Una soffertissima intervista con gli Inanna | Aristocrazia Webzine

Una soffertissima intervista con gli Inanna

Il 2022 ha visto il ritorno degli Inanna, band death metal di veterani attiva fin dal 2000. Il gruppo era entrato in una sorta di quiescenza compositiva a seguito della pubblicazione nel 2012 dell’album Transfigured In A Thousand Delusions, uscito per Australis Records. Per i successivi dieci anni gli Inanna non hanno pubblicato una singola nota, nonostante abbiano svuotato i cassetti con un paio di uscite minori tra vecchi demo e registrazioni dal vivo. Dopo lunga attesa, aprile 2022 ha salutato la pubblicazione di Void Of Unending Depths, uno dei più ispirati e interessanti album death dell’anno (e al quale è presto seguita una dovuta ristampa di Transfigured…), e il nome Inanna è finalmente tornato sulla bocca di molti.

A dir la verità, questa intervista venne inizialmente organizzata nel 2022, circa nel periodo di uscita di Void Of Unending Depths, ma a causa di una serie di ragioni è rimasta nel cassetto fino a qualche settimana fa, quando grazie alla perseveranza del chitarrista Cristóbal González gli astri si sono allineati e abbiamo finalmente potuto redigere una versione finale di questa pubblicazione.


È bello risentirvi dopo così tanto tempo ragazzi, e prima di tutto: cosa è successo in questi dieci anni?

Cristóbal: Eh, sono successe tante cose in questi anni, tra l’uscita di Transfigured In A Thousand Delusions, nel dicembre 2012, e Void Of Unending Depths nel maggio 2022, ormai più di un anno e mezzo fa. Ci sono state delle difficoltà perché nel 2012 Diego Ilabaca, il nostro chitarrista, viveva in un’altra città, non così lontana da Santiago, ma avendo degli impegni e delle responsabilità si è rivelato difficile a volte riuscire a organizzare gli incontri e le prove del gruppo. In quegli anni abbiamo pubblicato una compilation, Unearthed Relics (2016), un live in cassetta dal titolo Ancient Horror Unleashed (sempre nel 2016), e Live Antiquity, un live album registrato anche in video, pubblicato su Bandcamp nel 2020.

Nel 2017, Felipe Zará, nostro batterista e amico di lunga data, ha deciso di lasciare il gruppo, e quello è stato un punto di rottura per la band. Il compito di trovare un batterista adeguato non era semplice, non solo per le capacità tecniche e la padronanza dello strumento, ma anche per l’ampio spettro di influenze musicali che ci piace infilare nelle nostre canzoni e, cosa forse più importante, le qualità umane e la capacità di integrarsi con il resto di noi. Quello è stato il momento in cui Carlos Fuentes, chitarrista degli Inanna dal 2003, ma anche grande batterista fin da giovane, ha deciso di mettersi in gioco e sedersi dietro la batteria. A quel punto la band è diventata un trio, suonando in numerosi spettacoli in giro per il Paese, fino al 2019, quando si è deciso che era il momento di tornare a una formazione a quattro e sono stato coinvolto per il lavoro di chitarra.

Essendo amico di lunga data dei ragazzi e avendo anche suonato con tutti loro in altre band, è stato del tutto naturale. Abbiamo iniziato a provare e abbiamo fatto uno spettacolo dal vivo poco prima dello scoppio della pandemia. È stato allora che è partita la produzione delle canzoni per Void Of Unending Depths, facendo demo e poi tutto il processo di registrazione per pubblicarlo finalmente nel 2022 con la spagnola Memento Mori Records.

L’album è stato scritto durante la pandemia, e avete dichiarato apertamente che la situazione vi ha tenuti bloccati per circa un anno a causa delle restrizioni in Cile, che non vi permettevano di muovervi liberamente, mentre voi avevate bisogno di stare insieme, voi quattro, nella stessa stanza. Molte band oggi lavorano completamente da remoto, ma voi avete voluto mantenere le cose old school. Perché?

Sai, è più che altro il modo in cui siamo abituati a lavorare, insieme in sala prove, suonando i riff, facendoci venire in mente arrangiamenti e nuovi spunti, è così che ci sentiamo più a nostro agio. Ma con le restrizioni, e anche perché Diego viveva fuori Santiago, le cose sono andate molto piano. Avevamo tutti le nostre canzoni e abbiamo finito gli arrangiamenti lì a Sonido Origen, lo studio di Carlos, però non al ritmo che volevamo, per quanto cercando di fare del nostro meglio per finire l’album. Penso che ci siano state tre o quattro volte in cui siamo riusciti a incontrarci tutti e quattro. Principalmente ognuno di noi andava in studio per registrare le proprie parti e lavorare con Carlos. Non siamo mai riusciti a riunirci per provare effettivamente le canzoni come una band prima che l’album fosse completato. Solo pochi mesi prima dell’uscita dell’album Diego è tornato a Santiago con la sua famiglia, e questo ci ha permesso di provare di più e di avere di nuovo la nostra sala prove.

Personalmente adoro l’album sia dal punto di vista musicale che testuale, e non ho potuto fare a meno di notare che è dedicato al romanziere cileno Francisco Coloane. Immagino che il collegamento più diretto sia la canzone finale, “Cabo De Hornos” (“Capo Horn”), su cui Coloane ha anche scritto un romanzo. Ci sono altri riferimenti? E da dove nasce questa scelta?

Le storie, i paesaggi e i misteri raccontati nei romanzi di Francisco Coloane, che vinse il Premio Nazionale Cileno di Letteratura nel 1964 e raccontò molte storie delle regioni più remote del sud del Cile, hanno sempre avuto una grande influenza sugli Inanna, soprattutto in ragione dei marittimi, che amiamo profondamente e che sono molto presenti nelle nostre canzoni. La vastità dei mari, i luoghi più profondi e oscuri ancora sconosciuti all’uomo, ha sempre catalizzato la nostra attenzione. Tuttavia la canzone “Cabo De Hornos” non è un riferimento al racconto omonimo di Coloane, ma è ispirata al luogo stesso, Cape Horn in inglese, il promontorio più meridionale della Terra del Fuoco, nel Cile meridionale, e racconta una storia di follia, mistero e tragedia.

Un altro riferimento molto evidente nell’album e in generale nella vostra produzione è l’horror lovecraftiano. In che modo l’autore di Providence vi influenza maggiormente?

Per quanto nei nostri album precedenti ci fossero dei riferimenti specifici all’opera di Lovecraft, come The White Ship (1919), The Shadow Out Of Time (1936) e The Call Of Cthulhu (1928), in Void Of Unending Depths non ci sono riferimenti diretti a un lavoro in particolare ma — ispirati dalla sua follia — abbiamo sviluppato un nostro disgustoso groviglio di incubi e orrori. Lovecraft è un’enorme influenza sui nostri testi, ovviamente, ma è solo quello, non è un nostro idolo, se vuoi, è soltanto un incredibile autore di fantascienza, in grado di immaginare e creare una vastità di misteri, creature spaventose e antichi orrori, che gioca con i tuoi sensi e che ti guida attraverso paure sconosciute, come altri autori che amiamo, penso a Poe o Tolkien.

In una vostra intervista recente ho letto che non eravate soddisfatti del lavoro svolto da Australis Records con il disco precedente, Transfigured In A Thousand Delusions (2012). Potresti approfondire un po’ l’argomento? Come avete raggiunto l’accordo con Memento Mori?

Mah, penso che non sia più una cosa importante, siamo molto contenti dell’accordo che abbiamo stretto con la Awakening Records dalla Cina, hanno fatto un ottimo lavoro con la nuova edizione del CD di Transfigured… e l’hanno resa disponibile in tutto il mondo a fan che volevano l’album ma non hanno avuto la possibilità di comprarlo poiché non era più disponibile da anni.

Per quanto riguarda Memento Mori, il nostro primo contatto con Raúl Sampedro in realtà è stato quando ha accettato di pubblicare il primo album del side project di Max Neira, il nostro bassista, e Carlos Have, i Coffin Curse. Il loro debutto del 2020, Ceased To Be, ha aperto le porte agli Inanna e all’accordo per pubblicare il nostro terzo album con l’etichetta spagnola. Raúl ha fatto un lavoro straordinario sia pubblicando il CD stesso sia distribuendolo in tutto il mondo. Questo ci ha permesso di farci conoscere in molti posti che non avevamo mai raggiunto prima, ottenendo ottimi riscontri sia per l’album che per la band stessa, dandoci una sorta di riconoscimento soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, e questo anche grazie alla ristampa del nostro primo album, Converging Ages (originariamente pubblicato nel 2008), ripubblicato da Desert Wastelands Prods sia su CD che su cassetta.

Gli Inanna fanno parte della scena underground da oltre due decenni, avete ancora lo stesso entusiasmo per il metal estremo? Qual è la differenza più grande che potete vedere adesso, rispetto alla situazione che c’era quando avete iniziato?

Oh beh, sono successe molte cose in oltre vent’anni [ride]. Allora era tutta una questione di dilettantismo. Non facevo parte degli Inanna all’epoca, ma avevo una band sia con Carlos che con Diego chiamata Perpetuum, abbiamo condiviso la sala prove e molte storie, e siamo rimasti tutti amici da allora. Stavamo imparando come essere una band e tutto al riguardo. I locali, o i bar, dove suonavano le band underground erano, quasi nessuno escluso, delle topaie. Ci sono però molti ottimi gruppi di quegli anni, abbiamo suonato concerti con Psicosis, Trimegisto, Melektaus, Norphelida (che purtroppo non sono più attivi, ma erano una delle migliori band che questo sottile pezzo di terra abbia mai vomitato) e tanti altri.

Guardandomi indietro, posso dire che le cose sono migliorate. Al giorno d’oggi ci sono posti più rispettabili in cui suonare, e non solo una manciata di buoni gruppi, ma una scena fantastica e forte con molte grandi band e musicisti di ogni sottogenere metal. Nel death metal ci sono i ragazzi dei Suppression, Ancient Crypts, Sepulcrum, Rotten Tomb, Mortify, Meridion, Féretro, tra gli altri, che stanno facendo musica davvero fantastica. Anche il thrash ha un sacco di artisti straordinari, come Dictator, Mental Devastation, Critical Defiance, Demoniac, Ripper, è impossibile non essere entusiasti. La scena cilena sta avendo un grande riconoscimento dal resto del mondo e questo è grandioso!