FLESHGOD APOCALYPSE – Intervista

Gruppo:Fleshgod Apocalypse
Formazione:

  • Francesco Paoli – Voce, chitarre, batteria (in studio)
  • Paolo Rossi – Voce, basso
  • Francesco Ferrini – Piano, orchestrazioni

Arrivati all’ammirevole traguardo del quinto album in studio in dieci anni esatti di attività, i Fleshgod Apocalypse sono uno dei nomi più interessanti del panorama estremo contemporaneo. Ancora relativamente giovani, eppure assolutamente affermati a livello internazionale, i ragazzi del centro Italia sono senza ombra di dubbio la formazione più rinomata cui il Bel Paese abbia dato i natali in ambito death metal, e ormai anche una delle più famose nel mondo metal tutto. Dopo l’acclamato King (Nuclear Blast, 2016), il quintetto si è separato da due dei suoi membri storici, Cristiano Trionfera e Tommaso Riccardi, presentandosi quindi in studio nell’inedita veste di trio. Poco prima dell’uscita ufficiale del nuovo Veleno, ancora per Nuclear Blast, e prima della loro esibizione italiana al Metalitalia Festival, ho potuto incrociare Francesco Paoli, chitarrista, batterista (in studio) e ora di nuovo cantante del gruppo, e avere la sua opinione schietta e in perfetto accento del centro Italia su… Beh, un sacco di cose.



Una domanda banale, giusto per scaldarsi: fino a pochi giorni fa eravate in Nord America, com’è andata? La cosa migliore e quella peggiore che vi sono capitate?

Francesco: Bene, molto bene, finalmente abbiamo una settimanella di relax, prima di partire per il Sud e Centro America. In generale, il tour è andato benissimo, è stato incredibile, e l’highlight è stato il tutto esaurito a New York, una figata vera. Era un tour da co-headliner con gli Hypocrisy e anche il rapporto con loro è stato splendido, sono dei grandi e c’è stato un bellissimo clima. La cosa peggiore [ci pensa un po’ su]… Non saprei, è davvero andato tutto bene, non saprei dirti. Forse il fatto che mi ero fatto la bocca per poter fare un po’ di turismo, ma abbiamo davvero avuto poco tempo. Però siamo stati sul Grand Canyon, ed essere là con Horg degli Immortal è stato un sogno che si realizza. Io e Horg al Grand Canyon, immaginati. Avevamo quattro giorni di pausa, quello è stato il primo, io ero gasatissimo, ma gli altri in realtà sono stati quasi esclusivamente di viaggio e non abbiamo fatto granché.

Beh, il Grand Canyon è comunque un buon bottino.

Sì, sì, quel giorno abbiamo fatto il Canyon e Las Vegas.

Non voglio sapere cosa avete fatto con Horg e gli Hypocrisy a Las Vegas in un giorno di pausa.

[ride] No, no, Horg è tranquillissimo, erano più che altro Tomas [Elofsson, chitarrista live della band di Peter Tägtgren] e la crew a essere… belli andanti.

Ti sento molto entusiasta. Per quanto riguarda strettamente i concerti, immagino che avrete più o meno la stessa scaletta anche per il Centro America e per il Metalitalia Festival…

No, adesso ce stiamo un po’ a tene’, per il Metalitalia avremo qualche sorpresa. In realtà è partito tutto con un singolo, che però ha avuto una risonanza enorme. Il tour è stato fatto praticamente tutto su un singolo, che è una cosa davvero anni Ottanta, se ci pensi! La gente però ovviamente voleva materiale nuovo, e siccome noi per la 70k Tons Of Metal avevamo preparato un brano, “Fury” [opener del nuovo Veleno], abbiamo deciso di rimettere anche quella in scaletta. Poi abbiamo aggiunto un po’ di pezzi che non facevamo da tanto tempo o che non avevamo mai fatto con me alla voce, come “Minotaur”, e la gente è stata super entusiasta. Per il Centro e Sud America avremo un po’ più di tempo, quasi un’ora e venti, quindi aggiungeremo qualche altro pezzo, ma per il Metalitalia suoneremo per la prima volta qualche cosa di nuovo, visto che il disco esce il 24 maggio e il festival è proprio la settimana dopo.

A bruciapelo, una domanda da uno che non sa farsi i cazzi suoi: quella di cominciare un tour mesi prima dell’uscita del disco e con solo un singolo a disposizione è stata una scelta vostra o un errore organizzativo?

Si è trattato di entrambe le cose. Noi avevamo l’idea di far uscire il disco per l’inizio dell’anno, perché era pronto, però non eravamo convintissimi su alcuni dettagli di produzione, e poi il mondo della musica è cambiato, e così pure le scadenze. Ora c’è tutto un processo da seguire per portare il disco in streaming, e tutta la procedura lunghissima per il vinile. Prima i vinili si stampavano dalla sera alla mattina, perché tanto non interessavano a nessuno, adesso invece sono tornati come formato principale, soprattutto come merch durante i tour, e le poche aziende sopravvissute oggi sono super oberate di lavoro e hanno tempi di attesa lunghissimi per stampa’ ‘sti cazzo de vinili. Per questo alla fine abbiamo spostato tutto e il disco esce più tardi, ma noi abbiamo comunque pensato che iniziare un tour con così tanto anticipo potrebbe creare dell’hype, potrebbe portare un po’ di attenzione attorno alla band. E ha funzionato alla grande. Questo ha finito per essere un tour che conduce al disco, esattamente come si faceva negli anni ‘80, dove prima si portava l’attenzione sulla band con un singolo, si faceva il tour per quel singolo, poi usciva l’album, si promuoveva l’album e il fan tornava a supportare la band anche nel tour dell’album vero e proprio. Ecco, mi auguro fortemente che tutto questo accada [ridacchia]!

Ecco, stavo appunto per dirti: così facendo ti impegni a suonare fondamentalmente due anni di fila, senza un attimo di pausa.

Sì, ma noi abbiamo sempre suonato tantissimo. Considera che il solo King ha fatto 260 date in più o meno un paio d’anni. In totale stiamo intorno ai mille concerti, da Agony, e probabilmente Veleno seguirà un corso simile, nei prossimi due o tre anni. Poi inizieremo a esse’ vecchi e ce chiederanno de fa’ i tour de’ dischi vecchi [ride]. Comunque per ora siamo soddisfatti di questa scelta, anche se particolare di questi tempi, e dati alla mano siamo convinti che questa cosa abbia aiutato il meccanismo dei preorder, che oggi è il meccanismo reale di vendita di un disco. Un album non ha più una longevità tale che la gente dopo un anno o due lo acquista su internet, quello che vendi lo vendi all’inizio. Facendo quello che stiamo facendo, cerchiamo di andare un po’ controcorrente e diluire un po’ le cose, tenere viva l’attenzione più a lungo, con del materiale artisticamente valido — parlo del video — che si faccia notare. Abbiamo sempre cercato di puntare più sulla qualità che sulla quantità, ci hanno sempre dato delle teste di cazzo, ma ultimamente un po’ meno, qualcuno comincia a dire «voi vede’ che c’avevano ragione?». Alla fine sulla quantità non potrai mai vincere, perché c’è un numero di gruppi enorme che fa cose e continua a buttare fuori materiale sempre uguale.

Sono pienamente d’accordo, e dalle cose che hai detto mi vengono due spunti. Il primo è relativo all’etichetta: siete l’unica, se non una delle pochissime band italiane su Nuclear Blast [in realtà ci sono anche Luca Turilli e Fabio Lione]. Come vi trovate e quanta differenza fa avere un nome come quello alle spalle, se la fa?

Ci troviamo bene, siamo un gruppo su cui Nuclear Blast ha sempre puntato, perché hanno sempre fatto abbastanza attenzione a questa roba un po’ sinfonica e operistica italiana, anche coi Rhapsody — credo anche i Rhapsody di Luca e Fabio siano rimasti sotto Nuclear — e dopo dieci anni che siamo qui c’è anche un rapporto stretto a livello umano, con le persone che ci lavorano, perché definiamo tutto sempre a stretto contatto. Il loro ruolo non è più quello di prima, non è più centrale, ed è l’etichetta stessa la prima a saperlo; oggi ha un ruolo di mediazione, di selezione. Se stai sotto Nuclear, godi di un certo tipo di credibilità, insomma, che altre band non hanno. Perché per quanto tu possa essere ovviamente più piccolo, stai sotto la stessa etichetta degli Slayer, dei Nightwish e gente di questo calibro. ‘Sta cosa vale per Century Media, per Metal Blade, per tutte le grandi indipendenti storiche. Per queste realtà la cosa ha ancora un senso anche economico, non è che stampano i Fleshgod Apocalypse perché gli stiamo simpatici. Siamo un gruppo che vende tanto in digitale e ha una fanbase molto molto giovane, teoricamente quindi disposta a seguire la band a lungo, e come per noi è prestigioso essere con Nuclear e ci apre delle porte che a tanti altri gruppi rimangono chiuse, per loro siamo uno dei gruppi traino dell’etichetta nel mondo underground. Per quanto riguarda i nomi più grossi di noi, poi è un discorso differente: è vero che c’è tanto più pane, ma è anche stata spesa tantissima farina, quindi sono meccaniche diverse rispetto a quelle che ci coinvolgono.

La seconda cosa che ti volevo chiedere invece, rifacendomi al discorso sulla qualità cui accennavi prima, è: una delle critiche che ho letto più spesso nei confronti dei Fleshgod Apocalypse è quella di essere un gruppo ottimo dal punto di vista tecnico, che però proprio per questo punta tantissimo su questo aspetto, tralasciando la spinta più emotiva del death metal. Mi è parso che su Veleno questa cosa sia mitigata, e tu stesso hai dichiarato che si tratta del vostro disco più spontaneo.

Mah, guarda, è un discorso un po’ complesso. Noi abbiamo sempre fatto musica che ci piacesse. Con risultati più o meno riusciti, soprattutto in fase di produzione, ma non abbiamo mai puntato su niente. L’errore che viene fatto spesso è che siccome i Fleshgod Apocalypse suonano questo, allora puntano su quest’altro. Siccome si nota che siamo tecnici, allora la tecnica è il nostro selling point. La verità è che a noi non ce ne fotte un cazzo. Questo è. Siamo un caos totale ed è tutto fatto a gusto personale, a seconda di come ci svegliamo la mattina. Veleno è la fotografia di questo, un disco in cui le idee sono state raccolte in tre anni: ‘na mattina me so’ svejato incazzato e ho scritto “Pissing…”, il giorno dopo ero totalmente depresso e la vita era nammerda e m’è uscita “The Day We’ll Be Gone”. Ed è sempre stato così per noi. Poi la complessità, l’attenzione, la ricerca, l’aspetto progressive della band, come lo chiamo io, è parte dell’anima nerd della gente che scrive i brani. Io e il Ferro [Francesco Ferrini] siamo due persone che stanno lì le ore, i giorni, i mesi in uno studio matto e disperatissimo leopardiano, capisci? È quello che ti incasina tutto e ci fa tirar fuori un disco tipo Labyrinth, che è un casino a livello compositivo, perché ci abbiamo passato un anno a metterlo insieme. Ma questo è frutto della psicosi, non è una cosa cercata.

Né io, né il Ferro, né nessun altro nei Fleshgod Apocalypse è mai riuscito ad applicare una formula, questo è l’annoso problema nostro. Io ho fatto King, il giorno dopo che ho fatto King, non mi piace più e voglio fare altro, ed esce fuori Veleno, che è super aggressivo e in cui abbiamo puntato tantissimo sulle parti da suonare live, con tantissime chitarre e tantissimo piano. Però mo’ fanculo, non è abbastanza atmosferico. Il prossimo disco: doom. È tutto così, ed è anche un po’ il bello di questa band. E finché la gente ci compra i dischi, va bene. Poi il giorno che non ce li comprerà più e saremo a un bivio, decideremo se fare King 2 e far finta che ci piaccia oppure andare a raccogliere olive. Per come sono fatto io, andrei a raccogliere olive, perché la musica è importantissima e mi piace tantissimo, ho speso e mi sono speso tutto per la musica, però non è la vita. La vita è esse’ pulito, fa’ le cose per bene, essere onesto anche artisticamente. Io apprezzo quello che hanno fatto Cristiano e Tommaso [Trionfera e Riccardi, che hanno abbandonato la band a seguito della pubblicazione di King]: hanno lasciato il gruppo nel momento in cui il gruppo esplodeva, perché non ci stavano più dentro. E questo dovrebbe succedere nella musica: se non te ne frega più un cazzo, voi sta’ colla moglie, voi fa’ i figli, voi fa’ altro, non t’interessa più il metal, è giusto che tu smetta, che tu cambi, che tu faccia altro, e che tu renda al 100% in altro, anziché star lì a munge’ ‘na vacca che ormai è magrissima, intasando canali che magari altre band emergenti non possono sfruttare, perché ci stanno ‘sti vecchi babbioni rompicazzo che fanno musica demmerda. Non sto dicendo che se sei vecchio devi smettere.

Il punto è avere ancora delle cose da dire, indipendentemente dall’età.

Ecco! Devi ave’ qualcosa da dire ancora. Puoi pure arrivare come i King Crimson a novant’anni e fa’ roba fichissima e continuare a suonare e sperimentare, però se sei un gruppo che non ha più voglia, basta. Fai altro! Anche nel mondo della musica, esiste una marea di figure professionali che come musicista conosci, ma chiaramente diventare una figura professionale di questo tipo richiede sforzo, richiede lavoro, quando invece rifare per l’ennesima volta lo stesso disco… È un discorso di onestà intellettuale. Poi non fai i miliardi. Diventassi ricco coi Fleshgod Apocalypse, potrei dire: sai, ho un tenore di vita da miliardario, se il giorno dopo me metto a fa’ il manager di un’etichetta devo rinunciare al mio stile di vita. Ma non è così. Nessun gruppo, neanche i più grandi fanno più i miliardi. È proprio un discorso di pigrizia mentale, e ‘sta cosa è svilente.

Sono d’accordissimo, e hai anche già anticipato una delle mie domande, relativamente al passaggio da quintetto a trio dopo l’abbandono di Cristiano e Tommaso, ma mi pare sia stato un cambiamento abbastanza sereno, da come ne parli.

Assolutamente, come no, non c’è nessun problema con loro.

Un’altra cosa di cui vorrei chiederti invece sono i testi: nel promo che ho ricevuto non c’erano, per cui non so di cosa parlino le canzoni, a parte “Carnivorous Lamb”, di cui è uscito il lyric video. Di cosa trattano?

Diciamo che il concept dell’album è un’analisi del rapporto tra l’uomo e la natura. Natura intesa come ciò che ci circonda, l’ambiente naturale, ma anche ciò che sta dentro di noi, la natura umana, il nostro spirito, anche se io non credo poi tanto nello spirito. Il rapporto che hai con la tua natura, ecco. Abbiamo iniziato questa analisi in modo abbastanza asettico, cercando di scrivere brani in cui venisse evidenziato questo rapporto strettissimo, una roba un po’ romantica. Quello che però continuavamo a trovare è che l’uomo è il più grande sabotatore di se stesso. L’avvelenamento, e da questo poi Veleno, diventava automaticamente il fulcro del brano. Se vuoi scrivere un testo su di te e l’ambiente, inteso come essere vivente inserito in un contesto più ampio che non comprendi appieno, automaticamente viene fuori che lo inquini, che non ti spieghi i fenomeni e le regole al suo interno e crei una sovrastruttura per rappresentarli (la filosofia, la religione e tutte queste cose). Il risultato è che l’uomo avvelena lo stato delle cose. Lo stesso succede quando l’uomo affronta se stesso: come tamponi e risolvi le tue fragilità? Drogandoti, cercando di scappare dalla realtà? Ancora, la paura della morte: abbiamo scritto un pezzo su Epicuro, parlando del fatto che la morte in realtà non ci riguarda, perché tanto nel momento in cui sei morto non esisti più, e non ha senso passare tutta la vita a pensarci.

Di che brano stiamo parlando di preciso?

“The Day We’ll Be Gone”. È un pezzo che descrive perfettamente come la paura e l’incapacità dell’uomo di razionalizzarla poi non faccia altro che avvelenare tutta la sua esistenza e distruggere la potenzialità che invece un uomo ha dentro di sé. Tutto questo solo perché l’ignoto non è spiegabile empiricamente. Questo genere di riflessioni ha portato alla stesura di pezzi differenti, ciascuno per un Veleno differente, più o meno metaforico che sia.

Mi viene in mente un libro di cui ho scritto qualche mese fa, Tra Le Ceneri Di Questo Pianeta di Eugene Thacker, un filosofo la cui tesi di partenza è che l’uomo sia un errore nell’economia globale dell’universo, e che l’horror come genere non è altro che un modo umano per spiegare l’ignoto. E a proposito di horror e di estetica, l’artwork di Veleno è di Travis Smith: com’è nata la collaborazione con lui?

Travis è un artista incredibile, e oltre a essere estremamente disponibile è un visionario completo. Abbiamo iniziato con alcune proposte da parte nostra, e lui ci ha sottoposto alcune opzioni da cui partire. La copertina di Veleno nasce da una bozza cui lui teneva particolarmente, e per noi era perfetta, perché racchiudeva già alcuni concetti presenti nell’album. Da lì abbiamo deciso di fare come si usava nel prog anni ‘70, ossia di creare una copertina che avesse al suo interno una serie di rimandi ai contenuti dell’album stesso, così gli ho passato i testi e ci siamo rimbalzati un po’ di idee e proposte, e quello che vedi è il risultato finale. È una copertina che offre una lettura generale, data da questo peso, da questo autosabotaggio che l’uomo deve soffrire, rappresentato dall’elefante, e che offre allo stesso tempo tanti richiami ai singoli brani, da “Carnivorous Lamb” ad “Absinthe”, ogni brano ha un suo elemento. È incredibile come Travis abbia preso così a cuore questo lavoro, ho passato le nottate con lui su Skype a parlarne, è una persona di un’umiltà assoluta, e parliamo di uno che ha fatto le copertine agli Slayer e agli Opeth. Uno che ha in portfolio delle robe enormi e che passa la notte a farsi le seghe mentali con me, eccezionale. È veramente un figo.

Penultima domanda: come mai il titolo in italiano questa volta?

Perché… Suona bene. Venom faceva cagare. Per cui, visto che gli Italiani sono amatissimi all’estero e solo noi siamo convinti di essere detestati, abbiamo optato per la parola in italiano. Tanti ci invidiano, perché siamo italiani. Poi sì, abbiamo un sacco di problemi, c’è tanta disoccupazione, per i giovani è un momento difficilissimo, ma questo non ci rende un Paese di merda. Io sono contento di essere italiano, abbiamo un’eredità culturale di cui essere fieri e dobbiamo fare di tutto per continuare a portarla avanti.

E ora l’ultima: l’anno scorso vi hanno rubato parte della strumentazione. Lavorando e suonando con materiale principalmente custom, siete riusciti a superare quell’enorme danno?

Sì, e il nostro liutaio, Rufini, ci ha salvato la vita. Quando ci hanno rubato tutto, e a oggi non abbiamo mai ritrovato nulla, per noi è stata una botta psicologica ed economica tremenda e ci ha creato dei disagi enormi. Abbiamo dovuto far saltare dei concerti, spostare le registrazioni del dvd, riprogrammare tutto, è stato davvero difficile, credo sia stato l’episodio più spiacevole che ci sia mai successo in tutta la nostra carriera. Però, come ripeto per l’ennesima volta, non tutto il male viene per nuocere, e ci ha fatto riscoprire l’amore incondizionato dei fan: ci hanno supportato alla grandissima, hanno comprato di tutto, ci hanno supportato anche in termini strettamente economici. E poi la disponibilità e l’amore di tutti i nostri collaboratori, tra cui Rufini, come dicevo, perché ha praticamente bloccato tutte le commesse che aveva e ci ha rifatto le chitarre subito, altrimenti avremmo continuato a perdere date. Dalla mattina alla sera, in tre settimane ci ha dato delle prime chitarre, che poi sono state modificate nel tempo. È stato incredibile, tra un tour e l’altro le modificava, le rifiniva, le metteva a posto, e sono strumenti meravigliosi. È stata davvero una botta inaspettata: stavamo in Svezia, nel parcheggio dell’hotel…

Sì, e scusa se ti interrompo, ma proprio per caso parlavo con gli Evergrey pochi giorni fa, e parlando del furto che hanno subito loro…

Due settimane dopo di noi, la stessa cosa. E nello stesso posto. Probabilmente quindi la stessa gente, perché il loro studio privato non è distante dall’hotel dove alloggiavamo noi. E gli hanno inculato tutto, compreso il pc con i pezzi dentro. E chi ha rubato la roba non ha la minima idea di quello che ha per le mani, hanno pure provato a ricontattarci per rivendercela, ma poi c’è stata la polizia di mezzo… È stato un furtarello, per loro. Però un furtarello che per una band, che con la propria strumentazione ci campa, è un disastro.

L’unica consolazione è che, appunto, i furti ce li hanno anche in Svezia, e non solo in Italia, per tornare al discorso che facevamo prima…

Guarda, è una cosa che dico spesso, soprattutto nelle interviste con altri italiani: forza. Dobbiamo tene’ duro, dobbiamo fa’ vede’ a tutti la pasta di cui siamo fatti. Io parlo soprattutto per il metal, ma in realtà in qualsiasi occasione, non dobbiamo piangerci addosso: c’abbiamo du’ gran palle, dobbiamo tirarle fori più spesso. Non è che se hai i capelli biondi, lunghi e lisci allora scrivi i pezzi meglio de me. Capito che dico? Famolo vede’, dimostriamolo, rendiamo onore alle nostre origini, famo roba bella e portiamo in giro il nome dell’Italia, soprattutto dal punto di vista artistico. D’altronde è questa la nostra specialità.


Veleno uscirà il 24 maggio per Nuclear Blast
I Fleshgod Apocalypse suoneranno il 1 Giugno al Metalitalia Festival
Tutte le foto in questo articolo sono di Dave Tavanti

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