EVERGREY – Intervista

Gruppo:Evergrey
Formazione:

  • Tom Englund – Voce, chitarra
  • Henrik Danhage – Chitarra
  • Jonas Ekdahl – Batteria
  • Rikard Zander – Tastiere
  • Johan Niemann – Basso

Per gli Evergrey, The Atlantic è un album importante per una serie di ragioni. Per prima cosa, taglia il traguardo dei tre dischi registrati con la stessa formazione, un evento affatto secondario per la band capitanata da Tom Englund, da sempre sofferente di una discreta instabilità interna. Ancora, questo nuova opera completa un’ideale trilogia concettuale iniziata proprio nel 2014 con l’ottimo Hymns For The Broken che, oltre a segnare il rientro del chitarrista Henrik Danhage e del batterista e compositore Jonas Ekdahl nel gruppo, restituì nuova linfa alla combriccola svedese dopo il non certo indimenticabile Glorious Collision; con l’anello di congiunzione dato da The Storm Within, The Atlantic era stato annunciato come la calma ritrovata a seguito della summenzionata tempesta. In ultimo, questa beneamata tempesta, si è poi scoperto, era nientemeno che il divorzio di Englund da sua moglie Carina, in passato ospite fisso su quasi tutti gli album della band; l’undicesimo lavoro in studio degli Evergrey è quello in cui Englund raccoglie i cocci della sua vita e riparte con ciò che è rimasto. Tanta carne al fuoco, che il quintetto ha distribuito nei primi mesi del 2019 in lungo e in largo per l’Europa, riservando ben quattro date al pubblico del Bel Paese. Nello sperdutissimo Dagda di Retorbido (PV), gli svedesi hanno in programma la terza delle loro quattro date italiane e, per quanto l’affluenza non sia proprio da grandi occasioni, tra il pubblico ci sono addirittura Andrea Ferro e Fabio Lione, con cui io e Huldradans scambiamo qualche parola sulla vita, l’universo e tutto quanto prima di passare al piatto forte.

Cerberus Booking mi ha dato la possibilità di intervistare Rikard Zander e Johan Niemann, rispettivamente tastierista di lungo corso e bassista della band di Göteborg, appena prima della loro salita sul palco. Li incontro nel backstage, davanti a un piatto di frutta fresca, che ammazzano il tempo prima di uscire a suonare, e gli chiedo come sta andando il tour e, soprattutto, come stanno rispondendo i fan al nuovo disco. «Benissimo. Addirittura molto meglio di quanto ci aspettassimo, il tour sta andando benissimo e ci stiamo divertendo molto, è come se fossimo arrivati a un livello successivo rispetto a quello da cui partivamo.», dice Johan. «Sembra quasi che la nostra fanbase sia raddoppiata. Non siamo mai stati una band da migliaia di spettatori a concerto, ma se prima venivano a vederci cento persone, ora ce ne sono duecento. In Italia è sempre stato abbastanza difficile per noi, qui diciamo che se prima avevamo trenta spettatori, ora ne abbiamo sessanta.», aggiunge Rikard con una risata generale. Purtroppo è vero: ricordo ancora quando vidi Englund e i suoi per la prima volta da headliner in Italia, e non nel contesto di un festival o all’estero. Era il tour di Torn, all’Alcatraz di Milano, e l’inevitabile pensiero davanti al locale quasi vuoto fu: «Com’è possibile che una band del genere abbia così pochi spettatori?».

Passiamo poi a parlare dell’album, perché nelle parole di Englund durante alcune interviste la realizzazione di The Atlantic è stata molto dispendiosa in termini di tempo ed energie e ha richiesto un lavoro certosino su qualunque dettaglio, dalla composizione alla produzione finale. «C’è sempre stata un’enorme attenzione ai dettagli, da parte nostra, sia nella scrittura che negli arrangiamenti, e questa volta forse di più, anche se non lo saprei dire con certezza. A fare la differenza è stato il fatto che abbiamo subito un furto nel nostro studio durante le registrazioni, nel periodo in cui Tom stava registrando le linee vocali, e questa cosa ci ha spiazzati e spaventati molto.», inizia Rikard. Ricordo che il disco sembrava dovesse subire dei ritardi di pubblicazione a seguito di questo avvenimento, ma gli Evergrey sono poi riusciti a limitare il danno: «Fortunatamente siamo riusciti a non posticipare l’uscita dell’album, ma è stato un episodio terribile, che ha pesato molto.», continua il tastierista, «Abbiamo dovuto ri-registrare da capo tre canzoni, perché ci erano state rubate. Probabilmente i ladri non sapevano cosa avevano per le mani, ma noi abbiamo dovuto ricominciare da capo i lavori o quasi.». Curiosità: parlando con Francesco Paoli dei Fleshgod Apocalypse, sembra proprio che i responsabili del furto con scasso ai danni degli svedesi fossero i medesimi che hanno rubato mezza strumentazione alla band capitolina la scorsa primavera, proprio a Göteborg. «L’unica consolazione è che, proprio perché non avevano idea di cosa avessero davanti, i ladri non hanno toccato molta della strumentazione all’interno dello studio. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro di materiale, chitarre uniche, pezzi custom, accumulati negli anni all’interno del nostro studio privato. E non hanno rubato niente di tutto questo. Per fortuna.», prosegue Johan.

Torniamo alla musica e chiedo a Rikard, che è parte integrante degli Evergrey da ormai diciassette anni, cosa ci sia di diverso oggi rispetto a tanti anni fa, soprattutto alla luce del fatto che la formazione sembra finalmente aver trovato una sua stabilità, dopo il rientro di Henrik e Jonas. «Hai ragione, tre album con la stessa line-up, per noi è un record» mi risponde sorridendo, «e, soprattutto, significa che ci fidiamo l’uno dell’altro. La nostra collaborazione è naturale, rilassata, ci mandiamo a fare in culo di quando in quando, ma non troppo spesso.». I due se la ridono insieme, poi il biondo tastierista riprende: «Siamo tutti a nostro agio. In una band, quando arriva un nuovo membro, è come ricominciare da capo, ogni volta, e noi passiamo parecchio tempo insieme, perché andiamo molto in tour. Dal punto di vista creativo non è mai andata così bene, perché ognuno di noi conosce il proprio ruolo, ciascuno sa cosa può dare e portare nel gruppo e cosa possono dare e portare gli altri. Sappiamo tutti cosa aspettarci, e ci divertiamo, è un momento ottimo dal punto di vista creativo e ce lo stiamo godendo. Ovviamente lavorare a un album è difficile, si fa una fatica enorme, ma sappiamo che possiamo farcela.». Chiedo poi qualche ragguaglio relativamente a questa trilogia iniziata con Hymns For The Broken e la risposta di Johan mi lascia spiazzato: «Vedremo se è davvero solo una trilogia». Il bassista svedese non è certo un chiacchierone, ma quando parla non lo fa mai a sproposito. «Non avevamo in mente una trilogia mentre lavoravamo a Hymns For The Broken, più che altro è capitata. Durante la realizzazione di The Storm Within ci siamo resi conto dello stretto rapporto tra i due album e solo The Atlantic è stato consapevolmente pensato fin dall’inizio come un lavoro con dei collegamenti al materiale che lo precede.», approfondisce Zander, mentre Niemann conclude, come sempre senza dilungarsi troppo: «A tempo debito capiremo se questa storia ha ancora un seguito oppure se è davvero conclusa.». Immagino, quindi, che per il quintetto non sia uso mettere insieme delle idee per lo studio durante il tour, ma che venga fatto tutto una volta rientrati alla base, in tranquillità: «Esatto, naturalmente sappiamo che torneremo in studio, ma non abbiamo ancora deciso nulla di più. Una volta finito di supportare questo album torneremo a casa, parleremo con l’etichetta e faremo dei piani futuri. Magari qualcuno mette già insieme qualche idea durante il tour, è possibile, ma se ne inizia a discutere solamente una volta finito.», chiarisce Rikard.

Cambio discorso e faccio notare ai due musicisti un particolare, ossia che per la prima volta da anni, forse in assoluto, una figura umana non è al centro della scena in una copertina degli Evergrey. La piccola sagoma al centro dell’artwork di The Atlantic, infatti, non è che una misera comparsa all’interno del quadro d’insieme, pronta a essere spazzata via dall’onda che la sovrasta. Evidentemente, però, non si tratta di una scelta precisa: «Non ci avevo nemmeno fatto caso.», si limita a dire Johan. «Tom probabilmente ha una buona spiegazione per questo.», intercede Rikard, peccato che il frontman non sia presente perché sta ancora dormendo. «Io non ci ho davvero mai pensato, però è figo che tu l’abbia notato. Non sono sicuro sia stata una scelta voluta, ma sono abbastanza certo che quel tizio piccolino sulla barca abbia un significato. Almeno credo.», conclude. A questo punto, per la prima volta, Johan interviene spontaneamente per aggiungere che l’autore della copertina è Giannis Nakos, di Remedy Art Design: «Un ragazzo greco, è la prima volta che collaboriamo con lui.». Provo a scucire qualche parola di più ai due svedesi, puntando sui testi dell’album: so che sono appannaggio del solo Englund, ma so anche che lui prende spunto diretto dagli episodi della vita di tutti, per cui chiedo se ci sono episodi specifici di vita vissuta che sono finiti in The Atlantic. Di nuovo, Johan è di poche parole: «Beh, Tom ha divorziato recentemente ed è stata una cosa abbastanza grossa. Nei testi principalmente si parla di quello.». Ricordo che lo stesso Tom parlava di questo durante la promozione di The Storm Within e il taciturno bassista mi conferma che la tempesta del titolo era proprio legata alla vita familiare del corvino frontman e che per superare quella situazione ci sono voluti molto tempo e fatica. Però, quando provo a indagare su cos’altro abbia ispirato la realizzazione del nuovo album, la risposta è un laconico: «Molte cose».

Capisco che cavare di bocca ulteriori informazioni ai due scandinavi sarebbe oltremodo complesso e mi limito a chiedere se c’è qualcosa che vogliono aggiungere prima di levare le tende e appostarmi sotto il palco del Dagda. «No, possiamo anche finire», è la risposta non troppo inaspettata del bassista, ma Rikard ci tiene a rimarcare una cosa: «Come dicevamo all’inizio, la risposta a The Atlantic è ottima, non ci aspettavamo così tanto supporto. Quando ricevo dei feedback di questo tipo mi sento davvero fortunato a poter fare quello che faccio e a vivere di questo. Grazie per tutte queste reazioni positive.». E addirittura Johan si lancia in un ultimo commento: «È vero, ogni giorno è sempre meglio.».

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