FENICE NERA

Gruppo:Fenice Nera
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  • Fearbringer – concetti, voce e tutti gli strumenti

A fine marzo siamo stati molto felici di potervi parlare del ritorno di Fearbringer e del suo nuovo progetto, chiamato Fenice Nera, al debutto con “Maiestas Domini” (uscito per Arte Profana Produzioni). Quattro mesi dopo, abbiamo fatto un passo indietro nel tentativo di approfondire la nostra conoscenza del prolifico autore nostrano importunand… ehm, interpellandolo direttamente e chiedendogli della sua vita, della musica, ma — soprattutto — dell’Alchimia.


Benvenuto sulle pagine di Aristocrazia Webzine, Fearbringer! Come descriveresti il tuo percorso all’interno del mondo della musica?

Fearbringer: Ciao e grazie del benvenuto. La mia attività in questo ambito iniziò nel 1997. La musica che conoscevo era la più disparata, ma scoperto il metal estremo rimasi talmente impressionato da voler io stesso fare mio questo strumento di comunicazione. Non ti so spiegare per quale motivo concretamente decisi di abbandonare tutto ciò che fosse normale per seguire questa linea, in realtà non mi sono mai posto il problema sulla scia dell’entusiasmo, e ti posso dire che non mi è mai mancato nulla. Era come se mi fossero spuntate due ali per volare distante da tutto quanto fosse ovvio, banale. È stato come scoprire l’alfabeto e la grammatica, per mettere insieme parole, concetti, emozioni, posizioni. Tra l’altro ho vissuto un periodo particolarmente intenso tra il 2000 e 2008, fatto di numerose produzioni, concerti, collaborazioni. Non ho avuto il tempo materialmente di riflettere su quanto stessi facendo, se non farmi guidare dall’istinto, ricercando quanto mi desse soddisfazione e appagamento artistico e spirituale.

La musica mi ha sempre fatto stare bene e mi ha dato tanto tra esperienze e forti amicizie. Questo genere in particolare ha avuto su di me effetti catartici, liberandomi probabilmente da malesseri che vivevano dentro di me e che diversamente non so come sarebbero stati allontanati. Mi devi credere, mettersi a suonare significa per molti ottenere risultati, diventare famosi, conosciuti, acclamati, suonare davanti a migliaia di persone su palchi spettacolari, ma per me non è mai stato così. Ho sempre avuto bisogno di concretizzare personali pensieri, sensazioni, visioni… Mettere insieme la mia antica passione per la storia, il mistico, e l’ho fatto alla mia maniera, senza mai scendere a compromessi, ascoltare l’opinione altrui o uniformarmi ai tratti tipici del genere che all’epoca erano ancora forti. Tutto quanto ho realizzato rappresenta il mio modo di essere, ma anche l’evoluzione di me stesso; ho iniziato che ero un ragazzo e oggi sono un uomo, e la musica è sempre stata con me, plasmandosi in base alle mie esperienze.

Non mi sto a dilungare sulla complessità di vivere in una nicchia che rischia di portarti a rimanere da un certo punto di vista isolato artisticamente e socialmente, e che necessita di una visione umana cosciente e di larghe vedute per poter godere della propria esistenza… Ritengo che chi si ritrova a suonare un certo genere di metal estremo abbia una cultura generale decisamente sopra la media, chi invece si avvicina all’ascolto si trova a condividere immagini, idee che poi spesso vengono approfondite, innescando un circolo virtuoso, che porta gli artisti ad avere una grande responsabilità nei confronti di tutti, ma prima di tutto verso se stessi. Oggi quando qualcuno mi chiede che genere di musica suono, rispondo sempre epic black metal e lo dico con lo stesso orgoglio e sicurezza con cui potrei dire che sono un avvocato o sono un medico. Vado fiero del mio percorso e la musica mi ha reso certamente una persona migliore. L’arte è arte e non deve essere contestata da nessuno, bisogna essere sicuri di sé e spiegarsi bene quando si viene interpellati, con la massima coscienza. Ognuno di noi ha la propria storia, che merita di essere trasmessa.

Da dov’è nata, in passato, l’esigenza di fare musica con diversi progetti che, in fin dei conti, sono (quasi) sempre stati one man band?

Ma guarda, è la mia forma mentis, ho questo problema in tutti gli ambiti in cui mi muovo: dover dividere, catalogare, censire, organizzare. Per la musica è stata la stessa cosa, tanti ambiti che ho diviso in altrettanti progetti, non tanto dissimili musicalmente quanto concettualmente, risultando poi parte di un unicum, che piano piano nel corso degli anni è diventato sempre più invadente.

Come mai, dopo quasi due decenni, hai fatto convergere tutto in questa unica entità che prende il nome di Fenice Nera?

Mi è sempre piaciuto servirmi dell’araldica per tentare di spiegare i movimenti che avvenivano all’interno del mio percorso musicale. Ho definito i miei singoli progetti concessioni, delle pezze araldiche con specifiche funzioni, che idealmente dovevano decorare le insegne della Fenice Nera, simbolo che ho introdotto nel 2004. L’araldica stessa è un connubio di processi, che portano a smembrare, associare, ridurre, aumentare, togliere stabilità e riconferirla nella geometria dello scudo, al fine di ottenere una insegna definita che racconti la storia di un casato. Questo è ciò che è successo con i miei progetti, rimescolati, trasformati, ridimensionati attraverso un lungo percorso fatto anche di studio personale e approfondimento delle materie che più mi rappresentano. Il risultato ha fatto confluire tutto nel progetto Fenice Nera, che mutua da tutti gli altri le coordinate stilistiche di epicità e forza, facendo un passo in avanti dal punto di vista concettuale e visivo.

Maiestas Domini è il tuo ultimo album, pubblicato a otto anni di distanza rispetto a Tempus Fugit, ed è, appunto, il primo disco del progetto Fenice Nera. Come ce lo descriveresti dal punto di vista prettamente musicale?

Si tratta di un lavoro che è stato elaborato in un lungo periodo di tempo, andando a definire e contestualizzare vecchi riff che avevo in archivio, unendoli a nuove idee. Ho cercato di mettere insieme dei brani di concezione moderna, pur mantenendo una registrazione ruvida che stento ad abbandonare, perché maggiormente evocativa e sicuramente identificativa. Un lavoro che a tratti è black metal, a tratti rock, a tratti new wave, con un incedere potente, malinconico; al suo interno si può rintracciare drammaticità, ma non irreversibile. Sono presenti molte tastiere, che utilizzano gli stessi suoni usati per “Italia” in una chiave più moderna e fresca.

La forza evocativa ed epica c’è tutta, in una sperimentazione che se affrontata con attenzione ha ricadute emotive da non sottovalutare. È evidente che, come ogni disco del genere, sia necessario immergersi nel concept, per poterlo condividere, vivere o contestare. Maiestas Domini è comunque un progetto vasto, non solo musicale ma anche visuale: di fatto sono previsti otto videoclip per ciascuna delle otto tracce del disco, che verranno pubblicati piano piano nel giro di un anno; al termine messi tutti insieme formeranno un supporto visivo completo per comprendere le mie intenzioni, e le sperimentazioni in questo senso sono state e saranno più vistose. Ho potuto usufruire di location prestigiose come la Rocca dei Rossi di San Secondo Parmense, o il mastio del Castello di Vigoleno nel piacentino per esempio, trovando l’appoggio di Enti e privati, oltre che la collaborazione di numerose comparse a volte anche totalmente estranee all’ambiente che hanno appoggiato e condiviso il progetto. Un grande lavoro di squadra che sta facendo entrare il metal estremo in contesti normalmente difficili da fruire.

Ho apprezzato molto gli inserti di tastiere, ti dirò, così come mi ha preso molto la rivisitazione di “Guerra”. A proposito di quest’ultimo brano: come si inserisce all’interno di un album il cui concept è incentrato sulla trasformazione?

“Guerra” risale all’anno 2002, la registrai e la pubblicai su un promo di anteprima per Litania, disco incentrato sulle cristianizzazioni forzate in Sassonia del secolo VIII d.C. mai pubblicato. Si tratta di un brano che ho sempre riproposto dal vivo nel corso degli anni e molto amato dai miei sostenitori, ma effettivamente mai presentato con una registrazione degna. La lacuna è stata colmata nel 2017 e il brano è stato quindi inserito come bonus track nel nuovo disco. Nulla di strettamente collegato al concept quindi, ma l’occasione di proporre una canzone a cui sono molto legato in una forma decisamente più accattivante.

Parlando delle tematiche, invece, credo sia necessario fare un discorso un po’ più articolato. Proviamo a iniziare dall’alchimia: che rapporto hai con essa e in che modo ha influenzato la genesi dell’album?

«Ora che dell’Oro è compresa l’essenza, con dignità siamo pronti a morire». Con questa frase terminava il videoclip di “L’Ultima Notte Sulla Terra”, l’outroduction di Tempus Fugit nel 2011. All’epoca avevo già chiaro quale sarebbe stato il concept del nuovo disco: dal Tempo che scorre inesorabile (dimensione verso la quale provo un attaccamento quasi morboso) agli strumenti per renderlo meno doloroso e più funzionale all’esistenza. L’Alchimia è un linguaggio visivo, morale e spirituale, un linguaggio che tutti dovrebbero conoscere e padroneggiare, al pari dell’astrologia, dell’astronomia, della meccanica. A scuola mi insegnarono semplicemente che l’Alchimia fu una antica arte finalizzata alla trasformazione di metalli in oro, nulla di più. Poi nel corso degli anni ho incontrato persone che sostenevano di praticare la Nigredo, e ancora oggi mi capita di sentire parlare sedicenti alchimisti che si proclamano tali, che ti parlano con tono pacato, sottovoce e provano a farti il lavaggio del cervello. Cialtroni.

Negli ultimi dieci anni mi sono dedicato allo studio di diverse discipline meccaniche e liberali e ti parlo comunque da persona cosciente di non sapere nulla, travolta come tutti dalla vita di ogni giorno, arrancando per cercare di vivere onestamente ma tentando di ritagliare tempo prezioso allo studio in ogni sua forma. Sposando la corrente di pensiero positivista, dovrei limitarmi a ridurre qualunque processo intellettivo, morale e sentimentale a una mera formula matematica o chimica. In realtà mi rendo conto di fare molta fatica ad annullare il concetto di Spirito e Anima, figure che sono protagoniste e violentemente investite in un ideale procedimento alchemico.

La mia idea, che è alla base di Maiestas Domini, è quella di esercitare il cuore e la mente come si sottopongono a esercizi i muscoli del corpo. Fare battere il cuore più forte di una mitragliatrice, e riempire il cervello di nozioni, informazioni, visioni, idee, passioni. Il leone e il fuoco, lo zolfo e il mercurio, piuttosto che Saturno e la Pioggia cosmica, sono simboli esageratamente astratti, indefinibili in maniera universale ma identificabili in ognuno di noi, in modo sempre più evidente man mano che si acquisiscono informazioni, esperienze, coscienza del proprio potenziale in un ideale percorso di rettitudine, che vuol dire ordine e disciplina, indirizzati verso il processo creativo.

Temo la Morte e temo il Tempo, nasciamo come pietra nera e rimaniamo tali per tutta la vita su un piano spirituale: rincorrere la conoscenza qualunque siano i propri mezzi e vivere intensamente la vita sono forse gli unici strumenti per dare un senso all’esistenza.

Scendiamo ancora più nello specifico, ora. Le immagini che hai scelto di inserire all’interno del libretto (ma anche in copertina) di Maiestas Domini sono tutt’altro che casuali…

L’Alchimia prevede diversi procedimenti (che simbolicamente si intersecano) al fine di raggiungere, a seconda degli autori, la Pietra Filosofale, l’Uovo, l’Oro, la Conoscenza, la Moltiplicazione, e l’Androgino Alchemico (cover del box e dell’inlay) a mio parere risulta essere la migliore rappresentazione possibile del raggiungimento di questo risultato.

Laddove il libretto non dà spiegazioni di ciò, il video di “Saturn Stone” chiarisce la presenza dei rintocchi di campana che impazzano nella coda del brano. Sbaglio o anche i tuoi movimenti al suo interno non sono proprio casuali?

In realtà ogni testo di Maiestas Domini contiene numerosi riferimenti all’Opera Alchemica e alle sue diverse varianti e alternative per il raggiungimento della Moltiplicazione. Chi ha dimestichezza con la materia non avrà difficoltà nel reperirli. Come accennato, sono in lavorazione otto videoclip che andranno a rappresentare e a spiegare il senso di tutto il disco. Più in particolare, per “Saturn Stone” ho realizzato un lyric video semplice ma altamente simbolico, girato in un ipogeo del XV sec. che mi vede indossare un’armatura brunita con relativa usuale corona (Il Re sbranato dal Lupo che rinasce una volta bruciato il corpo dello stesso, ma anche rappresentazione della materia grezza e nera di Saturno che deve essere trasformata in Oro) e seguire con lo sguardo la fiamma di una torcia (simbolo di conoscenza, sapienza a cui tendere, ma anche fuoco delle fornaci di Saturno); il brano termina con il suono di alcune campane di bronzo che ho personalmente registrato e le mie movenze vacillanti nel video trasmettono un senso di dolore, dolore simbolico nell’attivazione del processo alchemico. Come saprai, la simbologia dell’Alchimia è stata utilizzata anche in ambito sacro, quindi ho connesso la teoria di Pedro Mejia per cui il Diavolo rifugge il suono delle campane, alla rappresentazione diabolica della materia grezza dominata da Saturno e contenuta in ogni uomo, che inizia il processo di purificazione. “Saturn Stone” è il secondo clip, capitolo II, nell’ordine: da qui l’armatura scompare per poi ricomparire nel capitolo VII e VIII. Si tratta di un lavoro che mi sta incredibilmente entusiasmando, perché al termine si potrà assistere a una sorta di film esplicativo di tutti i simboli e temi trattati nei testi e nei miei intenti.

In questo preciso momento storico, un disco che riprende discorsi vecchi come quello sull’alchimia potrebbe sembrare un po’ anacronistico… O forse no?

Questo è un tema che è stato trattato da centinaia di band nel passato. Io l’ho ripreso alla mia maniera, conferendogli connotati positivi e affrontandolo con un approccio moderno e imprevedibile. Come ho già accennato, l’Alchimia è un linguaggio che dovrebbe essere studiato da tutti, insegnato correttamente a scuola, permettendo di allargare i propri orizzonti intellettuali e spirituali. In un momento storico decadente come quello che stiamo vivendo, riflettere e approfondire certi temi è tutt’altro che sconsiderato.

Vedremo mai Fenice Nera suonare dal vivo?

Certamente. Contiamo di mettere in moto i carriaggi quanto prima e chi avesse proposte nell’immediatezza non esiti a contattarmi.

C’è qualche location o qualche festival in cui ti piacerebbe esibirti particolarmente?

Mi piacerebbe suonare in sud Italia, non siamo mai stati più giù dell’Abruzzo e questa potrebbe essere l’occasione buona.

E invece per quanto riguarda le band? Con quali vorresti dividere un palco?

Nessuna in particolare, l’importante è la qualità!

Se c’è una cosa che mi affascina molto, devo dirti la verità, è la tua collaborazione con i tuoi conterranei Darkend nella realizzazione di una cover a te dedicata di “Inno Alla Stagione Dell’Inverno” (inserita come bonus track in The Canticle Of Shadows). Posso confessarti che la preferisco alla versione originale?

Sono contento che ti sia piaciuta! In realtà è stato un esperimento davvero imprevisto e quando i Darkend mi hanno proposto il progetto ho accettato subito, perché sapevo che sarebbe uscito un bel prodotto. Sono dei grandi musicisti e hanno riproposto il mio brano con il loro stile maestoso e rituale. Doveva essere qualcosa di diverso e bello e direi che ci siamo riusciti. Ora abbiamo due versioni per tutti i gusti!

Penso che tredici sia un numero più che adatto di domande per questa intervista, non credi? Ti lascio carta bianca per chiudere come preferisci.

Ringrazio Aristocrazia per il costante supporto dimostratomi, ricordo a tutti gli interessati di seguire Fenice Nera su Facebook, Instagram ma soprattutto sul canale YouTube ufficiale per rimanere aggiornati sull’uscita dei nuovi videoclip di Maiestas Domini: è un lavoro in cui credo molto e che intendo condividere con più persone possibili!

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