Il senso dell'Absentia: chiacchierata con i Blaze Of Sorrow

Il senso dell’Absentia: chiacchierata con i Blaze Of Sorrow

Quando ci si imbatte in un gruppo valido, si rischia di essere pervasi dalla curiosità di saperne vita, morte e miracoli, soprattutto se il gruppo in questione si chiama Blaze Of Sorrow e ha appena consegnato al pubblico un disco altrettanto valido quale è Absentia. Con questa fame di conoscenza, altrimenti etichettabile come curiosità degna di una bertuccia, mi sono apprestata a una chiacchierata con Peter e V., rispettivamente il fondatore e l’attuale bassista del gruppo, nella quale mi hanno aiutato a sviscerare i punti salienti di Absentia e di cosa significhi fare musica, hic et nunc, per loro, seppure in un momento delicato per i live come quello attuale. Li ringrazio nuovamente per la gentilezza, la disponibilità e le risposte esaurienti che mi hanno fornito.


Partiamo subito con la prima domanda relativa al nuovo album: in un’intervista di qualche anno fa, ricordo di aver letto che Astri [il disco precedente, del 2017] rappresentava la fine di un capitolo. Che fase si è inaugurata con Absentia?

Peter: Innanzitutto, Astri era la fine di un capitolo per quanto riguarda la line-up del gruppo di per sè. Ho cominciato da solo, nel 2012 eravamo in due e adesso, per la prima volta, siamo in quattro. Si tratta di un nuovo capitolo per quanto riguarda la composizione e l’esecuzione del tutto, in quanto riuscire a suonare in quattro e comporre in quattro è un’altra cosa. Dal punto di vista musicale, questa volta abbiamo deciso di aprire a varie influenze che prima magari potevano essere precluse o fraintese; ora, invece, non abbiamo alcun tipo di vincolo o obbligo, ci siamo sentiti liberi di inserire qualcosa che potesse suonar bene.

Infatti ascoltando Absentia in molti punti mi è sembrato di sentire rimandi a gruppi molto malinconici, che negli album precedenti non erano così evidenti, come i Katatonia e a volte anche gli Alcest.

Peter: Ci può stare, assolutamente. Sono gruppi che un po’ tutti ascoltiamo, è chiaro che quando si compone non ci si basa su qualcosa di già sentito, anche se ci sono miliardi di gruppi con miliardi di pezzi, l’assonanza e l’influenza ci sono dappertutto.

Ora siete quattro cervelli che ragionano nel mettere insieme le canzoni. Che tipo di iter avete seguito per comporre i pezzi?

Peter: Io scrivo delle bozze, poi in studio le raffiniamo tutti e quattro insieme, per cui si lavora e si riprova fin quando non siamo tutti abbastanza soddisfatti, in modo da avere un quadro generale abbastanza definito anche in sala prove. I testi, invece, vengono aggiunti in un secondo momento.

V.: È strano essere in quattro, perché eravamo abituati ad avere Pietro che preparava il pacchetto e semplicemente lo si suonava. È quasi magico poter partecipare ad aggiungere dei pezzi. In realtà la parte principale della musica la compone e propone lui, dopodichè in alcuni casi la si lascia com’è, in altri si fanno delle modifiche. La cosa molto bella dell’avere un chitarrista come il nostro [A.S.], anche se in realtà era da anni che lavorava con noi, è che gli spunti melodici sono un valore aggiunto veramente forte.

Parliamo, invece, dei testi. Essendo interessata alla mitologia e alla cultura classica, ho notato che ci sono diversi riferimenti mitologici, come ad esempio in “Hybris”, che cita Sisifo, oppure “Notturna”, che narra della profetessa Manto, la quale, dopo un lungo peregrinare, sarebbe giunta nella zona paludosa dove poi è sorta la città di Mantova. L’interesse verso queste tematiche è pregresso o avete fatto delle ricerche particolari per il disco?

V: Per quanto mi riguarda, io vivo di queste cose [insegna Storia e filosofia]. In “Hybris”, che hai citato, si parla proprio del mito di Sisifo, partendo dal saggio di Camus, poi “Cupio Dissolvi”, anche se può far strano, è una specie di rielaborazione dell’episodio del giardino del Gethsemane, con la visione del calice e del rifiutare.

Peter: Il testo di “Notturna” è stato scritto tenendo in considerazione la leggenda di Manto, che fin da piccoli ci hanno raccontato, dal momento che siamo mantovani e viviamo a pochi metri da Palazzo Te e Palazzo Ducale. Durante gli anni ho sempre inserito riferimenti mitologici più o meno velati anche in altre cose, ma sei la prima ad averli notati, perché magari spesso ci si limita a leggere il testo, ma non se ne comprendono i riferimenti.

Anche “Settimo Requiem” [brano introduttivo al disco] è una citazione mitologica?

Peter: “Settimo Requiem” rappresenta un viaggio introspettivo verso la propria fine, che non coincide necessariamente con quella della vita, ma può essere vista come una sorta di resa o non resa [nel senso di arrendersi] agli eventi che ci circondano. Diciamo che è una fine imposta, a cui si cerca di resistere e per cui ci si finisce per sacrificare.

Dunque i brani si ispirano, in qualche modo, anche alla situazione che stiamo vivendo.

V: I testi e, credo, anche la nostra musica sono decisamente ispirati alla situazione attuale, sia in Europa, che nel mondo. Credo sia una situazione d’incertezza [ispirata anche dal titolo stesso di Absentia], il che non vuol dire per forza vivere una vita disperata, che ruoti su se stessa. Bisognerebbe, anzi, cercare di trovare dei punti fermi, provare a dare una lettura di quest’incertezza, trovarle un senso.

È una lettura molto interessante, considerando che quest’incertezza, per molti gruppi, si traduce nella distruzione totale.

V: il pacchetto Morte-distruzione-Satana funziona sempre, ma si cerca di maturare, di proseguire, per slegarsi da sistemi che sono diventati una moda per forza, del tipo che non è detto che se suono black metal allora in un certo modo bisogna parlare per forza di alberi e carri armati, oppure che se faccio del power metal debba per forza parlare di vichinghi con le spade lucenti.

Parliamo di “Sonno D’Eterno”, uno dei brani che personalmente ho apprezzato di più, con un videoclip molto suggestivo. Quali sono i luoghi che vi appaiono?

Peter: Il video è stato girato da un regista spagnolo [David Muñoz Pérez] e registrato in due fasi: prima abbiamo realizzato le parti in cui suoniamo e lui ha poi registrato il resto. Gli abbiamo dato delle direttive, dopodichè abbiamo scelto dei paesaggi da lui ripresi durante i suoi viaggi , mantenendo comunque un filo conduttore.

V: Un dubbio molto forte riguardo a cosa fare con quel video era il fatto di inserire o meno una storia, una narrazione. Invece, non succede nulla, un po’ per enfatizzare l’impianto generale del disco, che è poi quello dell’Absentia del titolo. Credo che lasci un senso di attesa totale, che però alla fine non viene soddisfatto, forse guardandolo si rimane quasi male, ma era quello che volevamo ottenere.

In merito alla componente visuale, anche guardando le copertine dei vostri album, si ha spesso un’impressione di indefinito e incompiuto, mentre le immagini evocate all’interno dei testi sono molto vivide. La vostra musica punta ad evocare più immagini o più sentimenti?

Peter: Entrambe le cose. La copertina è astratta perché vuole attrarre l’attenzione sul disco ma non vuole rivelare troppo, altrimenti sarebbe come vedere un film da cui è tratto un libro senza averlo prima letto. Ognuno deve formare la propria idea, la propria immagine e la propria emozione, perciò l’artwork deve essere velato, deve fare semplicemente da introduzione alla musica, che deve essere scoperta attraverso l’ascolto stesso. Per quanto riguarda la creazione degli artwork, ho sempre lasciato fare l’artista, mi sono limitato a dare qualche indicazione ma ho sempre lasciato che dipingesse quello che la musica gli trasmetteva, pur mantenendo questa astrazione, questo effetto vedo-non vedo. […] Non ho mai voluto dare un’impostazione precisa, ho avuto la fortuna di collaborare con due persone durante tutti questi anni e nella maggioranza dei casi, quando mi hanno inviato la loro versione della musica, sono sempre rimasto soddisfatto, senza che ci fosse bisogno di influenzarli più di tanto.

Tra i brani di Absentia, ce n’è uno a cui siete più legati, anche a livello personale?

V: Credo sia “Cupio Dissolvi” perché mi ha dato un piacere quasi fisico l’idea di poter definire un testo e legarlo con la musica. Sono molto contento del risultato, perché secondo me più passa il tempo e più ci si riesce a liberare dei legacci preimpostati. Questo a tanti può far storcere il naso, di questo sono sicuro, perchè quando si esce da uno schema prestabilito si perdono dei punti di riferimento e la cosa può essere vista come un grande tradimento. Tuttavia, penso che con il tempo si possa aver ragione, o almeno si possa dire di essere andati avanti, almeno un pezzetto.

Peter: Io direi “Sonno D’Eterno”, secondo me è una canzone che racchiude tutte le atmosfere del disco ed è, credo, quella che suona meglio alle mie orecchie. Allo stesso tempo, anche “Morte Di Un Immortale” mi ha aiutato molto, avendo una passione repressa per la musica folk, di cui ho sempre inserito, qua e là, dei richiami, è una cosa che mi piace tantissimo fare. Ho scritto numerosi pezzi folk nel corso degli anni che non ho mai inserito nei dischi, li sto rielaborando in questi giorni e non so se prima o poi farò un EP con questi pezzi. Ci sto lavorando, ci vorrà un po’, vedremo.

I Blaze Of Sorrow esistono ormai da più di dieci anni, ma come vi vedete fra un altro decennio?

V: Aiuto! [ride] penso esattamente come adesso, suonando per il piacere che dà, senza aver l’aspirazione a vivere veramente di questa cosa. Credo che questo abbia il lato negativo di accomunare tutti quelli che a tredici anni rispondono di voler fare la rockstar da grandi. D’altro canto, però, ti lascia la libertà di non dover dare conto a nessuno.

Peter: Io sono costantemente insoddisfatto di quello che faccio: nel momento in cui registro, mixo, viene fatto il mastering e tutto il resto, alla fine del disco c’è sempre qualcosa che non va bene. Questo paradossalmente mi porta a continuare, a sperimentare tentando di correggere quello che non funzionava nel disco precedente, diciamo che è una sorta di condanna per me, e lo è anche per loro che devono sopportare questa cosa. Se mai arriverà un momento in cui sarò soddisfatto di un disco, probabilmente smetterò.

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