Bodoni live: Grunge è chi grunge fa!

Bodoni live: Grunge è chi grunge fa!

Domestik Violence è il secondo album della band ferrarese Bodoni. Cogliamo al volo la possibilità di intervistarli prima che aprano il concerto degli Aymara al Garage Pub di Roncadelle (BS). L’atmosfera è calda nonostante sia una sera sul finire di ottobre; tra mascherine, distanziamenti e problemi fonici si sente comunque la voglia di musica live. Incontriamo quindi la band fuori dal locale.


Andiamo per ordine. Avete l’aria di essere amici da una vita. Nel garage di chi ci si trovava a provare?

Parme: No, in realtà noi tre — io al basso, Memo alla chitarra e seconda voce e Danny alla batteria — ci conosciamo da parecchi anni ormai. Con Memo avevamo suonato un po’ qualche anno fa, però in realtà ho ripreso a suonare grazie, o per colpa di, Nico, voce e chitarra. Ci siamo conosciuti suonando e ora sono la sua croce! Praticamente io non suonavo davvero con una band ormai da parecchi anni, quindi per me in realtà è stata la molla per ripartire.

Nico: Danny in realtà lo conosco da una vita, perché giravamo nella stessa piazza di paese, c’era una grande compagnia di Ferrara dove ci siamo conosciuti. Gente dalle frazioni dei paesini di provincia ed era nella mia stessa scuola elementare.

Danny: Il suo cane veniva a ingroppare le mie cagne, soprattutto [risate].

Parme: E comunque, per rispondere alla domanda, no non siamo la classica band di sbarbati che insieme sono arrivati fino a qua. Suoniamo invece dal 2017. C’è stato un cambio di formazione, perché Memo è subentrato dopo, però siamo partiti da subito con l’idea abbastanza chiara di fare roba nostra, di suonare live in giro. Per me è una cosa importante, è fondamentale fare live. C’è stata una parentesi di registrazioni per sopravvivenza, però la musica è dal vivo ed essendo io un fruitore della musica dal vivo mi piace l’idea che un po’ ritorni così, andare in giro, sbattersi, conoscere persone, è fondamentalmente una cosa di socialità.

Sapreste descrivermi il momento in cui avete scelto di fare grunge? E, soprattutto, perché il grunge? C’è qualche album che vi ha ispirato particolarmente?

Parme: Parlo per me, il grunge è la musica con cui sono cresciuto. Ma che alla fine che cos’è? Che musica è? È metal? È punk-hard rock? È tutto e niente, ha preso un sacco di strade diverse. È più un fattore culturale.

Nico: Sì, il grunge è tutto e niente. Gli Alice In Chains erano metal, i Nirvana erano punk? I Pearl Jam altro ancora. Diciamo che il grunge è quel movimento che è nato a Seattle…

Parme: E soprattutto perché tu [rivolto a Nico] hai questa voce qua, se avevi una voce del cazzo eravamo dei punkettari marci o dei power pop! Noi siamo grunge perché a voi ricordiamo il grunge.

Quindi tu mi stai dicendo che siccome spontaneamente avete creato questa cosa, e questa cosa assomiglia al grunge, allora siete grunge.

Parme: Secondo me sì, ma questa è la mia risposta.

È un po’ come se lo aveste reinventato.

Parme: Io non mi sbilancio, l’hai detto tu! [risate] È ovvio che ci sono tanti richiami, però è la musica con cui sono cresciuto alle superiori, i Nirvana erano la base.

Nico: Però ci fu detto dal fonico alla festa della Curva Ovest di Ferrara: merda, siete proprio grunge! Allora lì abbiamo accettato questa etichetta.

Memo: Il nostro obiettivo non è sicuramente quello di riempire stadi, e neanche il portafoglio. Piuttosto è suonare, conoscere gente, girare, creare e scrivere dei pezzi propri e avere soddisfazione. Questo non ha etichetta.

Nico: Io sono partito per esempio con i Green Day e mi ero innamorato di “Basket Case”. Poi a partire da lì c’è un’evoluzione, si cresce, quel suono lì poi ti sembra un po’ troppo pop, molto studiato per fare determinate cose, anche fatte bene, però alla lunga stancano. E quindi continui a ricercare qualcosa, finché non trovi quali sono quei gruppi che veramente ti piacciono. Cioè tu per esempio nasci con quei gruppi come i Maneskin, che sono pop, ma ascoltarli ti porta a ricercare con più profondità altri gruppi di questo genere, o altri generi, e scopri qual è finalmente il tuo suono.

Parme: È in sostanza il gruppo di cui ti vergogni, diciamocelo, io ascoltavo gli U2 per esempio! Però oggi ti direi i Clash.

Danny: Io sicuramente i Rage Against The Machine. Sono stati la mia massima ispirazione. Io non vengo prettamente dalle band grunge, ho sempre suonato altre cose, ma ho deciso di cambiare genere musicale quando ho incontrato Nico coi Bodoni e mi hanno fatto scoprire il mondo grunge, che per me non era proprio nelle mie corde. L’ho riscoperto, mi è piaciuto e ho abbandonato il resto, anche se ho altre influenze, metal e anche rap.

Nico: Sei pronto? [ride] Io gli Wizard! Cioè, buttano fuori dei dischi di merda, ma una canzone decente c’è sempre. In ogni film Disney che esce una canzone dei Wizard c’è, loro sono i veri venduti! Ma c’è anche nel grunge ‘sta cosa fondamentalmente legata alla cultura della vendita. I Nirvana, gli Alice In Chains, tutti i top four del grunge non si sono mai tirati indietro di fronte a MTV.

Parme: Secondo me è una cosa molto italiana il discorso di vendersi o non vendersi, cioè negli Stati Uniti è un po’ diverso.

Nico: Sì infatti i Green Day furono molto criticati quando uscì Dookie. Ma anche i NOFX avevano venduto un casino, eppure c’erano anche tutti quei gruppi che hanno sempre fatto i cazzi loro. Diciamo che spesso è l’attenzione dei media che ti rende quello che sei, però tutti i testi erano abbastanza introspettivi. A prescindere dalla fama, il tema era sempre il disagio e la necessità di sfogarsi. Quello era grunge.

Parme: Vero, i Mad Season per esempio erano blues. Il grunge non è mai stato uniforme, aveva tante facce, è stato un contenitore e spesso anche molto capitalista. A MTV in quel periodo andava quel tipo di suono lì. C’erano in quegli anni i testi dei Guns n’ Roses per esempio che erano tutta una gran vita di sole e figa, invece il grunge era della gente che se la viveva male. La cosa in comune non era un suono ma era un’atmosfera, un’idea, uno stile di vita.

A questo proposito possiamo dire con sicurezza quindi che il grunge è stato, ed è ancora, portavoce del disagio, giovanile e non solo, che generalmente si manifesta in rabbia, depressione e angoscia. C’è un altro genere musicale però che di solito è associato a queste emozioni, ed è il metal: oggigiorno, cosa hanno da spartire questi due filoni?

Nico: Partendo dal contesto storico, sai che già allora il rock era l’hair-spray dei Whitesnake, Bon Jovi, gli Status Quo, insomma quel rock lì. In quegli stessi anni però se tu ascolti i primi dischi degli Alice In Chains per esempio è chiaro che non sono di gente allegra. Grunge e metal erano imparentati allora e forse oggi si sono mescolati ancora di più. Le persone tendenzialmente, anche della nostra età e senza grandi interessi musicali, quando ascoltano le nostre cose o le cose che ascoltiamo noi le definirebbero metal, però alla fine questi sono tecnicismi.

Parme: La musica deve dare una pacca, no?! Quindi che la si suoni in un modo o nell’altro, se ti riconosci in una cosa che ti dà un certo tipo di messaggio, il modo sarà solo una lingua con cui ti esprimi. Il messaggio è lo stesso, ma che tu faccia hip hop o cantautorato o metal è il modo in cui lo fai che fa differenza, è quello che deve essere di impatto.

Quindi non è una questione di contenuto, ma è una questione di linguaggio.

Danny: Sì, io stesso ho fatto un percorso partito dal metal e approdato al grunge. È passato del tempo, adesso vorrei ascoltare dei dischi che magari ti aprono un mondo ma che al tempo avevo snobbato solo perché il sound non era attraente.

Ora mi piacerebbe entrare un po’ nello specifico di Domestik Violence. Avete definito l’album un almost–concept, cosa significa? Tra una traccia e l’altra si affrontano temi sociali molto diversi. “Lipstick” racconta la rabbia e la gelosia, “Midtown Massacre” invece degli scontri in Venezuela e “Influencer Influenza” della tossicità dei social. Ascoltandolo mi sono chiesto quindi quale fosse, se c’è, il minimo comune denominatore.

Nico: Beh, i testi li ho scritti tutti io. Domestik Violence è fondamentalmente una storia di coppia. Inizia, si evolve e finisce. Questa fine della relazione non è da intendersi in maniera negativa, come una brutta rottura, è piuttosto il racconto di una storia che ha un’evoluzione attraverso le sue confusioni. “Coming Over”, per esempio, è quel punto della relazione in cui non sai bene dove sei: siamo insieme? Non siamo insieme? Vieni a casa mia, sì, però dove finiremo? Per “Midtown Massacre”, invece, io sono nord irlandese e quindi scontri del genere li ho vissuti. Rivedendoli in televisione, mi hanno ricordato alcuni eventi personali, sentivo quindi vicinanza a quelle persone che stavano subendo violenze immersi nella povertà assoluta. Questi scontri erano figli di una rabbia legittima e noi purtroppo, soprattutto in Europa, soprattutto nei Paesi del primo mondo, non abbiamo più la forza di esternarla. Scontri così violenti, così grossi, ma fatti per giuste cause, come la loro che era la mancanza di cibo, pur non giustificando la violenza e la rabbia a priori. Ritengo che noi come società non siamo più in grado di incazzarci per i torti che subiamo, di qualsiasi tipo. I nostri torti durano un quarto d’ora. Io, faccio un esempio, mi metto nei panni di uno che oggi ha dovuto chiudere per via della pandemia il proprio locale, tutti sono dalla mia parte per questo quarto d’ora, dedicato soprattutto attraverso i social, e poi ce ne dimentichiamo. Oppure come il Black Lives Matter. Finiscono per essere attenzioni che durano poco perché ci deconcentriamo immediatamente.

Parme: Così infatti nasce un pezzo come “Influencer Influenza”. Tutti possono avere il loro quarto d’ora di celebrità sui social, che però è completamente distaccato dalla realtà. È tutto usa e getta. Anche i fatti più tremendi sono gettati in pasto come una cronaca qualsiasi, tutto ciò che possa catalizzare l’attenzione viene venduto e dato in pasto alla gente che ne vuole sempre di più.

Nico: Esatto! Come ‘sta storia del green pass e dei fondi europei. Nessuno sa dove si andranno a spendere ‘sti mega miliardi che sono arrivati. Parlano dell’80% di vaccinati un altro 20% che fa i cazzi propri, ma nel frattempo abbiamo tanti di quei miliardi da spendere ma nessuno ci dice un cazzo a proposito, come fosse una cosa secondaria. Per i giornali è più importante farti incazzare raccontando dei tafferugli a Roma piuttosto che spiegare e approfondire il piano di spesa pubblica.

Parme: Infatti, sei bombardato di notizie e non c’è una bussola per orientarsi. Non ti fidi mai di nessuno; non ti fidi del maiale ma neanche dal macellaio, è difficile trovare una quadra.

Nico: Come nei social: tu sfogli e passi da un’informazione a un’altra ma non hai mai il tempo di leggere tutti gli articoli per intero. Sei bombardato di articoli che alla fine fanno solo clickbait.

A questo proposito, infatti, come secondo singolo estratto io mi aspettavo “Influenzer Influenza”. Invece sono stato piacevolmente sorpreso che abbiate scelto “Where The River Flows”; un pezzo decisamente più intimo in stile Kyuss, se me lo permettete.

Parme: Non è che c’è stata grande intenzionalità. Non siamo così studiati! [ride] Ci piaceva, era un pezzo differente e volevamo farlo uscire.

Danny: Faceva molto lockdown, era il momento giusto.

Parme: E poi era un pezzo più nuovo, partorito col cambio di formazione e rispondeva di più all’ispirazione del momento, non l’abbiamo pianificato.

Nico: Come tutte le nostre canzoni è nata prima musicalmente, mentre il testo è nato in un momento personalmente difficile durante la pandemia. Stava arrivando l’inverno, avevamo già fatto un anno intero rinchiusi in casa, ero proprio a terra e sentivo il bisogno di qualcuno che però non c’era più. Questa è la canzone che infatti chiude il concept dell’album.

Mi precedi quindi sull’ultima domanda: come avete vissuto la pandemia?

Nico: Ma in realtà non così male. Lavoro distante da casa e ho bisogno di almeno due ore di viaggio, per cui scendere dal letto e accendere il PC era comodo. Però c’era sempre l’angoscia di una possibile altra ondata. Sempre numeri su numeri su numeri, sembrava un bollettino di guerra. Ero sempre lì ad aspettare e a fare il refresh della pagina del giornale del paese per vedere i contagi effettivi del paese.

E ora com’è la riposta della gente ai concerti?

Danny: Nei concerti per ora c’è molto relax e forse la gente si è un po’ disabituata alla situazione live. È chiaro: siamo stati costretti in una situazione di asocialità per un anno e tuttora si è un po’ confusi dalle regole. Posso ballare o non posso ballare? Ma devo mettermi la mascherina? Insomma ti prende quello scrupolo in più. Non sai se puoi avvicinarti al palco o meno.

Parme: Quando abbiamo fatto il primo concerto del nuovo tour quest’anno, io mi sono divertito tanto lo stesso, anche se la gente era tutta seduta. Per quanto in realtà rispondessero bene alla musica, alla fine erano tutti seduti ed è una roba diversa. Anche se in media c’è più gente in confronto alle dieci persone a pogare sotto il palco come eravamo abituati, la risposta è completamente diversa. Per me è bello il discorso del contatto, vedo il ritorno effettivo di quello che ti do. Così è decisamente meno. Infatti tante band e tanti locali purtroppo hanno perso la voglia. È una prova in più, chi lo vuol fare lo fa, altrimenti devi smettere.

Nico: L’umanità si è evoluta suonando le pelli attorno a un fuoco, a cielo aperto. Torneremo lì se serve.