Un'intervista agli Ashenspire | Aristocrazia Webzine

Gli Ashenspire e l’architettura ostile

Degli Ashenspire si sta e stiamo parlando parecchio ultimamente, perché Hostile Architecture, il loro secondo disco, è una delle sorprese del 2022. Un concept album avantgarde metal che punta a raccontare l’architettura capitalista e tutto ciò che ad essa fa da corollario: i problemi di una concezione utilitaristica della vita, l’eterna ricerca dell’efficienza produttiva, l’impossibilità di una crescita perenne. Temi affrontati in modo profondo e serio, ma mai didascalico, che hanno portato il gruppo di Glasgow sulla bocca di molti in questi ultimi mesi. Dopo aver raccontato Hostile Architecture con dovizia di particolari, ci sembrava il caso di approfondirne alcuni aspetti, concettuali e musicali, con il gruppo e in particolare con il batterista, cantante e principale compositore Alasdair Dunn.


Da dove arriva l’idea di un album che parla del rapporto tra architettura e capitalismo?

In principio, l’ispirazione è arrivata semplicemente dal fatto di vivere in una città, da ciò che trasmettono le strutture attorno a me, dal pensare a come fanno sentire me e le altre persone. Da lì, mi sono chiesto «beh, perché questi edifici sono costruiti in questo modo?» e mi sono addentrato più a fondo nella loro storia, nella storia dell’architettura nel Regno Unito e all’estero. Infine, mentre facevo ricerche legate alla teoria critica e alla scrittura sociopolitica e filosofica, i testi di Mark Fisher su Lost Futures e Hauntology mi hanno colpito profondamente, così come il suo saggio Realismo Capitalista. Ho iniziato a vedere i collegamenti tra l’architettura ora in declino, figlia di un ottimismo perduto, e i rinforzi della struttura capitalista. Il senso soverchiante di abbandono legato a tutto questo… Era decisamente il luogo perfetto dove trovare ispirazione per un album!

Il titolo del vostro debutto invece, Speak Not Of The Laudanum Quandary, [letteralmente Non si parla del dilemma del laudano] si riferisce all’ambiguità etica dei governi e della politica: l’impero britannico coltivava l’oppio in India, lo vendeva in Cina, e iniziò una guerra proprio con la Cina quando questa rese il prodotto illegale, a causa dell’aumento di tossicodipendenti nel Paese. Hostile Architecture, d’altra parte, è meno storico, più contemporaneo e universale, in un certo senso. Tematicamente, il tuo approccio alla scrittura dei testi è cambiato? Quali sono le differenze più grandi tra i due lavori?

L’approccio alla stesura dei testi è rimasto in gran parte uguale, ma questa volta sono stato più portato a nascondere meno la musica con metafore e versi poetici. Hostile Architecture è più diretto e comunica l’essenza della nostra musica in modo più efficace. Sento anche di aver messo qualcosa in più di me in questo disco, più della mia personalità e della mia voce. Speak Not… oggi mi sembra quasi arcano, nebbioso, dal punto di vista testuale; in Hostile Architecture è decisamente più semplice riconoscersi, e per questo ha più effetto. In generale, Hostile Architecture ha molta più energia, lo sento molto più coeso di quanto non sia invece Speak Not…

Con la tua musica cerchi quindi di proporre qualcosa in cui l’ascoltatore si può riconoscere, che abbia un messaggio molto diretto. Ritieni quindi l’arte un mezzo per veicolare un contenuto specifico, nel tuo caso? E all’opposto, qual è la tua opinione sull’arte intesa come pura forma di escapismo?

Secondo me l’arte è l’impulso di esprimere cose che non possono essere compiutamente articolate in altro modo. Che queste cose siano politiche o semplice divertimento, l’arte si avvicina di più a veicolare l’esperienza delle emozioni, che non a descriverle. La mia arte è politica perché la componente politica della mia vita è incontrovertibilmente legata alla mia esperienza quotidiana, alle sensazioni che provo, e questa cosa credo esca, credo si noti nella musica che faccio! L’arte come puro escapismo è una forma assolutamente valida, e non la vedo come un opposto — se è creata in modo genuino, esprime un sentimento di ricerca della semplicità, o di gioia, divertimento, controllo, tutte cose che spesso mancano nella vita delle persone. Parte della magia dell’arte è questo. Direi piuttosto che l’opposto dell’arte con un messaggio è l’arte pensata per il consumo, un tipo di manifestazione priva di significato, un simulacro dell’arte. L’arte può intrattenere ed essere divertente senza essere disonesta, fredda e sterile, che è invece come gran parte dell’industria culturale si muove oggigiorno, secondo me.

In un’altra intervista hai detto che «tutte le scelte fatte in campo architettonico avranno degli effetti sulle persone che vi interagiscono. Una volta che ho iniziato ad addentrarmi nella teoria filosofica e politica ho iniziato a notare quanto ubiquo fosse l’effetto del capitalismo neoliberale, i cui sintomi sono ovunque». Ti va di fare qualche esempio?

Inizio da un paio di esempi istituzionali: la mancanza di opzioni rilevanti nelle politiche elettorali (scegliamo questa sfumatura di capitalismo, oppure quest’altra molto peggiore?), che presentano un servizio sanitario privatizzato come una scelta, le carceri come un generatore di opportunità per l’industria che mette il carcerato e le sue capacità a frutto, l’ossessione con la salute dell’economia che viene prima di quella della popolazione, l’applicazione di dinamiche di mercato a tutti gli aspetti della vita. Molte di queste cose ci vengono propinate fin dall’infanzia come buon senso. A livello più personale, leghiamo il nostro valore come persona alla nostra produttività, a un ideale impossibile di crescita infinita, a metriche di successo quantificabili eppure prive di reale significato. Veniamo incoraggiati, e premiati, a rendere noi stessi un prodotto, a creare un brand personale con il quale siamo poi sguinzagliati nel mercato dell’umanità, da subito intrinsecamente in competizione con il nostro prossimo, dove le idee e le mode più profittevoli e meno di rottura trovano spazio per diffondersi. Il consumo sostituisce l’attivismo; il bisogno di combattere l’ingiustizia saziato da una nicchia nel mercato.

In Realismo Capitalista, Mark Fisher suggerì che una delle più grandi vittorie del capitalismo stia nel fatto che le persone hanno smesso di concepire delle alternative a esso, che prendono per assodato, immutabile e inevitabile l’attuale modello occidentale. Assieme ad altri autori estremamente brillanti degli ultimi trent’anni (David Foster Wallace forse l’esempio più facile), trovatosi ad affrontare questa verità insormontabile, si è suicidato. Qual è la tua e vostra opinione? C’è speranza, per gli Ashenspire?

Penso sia del tutto comprensibile questo sentimento di impotenza, tutto punta contro le possibilità di liberarsi da questo giogo, ed è normale essere scoraggiati e abbandonare la speranza. Tuttavia, io la penso diversamente; da quello che ho potuto vedere in questi ultimi anni, c’è del rinnovato vigore per la ricerca di un mondo migliore, e molti sono disposti a combattere per esso. Si vede, si può sentire nell’agitazione sociale legata alle ingiustizie che abbiamo visto in questi ultimi anni. Questa forza è in tutti noi. Nelle nostre comunità, nel far sì che ciascuno possa far fronte ai propri bisogni nel mondo reale. La solidarietà che sento nei confronti di altri popoli oppressi mi riempie di speranza. Credo che il realismo capitalista sia incredibilmente potente, ma non imbattibile, non eterno. C’è tanto lavoro da fare, ma non sono pronto a smettere di lavorare per e con gli altri in cerca della liberazione. Mi rattrista pensare che queste grandi menti si siano sentite inermi e sole — io sono rinfrancato dalle persone che ho intorno a me.

Hai qualche consiglio, delle idee concrete? Sei un attivista di qualche tipo? O, ancora più genericamente, come consiglieresti a qualcuno di trovare la speranza?

Unisciti a un sindacato. Se vivi in affitto, unisciti a un sindacato di locatari. Parla coi tuoi vicini, scopri se hanno bisogno di qualcosa e se li puoi aiutare in qualche modo. Attivati all’interno della tua comunità in modo aperto, con gentilezza, ascolta e mostra solidarietà. Cucina per i tuoi amici. Partecipa alle manifestazioni di piazza, protesta quando la polizia o i proprietari immobiliari fanno cacciare le persone dalle loro case. Essenzialmente questo, conosci il prossimo tuo e stagli accanto.

Hai nominato tre album che ti hanno fortemente influenzato per Echoes And Dust, e questi erano Teethed Glory And Injury degli Altar Of Plagues, Combat dei CIVIL ELEGIES e Tell Them It’s Winter di Ed Scissor & Lamplighter. Non ho potuto fare a meno di notare che tutti e tre questi album arrivano dalla stessa area geografica, due di questi sono proprio scozzesi. Quanto sei legato alla musica della tua terra, e quale collegamento credi ci sia tra musica e geografia, anche in un genere mondiale com’è il metal?

Penso sia coerente, l’arte è il prodotto delle esperienze dell’artista; l’ambiente, tanto quanto tutto il resto, dà forma all’arte e la rende qualcosa di unico. L’arte nel Regno Unito è una risposta al Regno Unito, in qualsiasi modo, e per la Scozia è lo stesso. Se stai esprimendo qualcosa attraverso l’arte in modo onesto e sincero, in particolare se fai musica, qualcosa del luogo troverà modo di riversarvisi dentro. Per me il metal è globale solo nel senso che viene consumato su scala mondiale; ogni zona ha la propria scena e i propri suoni. Certo non penso che gli Ashenspire suonerebbero allo stesso modo se fossi cresciuto in America, Brasile, a Taiwan o da qualche altra parte. Spero solo che le sfumature particolari che do alla mia musica siano qualcosa in cui le persone possano riconoscersi, anche se vivono altrove.

Spostiamoci un attimo proprio sulla musica: adoro l’utilizzo che avete fatto del sax, che trovo sia uno strumento clamorosamente sottovalutato nel mondo metal. Cosa ti ha portato a includerlo in Hostile Architecture?

È usato davvero troppo poco! Un sacco di band hanno fatto grandi cose con questo strumento, ma in particolare il mio amore per il sax in un contesto estremo arriva dal jazz e dalla musica sperimentale: Ornette Coleman, John Coltrane, Sun Ra’s Arkestra, Colin Stetson. Ovviamente il sax nel jazz è ovunque, ma è la roba di nicchia, quella che spinge al limite il suo utilizzo, ad affascinarmi di più. È uno strumento profondamente umano, che si sposa perfettamente con la voce umana a livello di frequenze, in grado di urlare e distorcersi, di essere percussivo e morbido in ugual misura. Vorrei che la mia musica fosse evocativa ed emotiva, e il sax incanala un amplissimo spettro di emozioni in modo magnifico.

Avantgarde metal è probabilmente la categorizzazione che vi si addice maggiormente, ma gli Ashenspire non finiscono lì. Personalmente ci sento molto dei Current 93, soprattutto nel modo in cui moduli la voce in Hostile Architecture, e in generale un sacco di musica out- e no-wave. Voi vi vedete parte di qualche nicchia particolare?

Non direi, no. Ci sono ovviamente un sacco di riferimenti e paragoni che puoi fare, certo, qualsiasi espressione artistica è il prodotto di tutte quelle che sono venute prima di lei, ma la musica che vorrei fare continuerà a muoversi ed evolversi, senza necessariamente seguire dei canoni specifici. Immagino che starà al tempo e a chi ci ascolta decidere come etichettarci di preciso!

Il metal estremo e l’estrema destra: per decenni è stato un rapporto assodato, ma ultimamente sempre più gruppi stanno prendendo posizione contro certe ideologie, a volte anche in modo piuttosto convinto. Avete mai avuto problemi con altri gruppi o con parte del pubblico, a causa del vostro evidente messaggio politico?

Non abbiamo mai avuto grossi problemi, a parte sporadiche eccezioni; qualche bisticcio con il troll destroide di turno su internet, un promoter qua e là, e un paio di gruppi nel Regno Unito, ma onestamente la maggior parte di chi ci ascolta e degli artisti con cui interagiamo sono sempre stati fantastici. Nei circoli all’interno dei quali ci muoviamo sembrano tutti condividere il nostro messaggio, e le persone che non lo fanno non fanno musica che apprezzo particolarmente.

Eppure a me capita di incrociare persone fantastiche così come personaggi con cui non voglio avere nulla a che fare, e suonano lo stesso genere musicale. Nella vecchia e infinita questione legata ad arte e artista, dove ti posizioni? Apprezzi musica fatta da personaggi deprecabili? Ammiri il lascito artistico di una persona con vedute e posizioni fortemente distanti dalle tue? Non c’è una risposta giusta, ma ciascuno tira una riga e pone dei limiti da qualche parte.

Arte e artista non sono due cose separate (l’artista è una parte fondamentale del contesto della sua arte, negare che l’arte abbia una contestualizzazione è negarne la sua anima), ma c’è una differenza tra fruire di un prodotto artistico e supportare le azioni della persona che l’ha creato. Gli artisti sono spesso persone che soffrono, danneggiate o traumatizzate, e reagiscono a ciò che provano esprimendosi in un determinato modo. Penso che possiamo tentare di comprendere artisti così difficili e le persone che interagiscono con loro, che apprezzano il loro operato, attraverso un’analisi critica, e una volta compresi magari possiamo trovare un modo per reagire a opinioni e comportamenti con cui siamo in disaccordo. Una contestualizzazione di questo tipo potrebbe portarci ad apprezzare meno il prodotto finale, d’altronde arte non è soltanto ciò che apprezziamo, ed è interessante scoprire a quel punto, quel prodotto, che reazione scatena in noi. Supportare invece è qualcosa di profondamente diverso, e questo è tanto più vero nel metal, dove si usa mettere in mostra ciò che apprezzi e questo diventa parte della tua personalità; penso a magliette, toppe e cose così. Rendere quell’arte, e le espressioni contenute al suo interno, parte di te, mettendole in mostra, indossandole in modo acritico, non è affatto la stessa cosa che fruire del prodotto artistico stesso.

Il contesto di un prodotto artistico è importante tanto quanto il suo contenuto. A livello personale, moltissimi album musicali mi sono piaciuti di più o di meno una volta ottenute maggiori informazioni a riguardo, una volta contestualizzati, ma anche questo fa parte dell’esperienza che ne ho avuto. Molte delle persone con cui sono in disaccordo possono essere innegabilmente capaci e talentuose e realizzare cose notevoli, ma per quanto mi riguarda il contesto non può essere del tutto ignorato, altrimenti si svaluta l’opera, che diventa puro contenuto pronto per essere consumato. Se vogliamo che l’arte abbia un significato più profondo, dobbiamo prenderne in considerazione tutti gli aspetti.

Tu e i tuoi compagni di band avete parecchi progetti attivi. Recentemente ho provato a mettere un po’ di ordine nella scena di Glasgow, ma sicuramente tu sei in grado di fare maggior chiarezza, ti va di presentarceli?

Assolutamente, Scott e Ben da più di dieci anni lavorano agli ottimi Falloch, che non hanno bisogno di presentazioni. Scott ha appena finito il debutto degli healthyliving con Amaya (che è un album incredibile), mentre Ben scrive riff black metal cattivissimi nei Barshasketh. Rylan è un compositore professionista e lavora a cose più pesanti e sperimentali negli All Men Unto Me. Per quanto riguarda me, ultimamente sono molto attivo e impegnato: sto lavorando anche io agli All Men Unto Me, a roba sludge-doom con i Forever Machine, a un progetto epic-atmospheric black-heavy metal di cui ancora non posso parlare, e faccio anche del black-death a tinte thrash con i Tyrannus.

Per concludere: quali saranno le prossime mosse degli Ashenspire?

Ci stiamo preparando per i prossimi concerti in Germania con gli Abest, e abbiamo un po’ di date in Europa per l’anno prossimo ancora non annunciate. Speriamo di riuscire a incastrare anche qualche festival nel 2023, e da qualche parte infileremo anche un po’ di sessioni di scrittura per della nuova musica, di sicuro!