Albireon, neofolk dalla stella alfa della costellazione del Cigno | Aristocrazia Webzine

Albireon, neofolk dalla stella alfa della costellazione del Cigno

Da queste parti seguiamo con grande interesse la scena neofolk fin da tempi non sospetti, e da qualche anno in particolare vi raccontiamo le vicissitudini di Albireon, il progetto nato sul finire degli anni ’90 dalla comunione d’intenti di Davide Borghi, Carlo Baja Guarienti e Stefano Romagnoli, di cui abbiamo seguito da vicino le più recenti peripezie discografiche. Avendo da poco pubblicato un album collaborativo con la musicista israeliana Tamar “Zeresh” Singer, si è presentata l’occasione di scambiare (più di) qualche parola con Davide Borghi.


Ciao Davide, visto che Aristocrazia è una webzine prevalentemente piena di metallari, ti chiederei di partire dall’inizio. Dopo ventitré anni di attività, come presenteresti Albireon a chi non dovesse conoscervi?

Davide: Ciao Andrea, intanto devo dire di essere assolutamente a mio agio in mezzo ai metallari, dal momento che lo sono anche io da ben più tempo di quanto mi faccia piacere ammettere! Se è vero che col tempo sono arrivati altri ascolti e altre sonorità, aver vissuto praticamente in diretta la grande stagione del primo death metal scandinavo e floridiano, i primi vagiti del gothic-doom inglese e le gelide vampate (black) nel cielo del nord è qualcosa che mi ha marchiato a fuoco e che rientra tra i miei ascolti giornalieri.
Per quanto riguarda Albireon, si tratta del nome scelto per il mio percorso di cantautorato dark-neofolk iniziato nell’estate del 1998 dopo lo scioglimento di The Path, un gruppo doom-dark nel quale avevo investito tantissimo, soprattutto a livello emotivo. In quei giorni l’unica cosa che sentivo di poter fare era cercare di ripartire non da un’altra band, ma dalla chitarra acustica e dalla mia voce, sotto l’egida di Ataraxia, Argine e Sopor Aeternus, gruppi immensi che avevo scoperto in quei mesi. Sento da sempre un grande bisogno di esprimermi: ci sono cose che spingono da dentro per uscire e io a volte ho il non semplice compito di assecondarle, di non ostacolarne la voce, anche quando fanno paura. A volte sono soltanto un mezzo, un canale attraverso cui qualcosa prende forma e usa le mie mani per diventare musica e parole. Lo capii in quei pochi giorni di tanti anni fa e sentii di dover offrire me stesso e le mie poche capacità musicali a queste entità che avevano deciso di manifestarsi attraverso di me, nella naturale spontaneità dei monti dell’Appennino reggiano, tra ombre e meravigliose luci. Paure infantili, sogni, residui di incubi, speranze. Forse si tratta di questo, io ho da sempre pochissimo controllo su ciò che esce attraverso di me. A volte scrivo in modo istintivo, automatico, senza mediazione della mia volontà e finché sarà così credo avrà senso continuare a tenere in vita Albireon.
Scelsi proprio il nome della stella alfa della costellazione del Cigno perché fui letteralmente travolto dalla sua bellezza durante una serata astronomica e mi parve quasi offrirmi una nuova speranza, quella di continuare a fare musica, percorrendo un nuovo sentiero. Nei mesi e negli anni successivi, Carlo Baja Guarienti (tastiere) e Stefano Romagnoli (campionamenti e programming) arricchirono Albireon con la loro sensibilità e creatività, formando insieme a me un nucleo coeso e compatto, che ventitré anni dopo non ha perso un briciolo di voglia di crescere assieme ma che, anzi, si è nutrito delle tantissime esperienze vissute insieme sul palco e di piccole magie accadute durante la creazione dei nostri dischi. Soprattutto, un dono che consideriamo fondamentale è la nostra amicizia, che va ben oltre una pur duratura collaborazione musicale. A differenza di molti, non abbiamo mai rifiutato la definizione neofolk, pensando che essere accostati a nomi come Sol Invictus, Fire+Ice o Sonne Hagal non possa essere che un onore, ma non posso non sottolineare come da sempre ci ritroviamo pienamente nella poesia e nell’intimismo che il genere sa creare, ma non certo nei diversi cliché ideologici o storici che, soprattutto oggi, ci appaiono logori e abusati.

A cosa ti riferisci in particolare?

Albireon nasce come progetto istintivamente apolitico, avendo trovato la sua origine nell’introspezione e nel subconscio. Per questo non abbiamo mai avuto nessun interesse nell’essere accostati a certi stilemi del neofolk, come la fascinazione per alcuni periodi storici, per i simboli dei poteri totalitari o l’ammirazione incondizionata per certi artisti feticcio della scena. Questo non vuol dire che ne prendiamo le distanze, semplicemente non ci interessa rendere omaggio a D’Annunzio, Leni Riefenstahl o Mishima, perché non sono rilevanti per ciò che siamo come possono esserlo invece Dino Buzzati, Giuseppe Ungaretti o Ingmar Bergman.
Ho invece avuto spesso la sensazione di come tante band neofolk abbiano spesso utilizzato in modo piuttosto sterile questi nomi, come una scorciatoia per rendersi riconoscibili al pubblico di riferimento. Questo non vuol dire che Albireon in quanto progetto artistico non assorba e non respiri suggestioni provenienti da storia, politica o filosofia, ma che questi input vengono comunque filtrati e resi irriconoscibili attraverso la lente della nostra sensibilità. Inoltre, parlando a livello personale, oltre a quanto detto sopra, trovo che dischi recenti in cui si fa leva sulla grandezza dell’Europa o sull’orgoglio delle tradizioni, a distanza di oltre trent’anni dalle parole di fuoco scritte a suo tempo da Douglas Pearce o Tony Wakeford, risultino nel 2021 abbastanza anacronistici.

Come è nata questa collaborazione con il pittore Massimo Romagnoli e come si svolge il processo creativo dietro i vostri artwork? Siete voi a dargli qualche tipo di indicazione, oppure si lascia ispirare completamente dalla vostra musica senza alcuna interferenza?

Una cosa importante per noi è l’aspetto visivo dei nostri lavori: siamo molto legati all’oggetto fisico, per cui gli artwork dei dischi sono sempre curatissimi e sono basati quasi esclusivamente sui suoi dipinti. Massimo è un pittore con cui collaboriamo dagli inizi e che ha la capacità innata di mettere su tela le visioni che vorremmo evocare con la nostra musica. Per noi Massimo è come un membro aggiuntivo del gruppo, senza i suoi dipinti i nostri album risulterebbero in qualche modo incompleti. È come se, nel momento in cui Stefano [Romagnoli] è entrato nel progetto, anche suo fratello Massimo fosse destinato a dare forma visibile a quel subconscio che evochiamo nei nostri pezzi. La prima volta che ci trovammo a provare a casa di Stefano mi sorpresi a osservare incantato quelle tele piene di personaggi contorti e sofferenti, quasi sezionati nel loro dolore e nei loro incubi, e capii che avevo trovato l’artista che avrebbe curato i nostri artwork. Chiedergli di collaborare fu quindi una scelta istintiva e obbligata. A Massimo bastano pochissime indicazioni sul concept di un determinato album, a volte anche solo il titolo, per creare immagini potenti, dolorose e inquietanti come nessun altro potrebbe fare. Credo sia una questione di affinità e di sensibilità comuni, per questo preferiamo spesso lasciarlo libero di seguire la sua fantasia piuttosto che chiedergli lavorare su soggetti troppo definiti. Trovo che i dipinti che abbiamo utilizzato per Il Volo Insonne, Mr. Nightbird Hates Blueberries e A Mirror For Ashen Ghosts Part One, quest’ultimo con la sua carica erotica da bordello di non-morti, tolgano letteralmente il fiato.

Come sottolineavo parlando di La Bellezza Di Un Naufragio, Albireon è un nome rispettatissimo all’interno del micromondo neofolk, e negli anni avete avuto modo di collaborare e condividere il palco con molte personalità di primissimo piano. Qual è stata la vostra soddisfazione più grande, a livello artistico?

La Bellezza Di Un Naufragio è stata una bellissima occasione per fare il punto sulle cose fatte in vent’anni di Albireon e rivisitare alcuni episodi della nostra discografia con l’aiuto di amici e artisti che amiamo e stimiamo. Ci siamo anche presi l’immensa soddisfazione di ospitare per la prima volta le voci di due monumenti della musica dark italiana, Mauro Berchi di Canaan ed Eibon Records e Francesca Nicoli di Ataraxia. Già collaborare con questi artisti è stata sicuramente una delle gioie più grandi, oltre al fatto che spesso dietro alle collaborazioni ci sono amicizie che durano ormai da un trentennio come in questo caso, ma devo anche dire che ogni musicista che ha collaborato con noi ha lasciato qualcosa di importante.
Mi piace ricordare ad esempio i concerti nei quali abbiamo avuto una sezione ritmica di tutto rispetto comprendente mio fratello Lorenzo Borghi alla batteria ed Elia Albertini al basso, come la meravigliosa serata al Wave Gothik Treffen di Lipsia nel 2014, in compagnia di Sonne Hagal, Argine, Sieben e I-M-R, davanti a un pubblico di oltre un migliaio di persone che, dopo averci sostenuto per tutto il live, ha saccheggiato il banchetto del nostro merchandising, sicuramente uno dei momenti più incredibili della nostra storia. Poi non posso dimenticare la registrazione del primo demo, Where Free Birds Sleep, nello studio degli Ataraxia: era il luglio del 1999 e io e Carlo cercavamo di suonare decentemente le nostre parti, palesemente intimiditi al cospetto di Francesca e Vittorio, i quali riuscirono comunque a tirare fuori il meglio di noi. Non saremo loro mai grati abbastanza per questo.
Altri momenti di grande gioia sono stati sicuramente il concerto di supporto a Death In June a Milano nel 2012, in quella che poi sarà ricordata come la notte di The Peaceful Snow, per l’intensa nevicata che iniziò proprio durante il nostro set e ricevere nel backstage i complimenti di Douglas Pearce o i diversi concerti in compagnia di Sol Invictus. Ecco, Tony Wakeford è sicuramente l’autore neofolk che più mi ha ispirato, e raggiungerlo sul palco a Londra per suonare con lui “Believe Me” è qualcosa che non ha prezzo. In ventitré anni ci sono tantissimi momenti magici.

In un’intervista di un paio d’anni fa, parlando di La Bellezza Di Un Naufragio, dicevi: «Qualcuno potrebbe chiedere che cosa ci ha spinto ad arrivare fin qui quindi. E l’unica risposta che mi viene in mente è che siamo giunti fin qui proprio per vivere questo splendido naufragio (…)». Cos’è il naufragio, per te e per Albireon?

La cosa buffa è che ormai navighiamo, chi più chi meno, verso i cinquanta. E ancora capita che mi chiedano se suono ancora e se voglio diventare famoso o andare a X-Factor. Probabilmente la misura del successo per molti è questa, quindi è evidente come Albireon non possa essere considerato un gruppo di successo, quanto piuttosto un disastro, un naufragio… Eppure quanta bellezza, quanta poesia, quante emozioni in questo. Quanta vita, anzi VITA, quanta ricchezza questo naufragio ha potuto offrire a noi e alle persone che hanno vissuto con noi questo percorso. Io non mi vergogno a dire che questo progetto ha dato un senso alla mia esistenza, così come lo sono la mia famiglia, il lavoro o il mio amore per le montagne. Albireon è stato un percorso di psicoterapia forse, mi ha liberato dai nodi, mi ha insegnato la perseveranza e la cura in ciò che si desidera realizzare.
Le persone spesso non capiscono quanto lavoro ci sia dietro a un disco, a un videoclip o una copertina o quanta passione, quanto amore finisca in ognuno dei nostri lavori. E abbiamo la fortuna di aver compiuto questo lungo viaggio senza meta in compagnia di amici, ascoltatori che hanno prestato per un tratto più o meno lungo la loro sensibilità alle nostre canzoni, condividendo e facendo proprie le emozioni che vi si sono riversate dentro. Certo, non siamo diventati ricchi né famosi, ma ricordo come qualche anno fa, durante il Memento Albus, Silentio Et Queti Festival, vicino a Roma, una ragazza tra il pubblico scoppiò in lacrime durante “Gli Aironi” che suonavamo dal vivo per la prima volta. Come posso non sentirmi appagato da un momento simile? Oppure una signora che una decina d’anni fa mi rimproverò durante un concerto in provincia di Vicenza perché nei miei pezzi nominavo troppo spesso i ragni! Lacrime e risate. Vita, viaggi, musica, amicizia. Non vorrei essere in nessun altro luogo se non qui, a godermi questa barca che affonda, in compagnia dei migliori compagni di viaggio che si potessero trovare.

Com’è nata la collaborazione con Zeresh che ha portato a No Longer Mourn For Me?

Ho conosciuto Tamar Singer qualche anno fa su Facebook, rimanendo letteralmente incantato dalla sua voce al tempo stesso fragile e profonda, sul disco d’esordio dei Cruel Wonders. Iniziammo quindi a corrispondere e lei mi fece ascoltare alcune tracce di Zeresh, il suo progetto solista, che mi sembrò subito ancora più intimo e interessante. L’idea di chiederle di aggiungere alcune parti vocali al disturbatissimo disco al quale stavo lavorando all’epoca (A Mirror For Ashen Ghosts Part One) fu una cosa spontanea e credo riuscita molto bene. Riuscimmo anche a incontrarci durante uno dei miei viaggi di lavoro in Israele, rinsaldando amicizia e voglia di collaborare insieme a nuova musica. Pochi mesi dopo scoprimmo di stare lavorando sugli stessi temi, cioè a quella che per Albireon poteva essere una specie di evoluzione della storia iniziata sul concept Mr. Nightbird Hates Blueberries del 2010, un disco sulle ferite e sulle disillusioni dell’amore, ma essendo i nuovi brani decisamente più crudi e diretti, mal si sarebbero prestati a un nuovo capitolo di Mr .Nightbird… mentre mi suonavano perfetti insieme ai pezzi che Tamar stava sviluppando per Zeresh. L’idea di farne uno split, nel quale scambiarsi voci e parti, fu una scelta artisticamente obbligata, un po’ come successo nel 2016 con Omne Datum Optimum. In No Longer Mourn For Me c’è molta sofferenza, c’è la capacità degli amanti di ferirsi e tradirsi senza pietà, per poi magari pentirsi o andare oltre. È un disco dolente e sfregiato, nel quale la grazia compare solo a tratti, nel quale spesso Tamar affianca la mia voce come a volerla sostenere. Il lavoro è nato da una stima reciproca e affinità artistica che spero darà altri frutti altrettanto emotivamente coinvolgenti. Trovo che Tamar nei suoi progetti riesca a unire in modo straordinario due generi che amo come la poesia acustica del folk e la straziante pesantezza del doom. Per chi fosse interessato ne restano pochissime copie, disponibili sui bandcamp di Zeresh e di Toten Schwan.

Hai nominato Toten Schwan, etichetta che da queste parti conosciamo molto bene. Come avete iniziato a lavorare insieme?

È un piacere parlare di Toten Schwan, perché io e Marco ci conoscemmo nel mondo del tape trading nei primi anni ‘90, per poi diventare amici, andare insieme a vedere Carmen Consoli (ognuno ha scheletri simili nell’armadio…) e poi perderci di vista per almeno una quindicina d’anni. Ma il meraviglioso mondo dei social era in agguato e quando finalmente riuscimmo a riconoscerci l’un l’altro oltre i nostri nickname, riuscimmo anche a ritrovarci e a capire che quell’amicizia era pronta a dare nuovi frutti. Quello che ci unisce oggi è una straordinaria affinità nel modo di sentire e vedere la realtà che ci circonda e una capacità di sincero confronto che raramente ritrovo con altre persone. Quando mi ha proposto di pubblicare i dischi di Albireon per Toten Schwan ho provato una iniziale titubanza, dovuta soprattutto alle sonorità più rumorose alle quali si era dedicato fino ad allora, ma la sua passione e la sua professionalità hanno rapidamente dissipato ogni dubbio. Non solo il lavoro svolto fino ad ora è stato eccezionale, ma anche la facilità con cui possiamo discutere di tutto e la sua disponibilità a realizzare ogni opera al meglio ha reso il connubio tra Albireon e Toten Schwan la cosa migliore che potesse accaderci.

Un aspetto particolare di Albireon è che siete molto avversi alle ristampe. Mi pare proprio non ne abbiate mai fatta una. Come mai?

Hai ragione, ma il problema è che siamo iper prolifici e quindi guardiamo più volentieri al futuro che al passato. Ogni disco rappresenta il momento nel quale è uscito, una volta che viene pubblicato si cristallizza in una dimensione spazio-temporale che comprende anche le persone che si sono interessate all’opera al momento della pubblicazione. Alcuni album sono andati esauriti, altri sono invece ancora abbastanza ben reperibili, per questo non vediamo particolari necessità di ristampe. Faremmo volentieri una eccezione per una bella edizione in vinile de Il Volo Insonne o L’Inverno E L’Aquilone… Il signor Toten Schwan è avvisato!

In Italia tra anni Novanta e Duemila c’è stata una fioritura di progetti neofolk, dark ambient, darkwave e via discorrendo: dagli Ataraxia ai molteplici progetti di Mauro Berchi passando per Colloquio, Corde Oblique e altri ancora. Negli ultimi anni invece fatico a individuare qualche nuovo nome di riferimento: è una lacuna mia oppure effettivamente c’è un minore interesse verso questi suoni da parte degli artisti più giovani? E per quale motivo, secondo te?

Per quanto riguarda il neofolk in particolare il problema non è solo l’Italia, ma è il genere in sé che appare in piena stasi, per non parlare di vero e proprio declino. Non per niente per ritrovare certe emozioni mi ritrovo da anni a rifugiarmi negli abissi di certo funeral doom piuttosto che cercare sensazioni che non trovo più da tempo nel neofolk! C’è qualche eccezione, ad esempio i due dischi del ritorno dei Camerata Mediolanense (eccezionali) o gli sviluppi sempre più cupi ed elettronici dei Canaan, ma solo due progetti mi hanno fatto fare il classico salto sulla poltrona negli ultimi anni e sono i lucani La Pietra Lunare, con un disco pubblicato un po’ in sordina qualche anno fa da Lichterklang e che ritengo davvero superlativo e del quale auspico presto di ascoltare un degno successore, e sicuramente gli incredibili The Magik Way, che con l’ultimo album Il Rinato sono andati oltre esoterismo, black metal, cantautorato e sperimentazione per regalarci una vera e propria opera d’arte alchemica. Altre realtà che ho apprezzato tantissimo dell’ultimo decennio sono i due progetti di Giuseppe Argentiero, Vostok e Niemandrose, i dischi degli amici al di là dell’Appennino Tears Of Othila e Teta Velata dei toscani e misconosciuti Gargamella. Splendido poi il darkwave raffinato dei romani La Grazia Obliqua, in uscita con un raffinatissimo 10″ proprio su Toten Schwan.
Per il resto, una volta pre-pensionati i nomi storici, esaurita la spinta dell’ondata tedesca di Forseti, Sonne Hagal e Darkwood e sfruttati i vari rivoli nei quali il genere si è differenziato e poi sfinito, resta forse :Of The Wand And The Moon: il solo in grado di offrire qualcosa di interessante a un genere che temo purtroppo sia al momento moribondo. Una nuova fiaccola potrebbe riaccendere passioni che paiono sopite, anche a livello di interesse di pubblico, ma al momento non vedo nulla di simile all’orizzonte. Qualche nome capace di creare qualcosa di valido esiste e confido tenga vivo il genere fino al giungere di tempi migliori.

Cosa aspetta Albireon in questo nuovo mondo che si profila all’orizzonte, fatto di disastri ecologici, pandemie e populismi?

Ci aspetta il quarto di secolo di vita della band nel 2023, nel quale potremmo fare uno dei nostri rarissimi concerti, pubblicare un disco stampato solo in vinile o scioglierci e ritirarci a vita privata! Scherzi a parte, speriamo di poter uscire nei primi mesi del 2022 con A Mirror For Ashen Ghosts Part Two, nel quale ogni brano sarà dedicato a un personaggio dalla sorte sfortunata e poi vorremmo dedicarci a un nuovo disco già ben più che abbozzato, dal titolo provvisorio di Effemeridi. Per quanto riguarda ciò che ci accade attorno, Albireon continuerà probabilmente a focalizzarsi sull’occhio interiore, sull’introspezione, sui sogni e sugli incubi, lasciando a Stefano, Carlo e Davide l’ingrato compito di indignarsi, lottare, arrabbiarsi e chiedersi se avranno le forze di sopravvivere e proteggere le proprie famiglie in un mondo sempre più strano, multiforme, nel quale tutte le idee hanno uguale valore e forse nessuna ne ha realmente uno. Ma queste cose arrivano distanti come echi lontani ad Albireon e… forse è meglio così.