CRUZ DEL SUR MUSIC

CRUZ DEL SUR MUSIC

Etichetta:Cruz Del Sur Music
Proprietario:

  • Enrico

Con noi oggi Enrico della Cruz Del Sur Music. Benvenuto, è un piacere averti qui e poter scambiare un po’ di chiacchiere con te, come va? Iniziamo presentando l’etichetta a chi non la conoscesse.

La Cruz Del Sur Music nasce nel 2003 per mia iniziativa. Decisi di rifare questa esperienza in Italia, in quanto avevo già portato avanti una label per qualche anno mentre vivevo all’estero. Da allora abbiamo pubblicato circa cinquanta uscite, con alterne fortune. All’inizio pensavo che la label, per quanto piccola, potesse comunque variare la propria proposta nei diversi stili del metal, poi con il tempo, complice anche la crisi del mercato discografico, mi sono reso conto che era meglio specializzarsi in un genere ben definito ed essendo sempre stato un tradizionalista per quello che riguarda il metal, mi sono focalizzato sul metal più classico e tradizionale appunto. Nel corso di questi anni ho lavorato con diversi gruppi sia italiani che stranieri, soprattutto americani. Voglio citare i While Heaven Wept, Slough Feg, Atlantean Kodex, Pharaoh, Ensoph ecc.

La Cruz Del Sur è una realtà consolidata, grazie alla disponibilità e all’abilità nel mantenere un rapporto con le formazioni e produrle. Quali sono i vostri canoni di selezione delle band e qual è la logica che seguite in termini di produzione e supporto?

Ho avuto la fortuna, ed evidentemente non solo, di poter lavorare con diversi gruppi nell’arco di due o tre release, anche quattro come nel caso degli Slough Feg. Evidentemente le due parti sono soddisfatte del lavoro reciprocamente svolto. È importante che un gruppo sappia che se aspetta che sia l’etichetta a fare tutto, non finirà mai con la Cruz. Ho già dato a gruppi che pensavano che una volta arrivati su una label potessero rimanere seduti a braccia incrociate, aspettando che l’etichetta faccia tutto per loro. Questo succede spesso con i gruppi italiani, dove la label per quanto piccola, è vista come un punto di arrivo in cui finisce lo sbattimento. Con il passare del tempo e con la crescita dell’etichetta è ovvio che adesso la selezione è sempre più ardua e ricerco alti livelli di qualità e professionalità nei gruppi. Detto questo, con la crisi attuale è difficile che riesca a far uscire gruppi esordienti, per cui mi rivolgo normalmente a gruppi che hanno già editato qualcosa.

Come si deve muovere una label e perché?

A mio avviso trovando il giusto equilibrio tra razionalità e passione. La musica, e l’heavy metal in particolare, è passione in primo luogo, saremmo dei pazzi se facessimo tutto questo solo con la logica del profitto, a quel punto sarebbe meglio dedicarsi ad altri generi musicali. La razionalità deve entrare invece nel capire poi effettivamente se quel gruppo può funzionare o meno, analizzare anche gli aspetti secondari di una proposta che non può essere solamente musicale.

Il crescere delle autoproduzioni e distribuzioni non vi crea problemi? Le band non si fidano più?

Questo è un discorso molto ampio. Le autoproduzioni non disturbano affatto, perché finalmente ci si è resi conto che un gruppo volenteroso può fare tranquillamente a meno di una etichetta, soprattutto adesso che le entrate si sono spostate in larga parte dalla vendita fisica della musica ad altri aspetti come il merchandise o i concerti. Parlo sempre a livello globale, non in particolare dell’Italia che meriterebbe un capitolo a parte. Quindi secondo me è corretta la strada intrapresa da certi gruppi con l’autoproduzione, il discorso è che non tutti arriveranno a essere i Radiohead e quindi in un secondo momento, usciti dal limbo dell’underground, è ovvio che il passo seguente è quello di finire su una label! Oggi un gruppo può tranquillamente vendere la sua musica su Itunes senza avere bisogno di una etichetta che gli mangia il 50% o più degli introiti. Può vendere i suoi cd e le sue magliette ai concerti. Questo la porta a un livello, oltre il quale c’è il lavoro dell’etichetta. Vuoi avere una distribuzione fisica dei tuoi prodotti a livello mondiale? Hai bisogno di un’etichetta. Vuoi entrare nel giro dei festival ecc? Hai bisogno di una (grande) etichetta. A me non disturba affatto questo DIY, anzi per noi etichette può essere un buon paramentro per stabilire se un gruppo ha un seguito o meno. E comunque è sempre meglio un gruppo che si sbatte da solo che un altro che come detto aspetta seduto sul divano che una fantomatica agenzia di promozione mandi i suoi cdr in giro.

Com’è organizzata la Cruz Del Sur Music e cosa consiglieresti a chi volesse entrare nel vostro roster di collaboratori?

L’organizzazione della Cruz è abbastanza semplice, come quella di tutte le etichette del nostro livello. Ci siamo io e altri due collaboratori esterni fissi, che si occupano di grafica e del sito. Io svolgo il lavoro di produzione, di A&R, di distribuzione e commerciale. La promozione è invece affidata ad agenzie esterne, ognuna copre uno specifico territorio. Al momento collaboro con tre agenzie in Germania, USA e Benelux. Sono sempre alla ricerca di collaboratori, soprattutto nella zona di Roma. Ma il discorso è molto semplice, nel metal non c’è trippa per gatti… Nel senso… Immaginare di lavorare per una etichetta metal come se si fosse in un normale posto di lavoro, in Italia nel 2010, è assurdo. Le etichette metal sono imprese quasi tutte a carattere unipersonale, o comunque con una struttura ridotta all’osso.

Sei attivo ormai da un bel po’, quali sono state le reali difficoltà incontrate in questi anni? Ti sei mai detto: basta, il gioco non vale più la candela?

Parecchie volte. Soprattutto perché questo non è un lavoro in cui timbri il cartellino e poi te ne vai a casa, qui le tensioni te le porti nel privato perché gli investimenti sono di tasca tua e a lungo termine. Nel corso di questi anni mi sono falliti tre distributori con relativa perdita di denaro e materiale, abbiamo avuto problemi con altri che hanno portato alla risoluzione forzata di contratti.
Le difficoltà nascono dal fatto che stiamo parlando comunque di piccolissime imprese, per cui quando ti succede qualcosa del genere devi abbozzare. Vuoi prendere un avvocato per fare causa a una ditta svedese che è fallita? Con quali soldi? E poi torni a casa e devi magari spiegare certi meccanismi che giustamente non sono logici. Molto rammarico invece mi produce la relazione con l’Italia, la Cruz è un’etichetta che in Germania per fortuna spopola, mentre qui ci sono magazine che nemmeno ti cacano, quando il loro corrispettivo tedesco ti fa disco del mese, capisci? Uno degli aspetti per cui i tedeschi ci mangiano in testa è che loro hanno un mercato metal interno fortissimo. Hanno distributori forti, riviste forti, fan dedicati. Lavorano tutti per la crescita di un movimento. Trasferisci questo all’Italia e ti trovi spaesato. Questo è il grosso limite di noi etichette italiane, non abbiamo un mercato interno a cui rivolgerci.

Com’è il vostro rapporto con le ‘zine siano web o carta stampata e quanto è dura combattere con i rip offer che spesso intasano la rete, facendo perdere di credibilità a tali realtà?

Guarda, con il tempo ho imparato a prendere tutto con filosofia. Nel senso che è una battaglia persa. A naso riconosci chi vale la pena di supportare e chi no, però con il passaggio dei promo da fisici a digitali è ovvio che l’interesse di questi personaggi è scemato, perché comunque hanno in mano dei byte e non più il prodotto fisico. Diciamo che oggi mandare un promo digitale non costa niente, per cui la situazione generale è meno dannosa che in passato.

Quali sono a tuo avviso le band migliori che hai prodotto?

Direi sicuramente i While Heaven Wept e gli Hammers Of Misfortune, a livello qualitativo. Ma oltre a loro ovviamente rinomino Slough Feg, Atlantean Kodex, Pharaoh e Crescent Shield.

Di quale band hai detto: «cavolo, se l’avessi prodotta io!»?

Onestamente, così su due piedi non me ne viene in mente nessuna. Con il passare degli anni ho perso molto l’invidia, anche sana, che si può provare per le altre etichette. Diciamo che mi sarebbe piaciuto fare un disco dei Manilla Road, ma questo compito l’ha assolto benissimo l’amico Giuliano della My Graveyard.

L’episodio più bello come produttore?

Non saprei dirti, però in generale devo dire che fanno parecchio piacere i complimenti che ricevo in Germania quando montiamo il nostro stand al Keep It True.

E quello più brutto?

Non ce ne sono stati di particolari, ma direi che un gruppo che mi ha veramente deluso sono stati i  Mahavatar, nei quali riponevo molta fiducia, anche perché ci conoscevamo personalmente. Quella con loro è stata forse la peggiore esperienza come produttore. Ma dovrei citare anche un paio di gruppi che hanno cambiato line up o che si sono sciolti non appena uscito il disco. Negativi.

Quale è stato il primo album che hai comprato e quale gruppo è il tuo preferito?

Il primo disco che ho comprato credo sia stato Diver Down dei Van Halen. Non direi che fosse nè un gran disco nè che mi sia rimasto nel cuore, eccetto per questo particolare. Se devo scegliere nel passato, direi che Ample Destruction degli Jag Panzer, Open The Gates dei Manilla Road e Canterbury dei Diamond Head sono dischi che hanno rappresentato veramente tanto per me.

Se tu potessi scegliere tre gruppi da mettere sotto contratto ora, chi sceglieresti?

Preferisco non risponderti, oggi come oggi volere è potere [ride]!

Ti ringrazio per la tua disponibilità e chiudi a tuo piacimento l’intervista.

Grazie a te per lo spazio e mi voglio scusare pubblicamente per averti fatto aspettare così tanto per queste risposte!

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