Un pomeriggio con gli Enslaved | Aristocrazia Webzine

Un pomeriggio con gli Enslaved

È quasi primavera a Milano e in tre relitti dello staff di Aristocrazia ci trasciniamo nella zona nord della città per incontrare due artisti a cui siamo molto affezionati. Gli Enslaved suoneranno nel capoluogo lombardo, insieme a Svalbard e Wayfarer, e non potevamo lasciarci sfuggire l’opportunità di incontrare Ivar Bjørnson e Grutle Kjellson, due dei veterani più influenti della scena black metal norvegese. Tra le tante cose, abbiamo avuto il piacere di parlare con loro di invecchiamento, convinzioni personali e del perché dovresti indossare i sandali durante una sessione fotografica.

Siete in giro da oltre trent’anni e durante la vostra carriera avete creato un suono distintivo senza diventare ripetitivi. Quindi, qual è la ricetta?

Grutle: In realtà è piuttosto semplice. La ricetta è non annoiarci a morte cercando di ripetere le canzoni che abbiamo già scritto. Dobbiamo guardare avanti e rendere le cose interessanti per noi stessi prima di tutto. L’unico modo per farlo è spostarsi, muoversi in direzioni diverse, essere curiosi e non avere paura di essere originali. Se ti attieni a una formula come band, ti do massimo dieci anni, quindici forse, e poi inizierai a odiare quello che fai. Quindi esplora, rendilo degno di interesse e interessante per te stesso.

E lo fate ancora? Uscite ancora alla scoperta di nuova musica e provate lo stesso piacere di quando eravate ragazzini?

G: Sì, siamo tutti collezionisti di musica e ci piace scavare in territori nuovi, o forse vecchi, esplorando diversi tipi di scene musicali, passate e presenti.

E allora qual è la vostra ultima scoperta?

G: Ti dirò, la mia ultima scoperta è la musica folk bretone.

Ah, piuttosto di nicchia.

G: Sì, direi di sì. E poi a volte mi capita di fissarmi su un gruppo per un po’. Per esempio, ho avuto un’ossessione per i Beatles per un anno, dove ho ascoltato e comprato solo album dei Beatles. Poi sono passato a qualcosa di diverso, è più o meno così che funziona per me.

E tu Ivar? Qual è stata la tua ultima scoperta?

Ivar: Sono più una persona che salta di qua e di là e prova nuove cose, vado avanti e indietro. L’ultima cosa che mi ha davvero colpito è stato il nuovo album degli Aeternus, il gruppo death norvegese. Sono in giro da quando siamo in giro noi, ma non li ho seguiti regolarmente, ho ascoltato il loro ultimo album, The Philosopher, ed è stata una sorpresa molto positiva. Una band che si è davvero reinventata.
Cerco di vedere cosa sta succedendo in diversi generi. Mi piace molto la musica elettronica, ambient, quel tipo di cose. C’è questo musicista italiano, che suonava nei Nine Inch Nails, Andrea Qualcosa…

Alessandro Cortini.

I: Proprio lui. Ha pubblicato un album recentemente e dopo quello ho dovuto esplorare più a fondo, il suo intero catalogo è fantastico. Di solito faccio così, e poi chiedo alle persone cosa stanno ascoltando, me lo dicono e poi devo provare ad ascoltare quello, per capire di cosa si tratta.

Non è una cosa così scontata dopo decenni, che si abbia ancora la scintilla che ti porta ad ascoltare qualcosa di nuovo e renderlo parte della tua formula in perenne mutamento. Voglio dire, ci sono band che costruiscono la loro carriera attorno a un singolo album e lo suonano e lo registrano per trent’anni.

G: È vero. Se ci riesci davvero per trent’anni è piuttosto impressionante.

Beh, possiamo nominare alcune band estreme che lo stanno facendo ancora oggi.

G: No, no, no, non è necessario nominare nessuno [risate generali].

Ma non è una cosa negativa di per sé, se sono soddisfatti di quello e se rimangono coerenti, è davvero impressionante.

I: Vero, ma a volte devi costringerti ad andare avanti, perché è facile sentirsi vecchi e stanchi.

Vi capita mai, di sentirvi vecchi e stanchi?

I: Ogni giorno [ride], ma non come musicista. Come musicista, se ti senti tentato di arrenderti e smetti di ascoltare musica, devi prenderti per il collo e costringerti a scoprire o riscoprire qualcosa, andare a un concerto o provare ad ascoltare un gruppo che non conosci. Fa sempre bene.

Siete prolifici in studio ed energici dal vivo. Come bilanciate questi due aspetti e come interagiscono dal punto di vista creativo?

I: Buona domanda. Penso che abbiamo effettivamente raggiunto un punto, soprattutto nel 2018 o ‘19 con tutti i tour che abbiamo fatto, in cui abbiamo deciso di prendercela un po’ più comoda. Abbiamo capito che il mondo è grande, che siamo fortunati ad andare in molti posti e suonare per persone che vogliono ascoltare gli Enslaved. Ma devi anche pensare alla scintilla creativa e tutto il resto. In quei due anni abbiamo fatto l’Europa, gli Stati Uniti, l’Australia…
G: Asia, Sud America… È diventato un po’ troppo. Troppi viaggi, troppo stancante.
I: Naturalmente suoniamo ancora concerti, ma abbiamo passato molto più tempo a fare musica e anche questo ha dato i suoi frutti.

Componete mentre siete in tour o mantenete separate le due cose?

I: Non l’abbiamo mai fatto davvero, di scrivere mentre siamo in giro.
G: Abbiamo registrato alcune cose in tour con uno studio mobile, ma erano più che altro cover e cose sperimentali, niente che abbiamo usato in un nostro album.
I: Potrebbe succedere però, ci portiamo sempre dietro l’attrezzatura per registrare.
G: Ma raramente succede perché siamo sempre in marcia e man mano che invecchi hai bisogno di più tempo per rilassarti e distenderti un po’. Quindi l’obiettivo principale quando siamo in giro è sempre quello di prepararci per i concerti.

La prossima domanda è un po’ più difficile.

È matematica?

No, no.

Trigonometria?

Volete che vi chiediamo di trigonometria?

Assolutamente no! [e tutti giù a ridere]

C’è una tendenza nella musica, ma anche nella vita di tutti i giorni, a distorcere la tradizione per giustificare alcune idee moderne. Voi, invece, portate il misticismo, la mitologia e l’esoterismo in una dimensione contemporanea. Da dove nasce questo approccio?

G: Penso che la maggior parte del misticismo e della mitologia norrena sia molto più vicina alla natura umana rispetto alle religioni contemporanee, soprattutto monoteiste, che si basano su regole e su un concetto di un unico Dio che non interagisce con noi. Le antiche mitologie danno una rappresentazione molto più ampia della vita.
I: Sono più adatte alla vita moderna e alla sua comprensione.
G: Voglio dire, ci sono sempre stati i culti, e hanno sempre avuto presa facile sugli uomini. Gli esseri umani hanno emozioni, sentimenti, rabbia, amore e odio e tutto lo spettro di sensazioni.
I: Ma usare le tradizioni come difesa o una piattaforma conservatrice… Le persone lo fanno per giustificare gli estremismi politici, soprattutto di destra, ma immagino che userebbero qualsiasi cosa per giustificare le loro vedute. Talvolta è il cristianesimo, altre è il paganesimo, anche l’ambientalismo viene usato per difendere ragionamenti di destra, il che è folle. Anche nella cosiddetta società moderna le persone tendono a travisare, usare certi concetti per difendere le proprie idee, e penso che gran parte di tutto ciò abbia a che fare con la paura. Tornano a ciò che sembrava funzionare, a ciò che aveva un simbolismo potente, e lo sfruttano come protezione contro la nuova, spaventosa realtà in cui viviamo oggi. Non è raro vedere la mitologia come una sorta di storia psicologica dell’umanità. C’è sempre stata la necessità di avere qualcosa di sacro o protettivo…

Che desse una spiegazione a fenomeni che altrimenti non si sarebbero potuti comprendere.

I: Esattamente, poi, con l’età industriale tutto ciò è andato in disuso, e ora che viviamo nell’età dell’informazione le persone capiscono che è altrettanto spaventoso. È un casino. Qualunque cosa le persone non capiscono è semplicemente spaventosa. Quando le persone si vestono con vecchi costumi, riprendendo simbologie millenarie e se ne vanno in giro dicendo che era tutto meglio prima, la verità è che non sanno nulla di com’era davvero prima, e anzi probabilmente non era meglio affatto.

Era solo diverso. Non era un’età dell’oro.

G: Un’età dell’oro in cui non c’erano nemmeno i bagni nelle case [risate generali].

E probabilmente l’aspettativa di vita in quei tempi idolatrati era quanto, quarant’anni?

I: Esattamente. Ma è comprensibile, questi sono tempi difficili per vivere, difficili da comprendere. Oggi le cose tendono a essere più polarizzate, perché le persone tendono a disumanizzarsi a vicenda e tutto si riduce a simboli. E quando succede, le cose possono diventare davvero brutte.

Questa può essere una domanda piuttosto personale, quindi prendetela come volete. Parlando di simboli, c’è qualcosa in cui credete veramente?

C’è un momento di silenzio completo, poi Grutle inizia a ridacchiare in modo abbastanza sinistro.

I: Ho i miei valori, ho un certo modo di credere in come le cose sono legate tra loro, ma è come nei nostri testi, è un paesaggio nebbioso e mi piacerebbe che le persone traessero le loro conclusioni.
G: Sono d’accordo. Si tratta di essere curiosi. Quando Ivar menziona i testi, abbiamo un significato iniziale quando li scriviamo, ovviamente, ma è sempre soggetto a interpretazione. Quelle parole non rappresentano necessariamente… No, diciamola così: la verità sta in ciò che leggi e interpreti.

E i vostri testi non sono dei manuali.

G: Esatto. È arte. E la verità è negli occhi di chi guarda, sai.
I: Ancora di più, non c’è verità prima che tu la guardi, e poi diventa la tua verità.
G: Questa è la nostra verità [ridacchia di nuovo].

Potreste aver appena trovato il testo per la vostra prossima canzone.

Già usato, mi dispiace [tutti a ridere di nuovo].

Quindi, quali piani avete ora a parte il tour?

G: Vacanze con le nostre famiglie, stare un po’ con i bambini [ride]. Abbiamo alcuni concerti in programma a maggio, suoneremo il primo album come evento speciale in Belgio e un festival in Svizzera. Poi roba estiva da festival.
I: Sì, roba estiva da festival, poi potremmo fare un tour in autunno, ma non è ancora annunciato. E ovviamente scrivere nuova musica a un certo punto.

Ora, se vi va, potrebbe essere divertente sentire qualcosa che ricordate di ogni album, finché non vi annoiate, poi la chiudiamo qui.

I: Perché no? Dobbiamo tornare indietro di molto.
G: Vikingligr Veldi, registrato nella Pasqua del 1993. Ricordo che Hellhammer fu inviato a Bergen come rappresentante di Deathlike Silence Productions, una sorta di co-produttore, ma era principalmente un co-bevitore, non fece molto in studio. Faceva festa parecchio e ci siamo divertiti.

L’ho incontrato solo una volta, ma non mi è mai sembrato un tipo corporate, rappresentante di un’azienda [tutti ridono].

G: Non è quel tipo di persona, no, ma ci siamo divertiti molto. Quella fu anche la prima registrazione che facemmo alla Grieghallen con Pytten, e la cosa divertente è che Pytten allora era molto più giovane di quanto siamo noi ora.
I: Davvero?
G: Oh sì, aveva tipo 43, 44 anni. Era ancora giovane, e noi eravamo praticamente dei bambini.
I: Poi siamo tornati nello stesso studio per Frost. Ricordo che avevamo un sacco di idee allora, su come dovessero suonare le chitarre, la batteria.
G: Hai registrato un assolo, ti ricordi? Il setup della chitarra era in un bagno.
I: Nel bagno, sì. Con le piastrelle.
G: Oh, quello era per Vikingligr Veldi, ma una volta di notte siamo andati a prendere in prestito un timpano dall’orchestra filarmonica, senza dire niente a nessuno. Abbiamo fatto dum duum duuum in una canzone e poi lo abbiamo riportato indietro di nascosto.
I: Con Frost abbiamo preso più controllo del lato produzione, l’album è diventato abbastanza di successo e ha portato al loro primo tour. A causa del tour abbiamo dovuto cambiare batterista [il primo batterista degli Enslaved era Trym Torson, poi entrato negli Emperor], e ci sono voluti alcuni anni prima che riuscissimo a registrare Eld, nel ’97.
G: Abbiamo fatto due tour per Frost, uno in Europa e uno negli Stati Uniti e Messico.

Penso che ci fosse, da quel tour, un vecchio video di un concerto che avete tenuto a Varese. Come siete finiti a Varese da adolescenti?

G: Sì! Uhm, un’agenzia belga chiamata Metallizée, per qualche motivo, prenotò quel locale a Varese. Ricordo che non c’era nemmeno un palco, abbiamo praticamente messo il nostro setup su sei o sette tavoli del bar e usato quello come palco. Quindi quella era Varese.

E lo è ancora.

G: Forse quei tavoli sono ancora lì. E noi eravamo solo un trio, che doveva stare su quei tavoli, ma eravamo in tour con i Marduk, e loro erano cinque. Fu divertente guardarli, cinque ragazzi immobili come statue su dei tavoli a suonare black metal.

Ci siete mai tornati?

G: No, no, no [ride].
I: Tornando a Eld, era di nuovo un po’ diverso, un album più progressivo con un batterista diverso, Harald Helgeson, che era molto legato al prog rock. Ma penso che la svolta più sorprendente sia come siamo passati da quell’album a Blodhemn l’anno seguente, probabilmente il nostro album meno prog di sempre.
G: A quel punto volevamo accelerare. Eravamo in tour per Eld in Europa, avevamo un altro batterista, Dirge Rep, e lui era tipo «suoniamo queste canzoni più velocemente», e noi «sì, ok». La cosa divertente è che fumavamo un sacco di erba a quei tempi, eravamo fatti come scimmie e suonavamo davvero veloce, era ridicolo. Eppure abbiamo continuato su quella strada quando abbiamo iniziato a scrivere canzoni per Blodhemn e sono finite per essere una roba davvero furiosa.

Enslaved, ai tempi di Mardraum

Quindi avete rallentato con il fumo ma non con la musica.

G: …No [risate]. Ma ci sono alcuni fan più hardcore a cui piace quell’album, e a noi piace ancora quella musica. Siamo andati in uno studio diverso questa volta, siamo andati in Svezia all’Abyss Studio, con Peter Tägtgren. Siamo rimasti lì per un altro album, anche Mardraum, che però di nuovo era molto più progressivo.
I: Tenevamo il piede in due scarpe. Non so se poi siamo riusciti a camminare o cosa, ma volevamo che fosse un lavoro equilibrato.
G: Penso che l’album andasse in molte direzioni, forse troppe, con forse troppe cose lasciate in sospeso… E abbiamo continuato con le cose in sospeso su Monumension, direi. Quello sono gli Enslaved sotto acidi [ridono tutti].

Giravano acidi per davvero?

G: Eeeeeeeeeeeh. Per alcuni. Forse non per me e Ivar.
I: Forse quella è stata la ragione per cui poi abbiamo dato un giro di vite.
G: Sì, dopo abbiamo iniziato a darci una ripulita. Abbiamo iniziato a essere più concentrati, e penso che il disco successivo, Below The Lights, sia stato un album molto focalizzato. Tornati nuovamente al trio, questa volta con gli assoli di Arve [Isdal, Ice Dale] a coronamento. In realtà, subito dopo l’ultimo giorno di registrazione, immediatamente dopo aver registrato i cori, il nostro batterista ha mollato e ci siamo improvvisamente ritrovati in due, di nuovo, chiedendoci cosa fare. Poi abbiamo chiamato Arve, che aveva suonato la chitarra solista nell’album come ospite, e non glielo abbiamo nemmeno chiesto, gli abbiamo detto che doveva diventare un membro. «Sei un chitarrista eccellente, tocca a te».
I: Una conversazione tipo: «Normalmente avresti avuto del tempo per pensarci, potresti dire di sì o di no, ma non ora, questa è un’emergenza, sei nella band».
G: E lui: «Uhm, ok». E quello era il 2002, ed è ancora qui, quindi…
I: Ma sentivamo che l’album fosse forte, quindi per un paio di settimane abbiamo suonato con Grutle al basso e alla voce, Arve alla chitarra e io alla batteria. Non sono mica un granché, ma abbiamo tenuto botta, sai.

E ti ha anche tenuto fuori dalla tua comfort zone, immagino.

I: Mi ha fatto avere più rispetto per i batteristi. Ancora non riesco a credere quanto si possa essere stupidi a farlo volontariamente, suonare la batteria nel metal estremo. È doloroso.
G: Sai, a quel punto Ivar è stato abbastanza stupido da avvicinarsi a me chiedendo: «Che ne dici del tuo amico, il tuo compagno di pesca, Cato Bekkevold? Possiamo dargli un colpo di telefono e portarlo…». E io ero tipo «No, no, no, NON porterò quello là nella band, te ne pentiresti, credimi, lo odieresti assolutamente».

Ed è stato con voi per… quasi vent’anni, no?

G: Qualcosa come quindici anni, sì.
I: Lo amavo.
G: Sei rimasto un po’ scioccato i primi mesi. Specialmente quando ti sei svegliato per terra in una stanza d’albergo a… Dov’era, Milwaukee? Cato era seduto sopra di te, ubriaco fradicio, grattandoti sotto il naso con una Visa. «Ehi, devi svegliarti, dobbiamo bere». E io ero tipo… Cosa? Dove sono?
I: Sì. Unico nel suo genere. E un ottimo batterista.
G: Un batterista eccellente, fantastico.
I: E un cuore d’oro. Nella sua eccentricità, ovviamente.
G: Probabilmente la persona più eccentrica che conosca, di gran lunga, ma di buon cuore. E come batterista, è la cosa più vicina che si possa avere a un metronomo, una drum machine umana. Costante, ogni sera, quasi nessun errore. È stato un grande miglioramento per noi, specialmente dal vivo, ci ha portati a un livello successivo.

E anche un bravo pescatore, vero? Ho visto un paio di video di lui che pesca su YouTube.

G: Oh sì, ma non parla, altrimenti rovina la pesca.

I: Tornando a Below The Lights, è stato un punto di svolta per la band, ci siamo spostati ancora di più verso un sound più definito e focalizzato. Questo è stato anche l’ultimo album uscito per Osmose, con cui avevamo lavorato dall’inizio. A quel punto siamo passati a questa nuova piccola etichetta norvegese, Indie Recordings, che all’epoca si chiamava in realtà Tabu Recordings. In realtà, devo dire, tutte le etichette discografiche con cui abbiamo lavorato, Osmose, Indie, Nuclear Blast… Siamo stati molto fortunati a lavorare con loro.
Prendi Osmose per esempio, sono sempre stati molto aperti con noi, sempre precisi con i pagamenti, quando vogliamo usare questa canzone o quella canzone per qualsiasi scopo sono sempre stati super cooperativi, ci incontriamo ancora quando siamo in giro. Ma a un certo punto, sai, erano molto concentrati su questo black metal-grindcore con passamontagna e cartucciere, mentre noi correvamo in giro nei prati verdi in mezzo ai fiori, la la la [canta], quindi abbiamo pensato che fosse probabilmente il momento di separarci e trovare una nuova etichetta. Dopo aver firmato con Tabu abbiamo suonato all’Inferno Festival e le persone sono rimaste un po’ sorprese quando ci hanno visto dal vivo all’epoca, probabilmente pensando «Ok, quindi è questo che gli Enslaved stanno facendo ultimamente». Eravamo rimasti fuori dai radar del pubblico per qualche tempo, poi siamo tornati con Isa, con una nuova formazione, e abbiamo sorpreso molta gente.
Penso che il mio ricordo preferito dei tempi di Isa sia quando Cato organizzò il servizio fotografico, venne all’appuntamento, ma si era dimenticato di mettere le scarpe, si presentò in sandali. Abbiamo dovuto ritoccarli con Photoshop. Avevamo Peter Beste venuto dagli Stati Uniti per fare foto a Oslo…
G: E abbiamo dovuto ritoccare i sandali di Cato con Photoshop. Perché nessuno gli aveva detto di indossare le scarpe.

A questo punto la tour manager si avvicina per dirci che eravamo molto in ritardo e la band aveva altri incontri programmati, e ci siamo promessi che ci saremmo incontrati di nuovo per concludere questa retrospettiva sulla trentennale carriera degli Enslaved.

Tutte le immagini © e utilizzate per gentile concessione della band.