Gruppo: Enoch
Fondazione: 1998
Provenienza: Italia
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Discografia:
  • Enuma Elish La Nabu Shamu (2002)
  • Tetragrammaton (2004)
  • Sumerian Chants (2013)
 
 

INTRODUZIONE

Secondo la mitologia giudeo-cristiana narrata nell'Antico Testamento, Enoch fu il primogenito di Caino, il quale divenne successivamente il fondatore della prima città a cui diede il nome del figlio; ma in questa sede non faremo lezioni di occultismo o teologia, in quanto nell'ambito del nostro interesse gli Enoch sono un gruppo milanese di cui il presente articolo cercherà di raccontare la carriera.

In qualche modo attivi già negli Anni Novanta, i Nostri danno inizio alla propria storia ufficiale all'inizio del nuovo millennio: il nostro approfondimento odierno riguarda i tre dischi rilasciati finora, evidenti testimonianze di un processo evolutivo di assoluto spessore.


QUANDO I CIELI NON ERANO STATI NOMINATI

BRUTAL ASSAULT 2013 - Parte IICorre l'anno 2002 quando Daniele (chitarra), Leonardo (tastiere), Lorenzo (chitarra, basso, voce) e Silvio (batteria) sfornano il debutto autoprodotto intitolato "Enuma Elish La Nabu Shamu", espressione sumera che significa letteralmente "when the heavens had not been named". Copertina completamente nera ed estremamente laconica, senza ombra di dubbio molto adatta a rappresentare ciò che le tre tracce del disco contengono: un Funeral Doom dai connotati ieratici che oggi potrebbe in qualche modo ricordare il senso di sacralità di certo stile Ea, seppure qui sia tutto elaborato in una veste di certo più ruvida.

Ciò che risalta immediatamente è lo splendido lavoro svolto dalle tastiere che, in un pezzo come "The Invocation Of Marduk", ricreano un'aura quasi mistica; a tal proposito è da elogiare la produzione molto asciutta che è in grado di far risaltare sia la profondità dei passaggi più funerei che i bellissimi intrecci tra le chitarre e l'ispiratissimo operato delle tastiere.

L'album è avvolgente, superbo nella capacità di instillare nell'ascoltatore un senso di antichissima e catacombale tragedia, di rendere tangibile la desolazione dilaniante di "E La Tormenta" e di spalancarci sotto gli occhi l'enorme cratere di disagio aperto da "I Am": è una consapevolezza interna ai musicisti, una volontà nera che, tra silenzi assordanti e sentori di muta rabbia rancorosa, riduce in brandelli ogni cosa. In questo senso un ruolo essenziale è svolto dalla voce greve di Lorenzo, rabbiosa o straziata a seconda delle necessità, che diviene complemento fondamentale di una musica angosciante e terribilmente ligia al proprio dovere: scavare baratri incolmabili nelle nostre anime. "Enuma Elish La Nabu Shamu" è un disco splendido nella sua monoliticità: trenta minuti di Doom opprimente che davvero diventano un biglietto da visita interessantissimo per il futuro degli Enoch.

...I throw myself in my nothing...


VIOLENZE OSCURE SI ABBATTONO SU YHWH

Passano appena due anni, ma la mutazione degli Enoch è di quelle sostanziali, poiché il cambio di direzione operato in "Tetragrammaton" si articola tramite un'oscura commistione tra Death-Doom asfissiante e una feroce istintività Black. Ascoltando episodi come "Uriel" e "A Deeper Essence", le differenze con il debutto appaiono palesi: le chitarre affilatissime fanno ancora il paio con le tastiere, tuttavia la fantasiosa spinta di queste ultime svolge qui un ruolo meno predominante in favore di un suono globalmente molto più aggressivo. Ancora, in una traccia come "The Black Prophet (Part 1)" è impossibile non notare la superba capacità di unire una brutalità selvaggia e un retrogusto dai risvolti quasi teatrali alla monoliticità di un riffing tanto crudo quanto nero e desolante.

La (auto)produzione è questa volta più corposa ed evidentemente adattata allo scopo di lasciar risaltare alcuni arrangiamenti più elaborati e un fondo concettuale più acido e violento. Per quanto "Tetragrammaton" sia indiscutibilmente un disco di passaggio, è già evidente la voglia di incrementare l'interazione alchemica che sta alla base del processo compositivo e di ricercare una strada più personale.

Piccola curiosità a margine: in poche righe sul fondo del libretto, il gruppo spiega che in sede di missaggio il personaggio preposto a tale compito ha irrimediabilmente incasinato alcune parti di "The Black Prophet"; a quanto pare dunque il risultato finale non è stato quello che i Nostri avrebbero voluto e tra le note finali scritte nel libretto appaiono anche coloriti auguri indirizzati all'ingegnere del suono.

Comunque, sebbene "Enuma Elish La Nabu Shamu" rimanga una perla di enorme valore, in questo secondo disco gli Enoch hanno dimostrato un'ottima capacità di combinare l'evidente lignaggio Doom con sfumature espressivamente più sfaccettate: diventa quindi decisamente interessante capire in cosa si tradurrà tale transizione evolutiva nel lavoro seguente.

...black as the void...


SANGUE PER IL DIO DEL SANGUE

Sono trascorsi ben nove anni di silenzio, intervallati soltanto dal rilascio di un ep promozionale, e alla fine del 2013 gli Enoch, finalmente accasati con la Satanath Records, tornano con il nuovo parto "Sumerian Chants"; e ancora una volta si dimostra veritiero il detto secondo cui il terzo disco sarebbe quello della maturità. I ragazzi hanno nuovamente mischiato un po' le carte in tavola: è scomparsa la furia di matrice Black di "Tetragrammaton", così come sono molto rari i rimandi al Funeral Doom opprimente di "Enuma Elish La Nabu Shamu". Questa volta ci troviamo di fronte a un album che mette in mostra un Death-Doom che, pur trovando un possibile paragone con i primi Tiamat, risulta ispirato e personale: gli Enoch hanno inglobato tutti gli elementi che avevano contraddistinto le prove precedenti, li hanno plasmati e condensati fino a farli sfociare in una prova che, se musicalmente segue coordinate ben individuabili, si dimostra concettualmente sfaccettata.

Pezzi splendidi come "The Tragic Defeat Of Dur Entash (The Third Vision Of Assurbanipal, Last King Of Assyria)" e "Black Night Over Unfigured Distances" riassumono alla perfezione l'attuale binario artistico seguito: tastiere molto presenti che stendono drappi sacrali su una solida intelaiatura di Death-Doom dalle atmosfere arcaiche, la quale rievoca a meraviglia certa mitologia mesopotamica, da sempre fonte di ispirazione per l'operato dei Nostri. Aspetto da tenere in grande considerazione è infatti l'apparato lirico del disco, frutto evidente di ricerche interessanti: per esempio, "The Sleepless King, A Curse On Uruk" riprende uno scritto di Enheduanna, figlia del re accadico Sargon, sacerdotessa di Inanna e prima scrittrice conosciuta nella storia dell'Umanità; parte del testo di "The Land Of Enoch" è estrapolata dal famigerato pseudobiblium "Il Libro Di Nod"; alcuni dei versi di "Pazuzu (Son Of The King Of The Evil Spirits)" sono invece stati riportati da un'iscrizione cuneiforme scolpita su una statuetta ritrovata nell'area corrispondente all'antica Mesopotamia.

Il vero fiore all'occhiello di "Sumerian Chants" è proprio l'enorme capacità evocativa sprigionata dall'unione tra la parte musicale e quella testuale: se rispetto alle prove precedenti qui la monoliticità è stata un po' stemperata, la maturazione raggiunta sul piano atmosferico è assolutamente incredibile. Tutti gli episodi in scaletta presentano un perfetto connubio tra la drammaticità delle tastiere, i riff scurissimi e gli scenari arcaici rievocati: il risultato di tale interazione è un'inevitabile e totale immersione in una proposta che ha raggiunto una dimensione espressiva di altissimo livello. "Sumerian Chants" è un disco maturo, consapevole e completo, un autentico gioiellino di materia nera.

Gli Enoch sono indubbiamente un gruppo di cui la scena estrema italica deve andare fiera: sperando che non passi un altro decennio da qui al nuovo disco, io attenderò con impazienza il loro prossimo passo; e se siete assidui ascoltatori di sonorità cupe, anche voi dovreste fare lo stesso.

...neither swords nor magic will harm this angel that fell...