7.5-M

7.5-M

Informazioni
Autore: Mourning

Altro giro, altro membro della nostra redazione che rivela una parte di se, è arrivato il turno anche per 7.5-M. Iniziamo dalla scelta del nickname che ormai ti porti dietro da anni…

Il mio nickname è un semplice gioco di parole e numeri, legato ad uno dei miei primi progetti musicali, ovvero 7.5: 7 e 5 sono due numeri legati alla mia nascita, sono una data. “M” potrebbe stare per “Me medesimo”, ma anche per altre cose che non so bene neppure io e che perciò non saprete nemmeno voi. Un semplice gioco insomma.

Sei uno dei più quieti, fra i più silenziosi dei nostri redattori, diciamo che sai sorprenderci quando meno ce l’attendiamo. Cos’è che ti porta a scrivere di una band o valutarne il materiale non solo dal punto di vista musicale?

Solitamente per scrivere devo avere un motivo. Per questo molto spesso sono silenzioso: perché non trovo motivi validi per scrivere. Ma quando trovo un motivo, e questo può essere un album musicale di particolare valore, che ritengo potente emotivamente, rivoluzionario musicalmente o sorprendente, allora mi si possono spalancare molte visioni. Perciò procedo con metodi che sfuggono spesso alla recensione (limitata sovente a una semplice descrizione, che per me risulta inutile: io ho bisogno di qualcuno che mi spieghi cosa accade, perché accade, etc., non di qualcuno che mi parli di cose che posso sentire dalla fonte originale) e cerco d’analizzare quali siano i motivi della qualità che ho riscontrato in un certo lavoro, l’ambiente culturale che caratterizza chi lo ha creato, il momento storico ed i legami intertestuali (intermusicali, meglio) tra lavori che si avvicinano gli uni agli altri. È un lavoro molto spesso lungo, complesso, che pretende una testardaggine, una cocciutaggine raramente illuminata da qualche rivelazione: quando però la rivelazione arriva allora si può scrivere qualcosa di interessante, si può aggiungere qualcosa di nuovo a tutto ciò che già dice di per sé un’opera. Rimane il fatto che senza la testardaggine, che può anche portare a lunghissimi periodi frustranti perché privi di risultati, non ci può essere nessuna illuminazione. Nessun motivo per scrivere.

Quali sono i dischi che hanno caratterizzato la tua crescita come ascoltatore e quali invece hanno nel corso del tempo realizzato quella che per te è l’idea d’arte?

La mia crescita è stata segnata da alcuni dischi in particolare: sicuramente un primo approccio con la musica l’ho avuto attraverso Giorgio Gaber ed i Rondò Veneziano. In seguito mi sono formato, negli ambiti che meglio conosciamo qui dentro, con Blind Guardian (fino a “A Night At The Opera”), poi con Iron Maiden, virando verso gli Slayer e risalendo le correnti con gli Ulver. Di lì in poi le cose si fanno più complesse, e non starò qui a sintetizzarle, per vostra fortuna. I dischi che m’hanno completamente stravolto e m’hanno rivoluzionato la visione artistica sono davvero significativi e forse nemmeno così pochi. I primi che mi vengono in mente sono: un live di un mio amico che suonava noise, il gruppo si chiama (credo sia tuttora attivo) Utat; “Ovunque Proteggi” di Vinicio Capossela; “The Drift” di Scott Walker; “Arbeit Macht Frei” degli Area; “Per Grazia Ricevuta” dei PGR; “Anime Salve” di Fabrizio De’ André e “Quattro Modi Diversi Di Morire In Versi” di Carmelo Bene. Anche le interviste impossibili di RadioTre hanno avuto un ruolo fondamentale nel formare la mia visione artistica.

Possiedi una visione molto ampia delle cose, ho sempre apprezzato il modo con il quale ti poni nei confronti dell’artista e della sua arte. Musica, Cinematografia, Libri sono tutti interessi vivi e presenti nella tua vita, per ogni sezione vi è una top five di lavori fondamentali e che consiglieresti di conoscere a chiunque?

Beh, per quanto riguarda la musica sicuramente ho già fatto qualche nome qui sopra: Capossela, Lindo Ferretti, gli Area, Scott Walker, De’ André, Gaber, Chet Baker, etc. In ambito letterario le cose sono molto più difficili e non so davvero cosa consigliare. Sicuramente posso affermare quelle che sono state le scoperte sconcertanti della mia vita: Costantino Kavafis, Pier Paolo Pasolini, Jorge Luis Borges, Dante, Franz Kafka, James Joyce, Marcel Proust e mi fermo qui, sennò impazzisco. Per il cinema sicuramente consiglierei Tarkovskji (“Stalker” e “Andrej Rublov”), Pasolini (“Che Cosa Sono Le Nuvole?”, “Accattone”, “Il Vangelo Secondo Matteo”, etc etc etc), Carmelo Bene (“Salomé”, “Nostra Signora Dei Turchi”), Derek Jarman (“Caravaggio”), Peter Greenaway (“Il Cuoco, Il Ladro, Sua Moglie E L’Amante”), ed altri che ho dimenticato.

44-86292, 7.5 e Cenere Muto sono act nei quali sei coinvolto in prima persona in qualità di compositore e musicista. Com’è appartenere a quel mondo e cosa ti permette di esprimere quando ti cali in quelle realtà?

Non so bene che significhi appartenere al mondo della musica, perché in fondo non ho mai avuto veri contatti creativi con quel mondo, se non per vie traverse e comunque sempre in solitaria, da distante. So cosa sono riuscito a descrivere finora e forse quello che davvero conta non è cosa ma come. Sicuramente ho maturato una ricerca dai frutti succosi. Di più non mi sento di dire, pardon.

Com’è nata l’idea di fondare la D.N.A. net label? Qual è, se esiste, la differenza tra questa e una label vecchio stile?

D.N.A. Collective (questo l’ultimo nome che ha assunto l’etichetta. L’indirizzo è: http://dnanetlabel.altervista.org) è nata nel lontano 2008 (sono quasi cinque anni ormai, mi sembra una vita fa) con l’idea di dare una forma precisa e riconoscibile ad un mondo di artisti sotterranei di alta qualità, ma senza un preciso approccio con il mondo degli ascoltatori, cioè immersi in un limbo di creazione senza una cristallizzazione del loro lavoro, processo necessario per un confronto con l’esterno. Ecco, ora il progetto è cresciuto ed ha intessuto reti di relazioni forti con entità varie: dagli artisti alle etichette, dalle ‘zine ai singoli ascoltatori. Le differenze tra D.N.A. Collective, che è una net label, e un’etichetta classica sono molte: infatti una net label rende disponibili in free download tutte le sue uscite in formato digitale. Queste pubblicazioni sono protette non dal solito diritto d’autore, ma da licenze Creative Commons (per maggiori informazioni leggete qui: www.creativecommons.it/). Questa la differenza sostanziale tra un’etichetta che pubblica materiale fisico e una net label, dal formato prevalentemente digitale. Un’affinità è invece quella che riguarda il rapporto con gli artisti: una net label, come un’etichetta classica, conosce direttamente tutti gli artisti che pubblica ed essi rendono disponibile il loro materiale in maniera consapevole. Net label NON significa perciò p2p, download illegale e così via.

L’Italia non è una nazione che tutela i proprii “beni”, di qualsiasi tipo essi siano, anzi se ne sbatte e anche parecchio. C’è una soluzione per invertire tale rotta?

La soluzione credo stia nella formazione, nel rapporto di rispetto che dovremo ispirare alle nuove generazioni, per dare una cultura ed una visione giusta, etica, del luogo in cui ci troviamo. Non confido per nulla nelle vecchie generazioni: le abbiamo perse da un pezzo, e cercare di cambiarle ormai è tempo perduto. Ma chi sta arrivando, soprattutto grazie a questi tempi di crisi che lasciano spazio ad un vero cambiamento, può fare qualcosa, se gli diamo gli strumenti necessari per affrontare in modo, ripeto, etico, il rapporto col proprio luogo.

Un pregio e un difetto del nostro sito?

Un pregio è la dedizione che viene posta in questo progetto, davvero fuori dal comune, soprattutto perché condivisa da molti individui, e non da uno solo che trascina tutti dietro di sé. Un difetto? Forse lo scarso legame degli utenti col sito, che non si addice al web 2.0. Ma chi dice che tutta questa interattività vada bene in ogni caso?

Cos’è Aristocrazia per te?

Una comunità virtuale all’interno della quale ho stretto legami, che m’ha permesso di venire in contatto con altre persone. Un trampolino di lancio per la costruzione di progetti condivisi. Ed altro ancora.

A quale raffigurazione immaginaria legheresti termini come Paradiso, Purgatorio e Inferno?

Non so immaginare paradiso e purgatorio. L’inferno è quello che abitiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne: il primo è accettarlo fino a non riconoscerlo più. Il secondo è più difficile e richiede attenzione ed apprendimenti continui: cercare ciò che, all’interno dell’inferno, non è inferno. E farlo durare, dargli spazio.

C’è un modo di dire o un motto che rispecchia il tuo vivere giornaliero?

Forse sì, ma più che un motto che rispecchia il mio vivere giornaliero è un motto che molto spesso mi rimprovera del mio vivere giornaliero. Dice pressappoco: le circostanze non sono favorevoli ma quando mai lo sono? Bisognerebbe, bisognerebbe… Niente. Bisogna quello che è, bisogna il presente.

Basta tediarti, chiudiamola qui, a te l’ultima parola…

In principio era il Verbo. Alla fine rimase solo un Nome.

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