Montagne, eclissi e black metal: intervista ai C.L.I.

Montagne, eclissi e black metal: intervista ai C.L.I. (Cruel Life Inside)

È da tempo immemore che aspettavo Eclipsis Vitae, primo album della band calabrese Cruel Life Inside, previsto inizialmente per inizio 2020 ma poi posticipato di un anno a causa della pandemia. Ho colto l’occasione per fare una lunga chiacchierata con i ragazzi della band e sviscerare il loro debutto in ogni dettaglio, da buon lettore avido di curiosità e un po’ nerd quale sono.


Ciao ragazzi, innanzitutto grazie per averci concesso questa intervista. Partiamo subito da una domanda classica: quando nasce il progetto Cruel Life Inside? E da dove prende il nome?

Francesco: Innanzitutto grazie per questa intervista. Siamo sempre stati dei grandi lettori di Aristocrazia, webzine grazie alla quale abbiamo scoperto molti dei gruppi che apprezziamo e che ci hanno influenzati. I C.L.I. sono nati nel 2017 come un progetto goliardico attraverso il quale volevo trasporre in chiave black metal alcune canzoni della tradizione popolare calabrese. Per quanto il progetto fosse nato senza alcuna pretesa, feci ascoltare le mie composizioni a Giandomenico, con cui conducevo una trasmissione radio nella mia università, e grazie al quale mi resi conto che poteva essere un qualcosa di più importante, tanto che lui stesso aveva espresso la volontà di partecipare al progetto. All’inizio il nome era Cuturelle Libere E Indipendenti: dalla località Cuturelle all’interno del comune di San Giovanni in Fiore, da cui Brisinda proviene. Questa sigla C.L.I. mi piaceva, cosi una sera, cercando di trovare un giusto nome per un progetto serio, ho pensato a Cruel Life Inside, complice anche il fatto che vivevamo un periodaccio e che la musica doveva servirci da valvola di sfogo. All’inizio il cantante designato era Giandomenico, che si era già occupato delle parti vocali nei Dripping Sin, ma in seguito ci siamo resi conto che ci voleva qualcosa di più adatto al genere, così contattammo Angelo, che aveva già cantato nei Forgotten Hope.

Angelo: Ho accettato subito la proposta di Francesco visto che ascolto tantissimo black e depressive, e già dal nome ero convinto. Non facevo più metal dal 2012, anno in cui conclusi la mia esperienza con i Forgotten Hope, e questa mi era sembrata la giusta occasione per tornare a cantare!

Siete tutti originari della Sila?

F: No, io sono di San Giovanni in Fiore, Angelo di Frascineto e Giandomenico di Soverato. La Sila è stata un punto d’incontro per tutti e tre, anche se con gli album futuri pensiamo di parlare anche di altre zone della Calabria.

Qual è stato l’iter che ha portato alla genesi di Eclipsis Vitae? Quanto tempo vi ci è voluto per comporre, registrare e mixare l’album?

F: Devi sapere che molte delle parti delle canzoni provengono da un mio progetto raw di quando avevo 14 anni, chiamato Nosfer. La parte iniziale di “Cletus”, ad esempio, deriva da una canzone che avevo scritto all’epoca.

Giando: Io avevo persino ascoltato le canzoni dei Nosfer su Myspace.

F: Eclipsis Vitae ha avuto una lunghissima gestazione. Pensavo che alcuni di quei vecchi riff meritassero una seconda vita, quindi li ho ripresi e riutilizzati, mettendoli insieme in maniera coerente. All’interno di un brano di Eclipsis Vitae possiamo trovare dei pezzi di varie canzoni dei Nosfer: “Fletus” e “Ignis” ne sono un esempio, mentre “Loricum” e “Vernum” le ho composte ex-novo. Ho iniziato a mettermi al lavoro nel 2017, realizzando le tracce midi e registrando qualche traccia di chitarra. Nel 2018 abbiamo registrato le chitarre e il basso, e nel 2019 abbiamo rilasciato il nostro singolo “Loricum”, dopodiché la pandemia ha stravolto tutti i nostri piani. Avremmo dovuto pubblicare l’album a febbraio 2020 ma è stato impossibile, così ci siamo rimboccati le maniche cercando di far combaciare i nostri impegni con le registrazioni. Per mixare e masterizzare il tutto ci è voluto poco, e il merito è anche di Gianluca Molè (Zora, Glacial Fear e Minervium), al quale va un grandissimo ringraziamento.

A: Voglio aggiungere che il nostro è un prodotto fatto al 100% in casa, con le nostre schede audio, non siamo mai andati in studio.

G: Lo sprint finale c’è stato tra fine novembre e inizio dicembre, diciamo che a inizio gennaio tutto era già pronto.

Altra domanda classica: quali sono le vostre influenze musicali e non? Nel disco traspare una certa attenzione e propensione alle melodie, in particolare ho sentito l’influenza degli Agalloch, specie nelle parti acustiche, e degli Emperor, e anche un po’ di un certo black metal greco al livello dei lead di chitarra. Quali sono le band che più vi hanno influenzato?

F: Sicuramente il Cascadian ci ha molto influenzati, anche se i miei tre gruppi preferiti in ambito black sono gli Agalloch, i Woods Of Desolation e i ColdWorld. L’influenza mediterranea negli assoli è dovuta al fatto che amiamo i Rotting Christ, anche se in fase di composizione e registrazione non ci ho pensato più di tanto, credo sia un’influenza inconscia. Gli Emperor poi sono la base, ma in quest’album c’è di tutto e ognuno di noi ha messo il suo: io l’atmospheric, Angelo il DSBM, Giando il doom. Abbiamo unito tutte le nostre influenze.

«Quando ho composto questi pezzi io ero letteralmente nei boschi, la mia stessa casa è circondata da alberi.»

La natura della Sila sembra permeare tutto il disco: dalla copertina ai titoli — “Loricum” prende il nome da Lorica, località in cui si trova il lago Arvo, se non erro — ai suoni naturali che compongono l’intro “Dolor”. Parlando di influenze, quale è stato il peso della natura e del folklore locale e quali altre influenze extra-musicali hanno contribuito alla scrittura dei brani?

F: Per quanto riguarda le influenze extramusicali, c’è tutto l’immaginario legato alla nostra terra: quando ho composto questi pezzi io ero letteralmente nei boschi, la mia stessa casa è circondata da alberi. Altre influenze extramusicali vengono dall’astrofotografia, cosa che si può facilmente apprezzare dalla copertina e dal booklet. Questo immaginario di cieli stellati e sognanti sovrastanti i boschi della Sila funge da perfetto sfondo per i pezzi dei C.L.I. “Vernum” è un riferimento indiretto alla Calabria; in latino vernum significa primaverile, viernu in dialetto silano significa inverno. Abbiamo usato questo dualismo proprio per trasmettere emozioni contrastanti, e questa cosa non è stata colta da tutti.

A: C’è tanta Calabria anche nell’artwork e nelle foto: sono tutte scattate da Francesco nella zona in cui abita.

Volevo complimentarmi con Angelo per il suo stile vocale versatile, che abbiamo già potuto apprezzare ai tempi dei Forgotten Hope. Le tue scelte sono dettate dall’istinto o da una precisa riflessione sui testi e sulla struttura dei brani?

A: Innanzitutto, grazie per aver apprezzato le parti vocali. Con Francesco abbiamo parlato diverse volte di come strutturarle nei brani. Io ho cercato di pormi in maniera soft e senza strafare, apportando le mie influenze DSBM svedesi e dei Gorgoroth per quanto riguarda lo screaming, cercando di valorizzare i brani senza snaturarli.

F: Ho sempre detto ad Angelo di cercare di sentire ogni traccia mentre la cantava, e ci è riuscito in pieno, riuscendo a immedesimarsi in ogni pezzo. In “Loricum” la voce è viva, forte, quasi gioiosa, mentre in “Fletus” cerca di esprimere un pianto, un lamento, un dolore. In quest’album nulla è lasciato al caso.

In diverse parti dell’album si possono ascoltare dei suoni naturali, dal cinguettio degli uccelli allo scrosciare della pioggia: si tratta di suoni registrati da voi?

F: Avrei voluto registrare io stesso i suoni, ma poi con il lockdown non è stato possibile, quindi ho trovato dei suoni nel public domain che poi ho modificato e mixato. Sicuramente in occasione del prossimo album cercheremo di registrarli noi stessi.

Come nasce un brano dei Cruel Life Inside? La composizione è affidata a una sola persona o è frutto di una collaborazione?

F: Io ci ho messo le idee di base, la struttura dei brani, le tracce di batteria e i riff. Per quanto riguarda il basso, ho dato delle linee guida ma Giandomenico ha composto le sue riuscendo ad arricchire notevolmente i pezzi, specie nella seconda parte di “Loricum”, in cui il basso ha migliorato notevolmente il brano rispetto a come l’avevo concepito inizialmente. Per quanto riguarda la voce, Angelo ha praticamente cantato come voleva e ha fatto benissimo, dato che ha saputo interpretare i pezzi alla perfezione e molto meglio di quanto avessi potuto immaginare.

A: Io in realtà ho realizzato differenti prove che poi inviavo a Francesco, è lui che ha scelto quelle che meglio si adattavano ai pezzi.

F: Il fatto di aver arricchito la mia idea di base rende Giando e Angelo dei compositori a tutti gli effetti.

«Abbiamo studiato nei minimi dettagli come trasmettere le emozioni legate a ogni brano e anche le sbavature sono volute: in esse c’è tutta la disperazione e la frustrazione di quel periodo.»

Su Bandcamp descrivete l’album come una sorta di viaggio tra emozioni forti e contrastanti e momenti della vita quotidiana, pur facendo comunque sempre riferimento alla Sila come una sorta di oasi di pace o ancora come un luogo mistico. Possiamo considerare dunque Eclipsis Vitae come un concept album?

F: Assolutamente sì, il titolo stesso significa eclissi della vita cioè un momento di tristezza, di malinconia, qualcosa di spiacevole ma transitorio e dal finale sempre positivo. L’album inizia con un temporale e termina con gli uccellini e i suoni del bosco che danno una sensazione di serenità, quindi è un vero e proprio concept album in cui si attraversano diverse emozioni. Si passa da una fase di rabbia (“Ignis”) a una fase di pianto e di dolore (“Fletus”), a una di redenzione (“Vernum”) in cui la voglia di rinascita predomina, alla vera e propria rinascita (“Loricum”), fino ad arrivare alla traccia finale, “Cura”, in cui c’è quest’atmosfera angosciante che vuole comunicare la fine di questo momento difficile, evocando allo stesso tempo la possibilità che si possa ripetere nel futuro, anche se in maniera meno traumatica, visto che si avrà l’esperienza per fronteggiarlo. Ripeto che l’album è stato concepito in un momento estremamente difficile per tutti e tre, quindi le difficoltà ci hanno ispirato questo concept e la musica è stata anche una sorta di valvola di sfogo.

A: Aggiungo che questo è un disco di consapevolezze, perché dentro ci trovi varie fasi della nostra vita, e il fatto che sia uscito nel 2021 ci sta proprio ad hoc, perché siamo in una fase di transizione e con tanti interrogativi. Si tratta di un album decisamente fatto per essere ascoltato in questo periodo.

F: Tieni conto che “Fletus” è stata registrata in pieno lockdown, quindi anche le minime cose sono state fatte con un velo di disperazione, dalle voci alle chitarre che, al contrario di “Loricum”, non sono pulite e precise, ma presentano qualche sbavatura. Ci tengo a sottolineare proprio il fatto che anche le sbavature di questo disco derivano da uno stato d’animo: abbiamo studiato nei minimi dettagli come trasmettere le emozioni legate a ogni brano e anche le sbavature sono volute: in esse c’è tutta la disperazione e la frustrazione di quel periodo.

Come è nata la collaborazione con l’etichetta russa Casus Belli?

F: La Casus Belli è stata una delle prime etichette che abbiamo contattato: l’avevamo interpellata ai tempi del singolo “Loricum” e già all’epoca aveva mostrato interesse per il progetto. Non abbiamo voluto stampare il singolo, ma abbiamo lasciato la collaborazione in standby fino alla realizzazione del disco. Il giorno dopo aver scelto uno tra i ben sette master realizzati (di cui Angelo conserva gelosamente le copie) l’abbiamo inviato e tre giorni dopo Dimitri ci ha risposto dicendo che gli piaceva e avrebbe voluto produrre il disco. Abbiamo sempre apprezzato la Casus Belli poiché ha prodotto diversi artisti che a noi piacciono molto: basti pensare a Ramihrdus ma anche Nebula Orionis, quindi abbiamo pensato che sarebbe stato bello far parte del loro roster. Una volta ricevuta la risposta positiva, abbiamo subito smesso di contattare le altre etichette. Un’altra cosa che ci ha spinti a collaborare con loro è la bellezza e la cura che mettono nei loro digipak.

A: Tra l’altro sono persone straordinarie.

F: Peraltro ho scoperto Nebula Orionis grazie alla vostra recensione. Nel loro roster ci sono anche gli Skyforest, che apprezziamo molto.

A: Molto spesso si collabora più facilmente con le etichette straniere. Con la gente di Casus Belli è nato subito un ottimo rapporto, sia professionale che umano, siamo diventati subito amici con Dimitri, Sergei e Yuri.

G: Sono sempre stati onesti e chiari, e hanno riconosciuto sin da subito i propri limiti. Tale onestà non si trova facilmente in tutte le etichette.

F: Sia chiaro, alcune etichette italiane sono fantastiche ma purtroppo non facevano per noi, il nostro è un lavoro ancora casalingo. Volevamo proporci ad Avantgarde, ma secondo me siamo ancora troppo immaturi per etichette che producono artisti straordinari come i Mesarthim. In futuro magari potremo arrivarci anche noi, chissà.

A: Ci auguriamo comunque che Eclipsis Vitae venga ristampato.

Quante copie avete fatto stampare?

F: Cento copie, di cui già una quarantina sono andate, quindi probabilmente ci ristamperanno. Abbiamo fatto solo digipak, probabilmente faremo anche l’LP in futuro, e stiamo valutando anche l’opzione delle cassette.

A: Anche il merch è in divenire.

Ho sempre pensato che, al contrario di certi Paesi come ad esempio la Grecia, in Italia non sia mai esistita una vera e propria scena black metal: nonostante la presenza di alcuni collettivi ed etichette anche piuttosto valide, definire un vero e proprio fenomeno musicale nazionale risulta estremamente difficile. Nonostante ciò, abbiamo assistito all’emergere di qualche piccola realtà promettente, dalla storica scena mediterranea di Agghiastru e soci fino alla più recente micro-scena raw di Pantelleria. Qual è il vostro punto di vista sul panorama italiano e in particolare calabrese?

F: Sono d’accordo con te: un suono italico è raro da trovare. C’è qualche gruppo che ci prova, come i calabresi Minervium che cercano di dare un’impronta mediterranea alla loro musica, però ancora non ci siamo. Il black in Calabria è una cosa rara: i gruppi black sono veramente pochi, ad esempio i Daemonia Mundi di cui è appena uscito il nuovo album, ma anche loro non hanno un suono particolarmente italiano. Qui il death metal è sicuramente più diffuso e ci sono band di un certo livello, basti pensare agli Zora, ai Memories Of A Lost Soul e ai Glacial Fear. Tornando a noi, il nostro suono poi non è molto italiano, infatti in alcune recensioni lo hanno definito persino internazionale.

G: Non siamo molto italiani [ride].

A: Qualcuno ci voleva più folk, qualcuno voleva le zampogne e il quattro bassi [ride].

F: A noi piacerebbe tantissimo avere una scena black delle nostre catene montuose (Pollino, Sila, Aspromonte e Serre), però i gruppi non ci sono. Noi siamo l’unico gruppo atmospheric black calabrese proveniente dalla Sila. Non ci sogniamo di dire siamo Silan black metal perché questo genere non esiste e non ha alcuna caratterizzazione. Speriamo solo di avere più atmospheric black dalle nostre parti, perché questo genere avrebbe davvero senso di esistere in una regione come la Calabria che qualche amico del nord ha definito come una piccola Cascadia. Per quanto riguarda l’Italia, c’è qualche gruppo che recentemente riesce a emergere, basti pensare a quel gruppo ispirato a Tolkien che ha fatto un disco recentemente.

Gli Emyn Muil?

F: Esatto, proprio loro.

G: Io quando hai parlato di Tolkien ho pensato ai Nazgul [ride].

F: Gli unici gruppi che hanno un suono riconoscibile come italiano secondo me sono quelli della vecchia scuola come gli Inchiuvatu o i Malnàtt, quelli buoni di Bologna.

G: È proprio una difficoltà insita in Italia quella di riuscire ad avere una scena peculiare. Alcuni gruppi si orientarono verso il thrash-black o thrash-death, mi viene in mente la triade Schizo-BulldozerNecrodeath. In Calabria è ancora più difficile, nonostante ci siano stati bei gruppi come i Lupercalia, progetto black metal di Gianluca Molè.

F: In Calabria ci sono quattro gruppi atmospheric: noi, i Lupercalia, gli Skialykon e i Minervium.

«Questo album lo voglio dedicare a tutte le persone che ancora oggi stanno lottando per portare luce nelle loro giornate buie. Questo album vuole dire: forza, la luna e le stelle torneranno a splendere anche nei vostri cieli.»

Da dove nasce la scelta di utilizzare titoli in latino e testi in inglese?

F: Ritengo che il latino, più che l’inglese e l’italiano, sia una lingua universale che riesce a trasmettere alcuni concetti in maniera immediata, indipendentemente dalla provenienza dell’ascoltatore. Simile è il motivo che mi ha spinto a scegliere l’inglese per i testi, in quanto lingua universale.

Arriviamo dunque alla fine di questa piacevole chiacchierata. Per concludere, quali sono i vostri progetti futuri?

F: Per il momento ci godiamo Eclipsis Vitae, anche perché voglio prendere una pausa dal mixing e dal mastering, non ci ho dormito la notte! [ride] Per il futuro abbiamo già in mente qualcosa, qualche bozza di concept, probabilmente daremo anche più spazio alla nostra terra. Per concludere, il mio pensiero personale è che questo album lo voglio dedicare a tutte le persone che ancora oggi stanno lottando per portare luce nelle loro giornate buie. Questo album vuole dire: forza, la luna e le stelle torneranno a splendere anche nei vostri cieli.

A: Sentirete sicuramente parlare ancora di noi.

 E cosa vorreste dire ai lettori di Aristocrazia Webzine?

A: Vi diamo il benvenuto nel mondo dei C.L.I. e vi invitiamo ad ascoltare questo lavoro con attenzione e più volte, poiché ci sono tante sfaccettature da capire.

F: Grazie mille ad Aristocrazia, è stato un grandissimo piacere.

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