasciata dalla Unholy Prophecies) è stato quindi abbastanza strano. Dopo un paio di giri nel lettore, l'orecchio si è però abituato a quell'orda disorganica e malevola che lo attaccava ferocemente; un po' perché gente come Portal e Impetuos Ritual non mi dispiace affatto, un po' perché si continua a percepire quella presenza morbosa proveniente dai grandi nomi del panorama floridiano.

Del resto l'intenzione del gruppo sembra proprio quella di dare vita a un suono capace di annientare qualsiasi spiraglio di luce e speranza, aspetto chiaramente rivendicato dalle parole incluse all'interno del libretto informativo:

«Fate is fully inexorable
The fate of men lies in death
And there is nothing one can do but die
There is no hope only destination one end!
There is no hope in doing
There is no hope in idleness
There is no hope in belief
There is no hope in sermons
All hope is in vain
There is no warmth in humid soul
Our cold shelter in fathomless
Void.

No life, no illusions, only death».

Se inizialmente sono rimasto spiazzato, alla fine dell'ascolto di "Sea Of Dead Consciousness" ho avuto modo di apprezzare sia il cambio di passo della band sia la scelta di omaggiare tre compagini maestre con alcune cover ("De Mysteriis Dom Sathanas" dei Mayhem, "I Feel Nothing" degli Immolation e "Black Magic Mushrooms" dei Mysticum). Ciò ha rafforzato l'idea che la strada intrapresa possa essere quella più adatta agli Inexorable, non rimane quindi altro che attendere una prestazione di durata più estesa; augurandoci che ciò avvenga in tempi brevi.



 
Gruppo: Forgotten Woods
Titolo: As The Wolves Gather / Sjel Av Natten
Anno: 1994 / 1995
Ristampa: 2017
Provenienza: Norvegia
Etichetta: ATMF
Contatti:

non disponibili

TRACKLIST
  1. Eclipsed
  2. As The Wolves Gather
  3. In My Darkest Visions
  4. Winter
  5. Grip of Frost
  6. Dimension Of The Blackest Dark
  7. Svartedauden
  8. Through Dark and Forgotten Valleys
  9. Sjel Av Natten
  10. En Natt Med Storm Og Ravners Skrik
  11. Hvor Vinteren Rår
DURATA: 79:40
 

"As The Wolves Gather". Scriverne. Nel 2017. Facile. Per riuscire a cavarmela, facciamo un gioco: facciamo finta che il lettore medio di Aristocrazia non sopravviva a pane e musica brutta e che conosca i Forgotten Woods solo di nome. Se il gioco non dovesse piacervi, saltate pure il prossimo paragrafo.

Il gruppo fondato dai polistrumentisti Rune Vedaa e Olav Berland (basso e chitarra il primo; basso, chitarra e batteria il secondo) è sempre stato una bestia strana, e la loro musica non poteva che diventare di conseguenza una bestia stranissima. La band non era di Oslo, non era di Bergen, non ha mai vantato tra le sue fila personaggi di spicco, che salissero agli onori della cronaca per implicazioni nei famosi fatti di cronaca relativi alla seconda ondata del black metal norvegese e in sostanza non ha mai vantato alcuna particolare esposizione mediatica o collegamento a tutto il baraccone.

Questo si univa al fatto che la musica che usciva dalle sessioni di prova del gruppo era quanto di più lontano dalla furia incontenibile e quasi carnevalesca dei loro vicini di casa, che andavano in giro a bruciare chiese e si facevano fotografare ricoperti di cerone bianco con candelabri in mano: qui c'erano tempi medi, un basso in evidenza e le cavalcate thrash lascito del decennio precedente non arrivavano mai a sfociare nella distruzione sonora più completa e totale, ma mantenevano sempre un ritmo compassato, sotto controllo.

La combinazione di basso profilo e musica fuori dal canone di genere fu probabilmente la ragione principale per cui i Forgotten Woods non ebbero mai un posto tra i primi della classe e i loro lavori non furono (né sono ancora stati) mai ristampati da una major del mondo del metallo. Il che, però, è una fortuna, perché ha permesso alla nostra operosa ATMF di attivarsi in tal senso e di rendere di nuovo disponibile il debutto e il successivo EP del quartetto di Ølen.

A ventitré anni dalla sua uscita, "As The Wolves Gather" non ha perso un briciolo del suo fascino di disco strano, anzi, vedendo come sono andate le cose negli anni successivi, è ancor più lampante come il disco sia figlio del primo Burzum, contenendo però moltissimo di ciò che Varg avrebbe sviluppato nei due anni subito successivi. Più in generale, sono presenti elementi che tutta la corrente depressive avrebbe interiorizzato e fatto propri da lì in avanti: dalle urla (burzumiane, appunto) agli arpeggi sgangherati, ai già accennati mid-tempo e basso riconoscibile.

Non solo: ascoltando "Winter" e "Svartedauden", non possono non venire in mente alcune delle idee che i nascenti Ulver avrebbero di lì a poco infilato nel loro esordio. E ancora, non è un caso che — di nuovo sulla scia di Burzum — l'EP "Sjel Av Natten" sia cantato completamente in Norvegese e contenga un brano ("En Natt Med Storm Og Ravners Skrik") che, non fosse per la sua ossessiva ripetitività, potrebbe essere scambiato per una prova generale di "Bergtatt".

La storia la conosciamo: dopo il secondo disco — che c'è da augurarsi possa essere ristampato in un futuro prossimo, a questo punto — la band si è dissolta come neve al sole, salvo tornare con una formazione molto rimaneggiata (e Neige al microfono) esattamente dieci anni fa per un terzo album e poi scomparire di nuovo. Per questo vale la pena sottolineare alcune parole che lo stesso Rune ha inserito nel libretto in occasione della ristampa: «Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa che avesse a che fare con quel periodo. Non c'è molto da dire. [...] Siamo durati più a lungo di quanto probabilmente avremmo dovuto. Compagni nello spirito, sì, ma non amici nel comune senso della parola. Sono contento che sia finita.».

Le foto a corredo, dell'epoca, non mostrano volti demoniaci o scene truculente, atteggiamenti provocatori o situazioni sopra le righe, ma solo dei ragazzi in maglietta nera, con i capelli lunghi, che suonano la chitarra e si fumano una sigaretta. Ragazzi che vivono il proprio malessere e il proprio disagio come tutti gli altri, senza la necessità di sbatterlo in piazza né urlarlo ai quattro venti, ma esorcizzandolo coi propri ululati come un branco di lupi.



 
Gruppo: QIP
Titolo: On Ephemeral Substrates
Anno: 2015
Provenienza: Regno Unito
Etichetta: Arachnophobia Records
Contatti:

Facebook  Bandcamp

 
TRACKLIST
  1. Industrial Espionage
  2. A Moral Nuance Of Coding Stealth
  3. Millennium Way
  4. Discarded Specimens
  5. Payback Ritual
  6. Humanity +
  7. Ergoregion
  8. Teller-Ulam Configuration
  9. This Place Is A Tomb
DURATA: 59:07
 

qip, scritto ufficialmente in caratteri minuscoli, è il progetto solista di Maciek Pasinski, musicista polacco attualmente di stanza a Belfast che negli anni '90 movimentò il sempre frizzante underground del suo Paese con i Sirrah, una discreta band gothic-doom metal. È però nell'Irlanda del Nord, qualche anno fa, che Pasinski ha cominciato — nelle sue stesse parole — a comporre con la chitarra classica musica che si era ammassata nella sua testa durante dodici anni di inattività. Musica che la moglie lamentava essere «grezza, fastidiosa e rumorosa»: figuratevi com'è diventata quando l'ha registrata con una sette corde amplificata a dovere!

"On Ephemeral Substrates" è in tutto e per tutto un disco industrial metal, ma non l'industrial metal grosso e sporco dei Fear Factory anni Novanta, quanto quello rifinito e ripulito dei Mechina. Rispetto alla macchina da guerra di Joe Tiberi, Pasinski è meno tamarro e più omogeneo (d'altronde è europeo), tuttavia i riferimenti sono abbastanza chiari. Anzi, il debutto di qip è un po' troppo omogeneo e non regala mai veri e propri brividi; allo stesso tempo, l'esperienza del musicista polacco, radicata nei bei tempi andati, gli permette di evitare sbavature pacchiane o errori grossolani, confezionando in tutto e per tutto un album solido.

Un plauso va alla capacità di Pasinski di unire la sua chitarrona alle basi elettroniche e di costruire davvero un'atmosfera cinematografica sulla quale innestare il concept fantascientifico dell'album. In merito a ciò bisogna anche riconoscere la grande versatilità del Polacco, che su questo disco ha fatto davvero di tutto: suonato, cantato, programmato, ideato, registrato, addirittura si è occupato della copertina (ok, non è certo un'opera preraffaellita, ma comunque...) e del missaggio.

One man band, riffoni, suoni sintetici, un concept tutto da scoprire e un disco fatto a mestiere: pur se lontano dal lasciare senza fiato, "On Ephemeral Substrates" merita certamente delle attenzioni. Ottima scelta, quella di Arachnophobia, di dare un supporto fisico all'album, disponibile originariamente (dal 2015) soltanto tramite Bandcamp.



 
Gruppo: Monarch
Titolo: Go Forth… Slaughter
Anno: 2017
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Autoprodotto
Contatti:

Facebook  Twitter  Youtube  Reverbnation  Myspace

 
TRACKLIST
  1. Beheaded
  2. Memories Of War
  3. Bloody Assault
  4. Dawn To Night
  5. Decadence
  6. Entropy
  7. Kill Or Die
  8. Go Forth... Slaughter
  9. Sonic Reaper
DURATA: 45:08
 

Gli Slayer vi deludono da troppo tempo? Vi mancano gli Exodus della prima ora e i Dark Angel? Non ricordate più chi siano i Destruction? Se la vostra risposta è sì ad almeno due domande, allora i californiani Monarch potrebbero regalarvi un po' di conforto con il loro debutto di lunga durata intitolato "Go Forth... Slaughter".

Certo, cercando in rete il nome Monarch otterrete una serie di gruppi omonimi. La musica, anche se onora il buon vecchio Thrash Metal, è però lontana dall'essere un prodotto di massa. Il quartetto mostra di conoscere a menadito svariate discografie Death o Heavy. Ne è una prova lampante la grande scelta di riff che intrattiene l'ascoltatore, senza annoiarlo con ripetizioni inutili. Il sottoscritto apprezza particolarmente le cosiddette guitar battle negli assoli.

Dopo la prima metà del disco, le canzoni si perdono un po' in diversi luoghi comuni del Thrash. Soprattutto la scelta di divagare in sonorità Heavy-Speed Metal alla fine di "Go Forth... Slaughter" produce, forse, l'effetto contrario a quello desiderato dagli autori. Le note, infatti, segnano un marcante calo di tono.

Se qui e là c'è da ordinare qualche idea, l'ottima tecnica strumentale sarà sicuramente capace di amalgamare meglio le tante influenze per sviluppare in futuro un inconfondibile marchio Monarch.

Postilla: la mano artistica in copertina vi ricorda qualcosa? Ebbene sì. Anche qui l'artefice è "Carcass" John Fossum, che ha anche dato un'immagine alla musica dei Warbeast.