INGRANAGGI DELLA VALLE

INGRANAGGI DELLA VALLE

   
Gruppo: Ingranaggi Della Valle
   
 
Formazione:

  • Igor Leone – Voce
  • Flavio Gonnellini – Chitarre e Voce
  • Mattia Liberati – Tastiere e Voce
  • Shanti Colucci – Batteria e Percussioni
  • Marco Bruno – Basso Elettrico
  • Marco Gennarini – Violino e Voce
  • Edoardo "Mambrizio" Arrigo – Chitarra , Basso-Sintetizzatore, Mellotron e Voce
 

SCENT OF DEATH

Gli Ingranaggi Della Valle sono una promettentissima band romana e hanno da poco pubblicato il loro primo album "In Hoc Signo", dimostrando di avere le carte in regola per farsi spazio nel panorama prog-rock. Vediamo cosa hanno da raccontarci sulla loro realtà.


Benvenuti su Aristocrazia, come va la vita?

Innanzitutto grazie mille per l'invito! A quanto pare la vita va benissimo. Ci riteniamo molto fortunati ad aver coronato un sogno come quello di fare un disco prog a vent'anni, soprattutto qui in Italia dove lo spazio per i giovani è veramente molto ristretto.

Come vi siete conosciuti e come sono nati gli Ingranaggi Della Valle? A cosa è dovuta la scelta di tale nome?

Gli Ingranaggi sono nati in un quartiere, da lunghe amicizie e da incontri casuali. Ci siamo ritrovati tutti per caso così vicini, sia fisicamente che dal punto di vista musicale. Il nome, che evidentemente evoca le atmosfere del progressive anni '70, è da interpretare come una metafora tra l'Uomo e la Storia, per l'appunto gli ingranaggi e la valle; abbiamo messo così la nostra piccola idea di vita all'interno dello stesso nome.

Da quanto ho potuto capire siete una band alquanto giovane. Quando è venuta fuori la vostra passione per il genere e quali sono stati i dischi che ve l'hanno fatto amare?

Sicuramente è in gran parte merito di tutti i nostri genitori. Siamo più o meno cresciuti tutti con "Selling England By The Pound", "Fragile" e "Red" in macchina. Poi piano piano spinti da una curiosità non indifferente ci siamo aperti a tutto il resto.

In "Hoc Signo" è un debutto particolarmente maturo e nel quale si percepisce la passione che vi è stata immessa. In quale maniera date vita a un brano? Come si è svolto il processo di composizione, sia per quanto riguarda la parte strumentale che quella cantata?

Tutte le nostre composizioni nascono dal sentimento che vogliamo che esse facciano nascere nell'ascoltatore. Tutto ovviamente è stato più facile essendo un concept; il filo conduttore dei brani è costituito dalla serie di atmosfere che si incastrano e che già di per sé costituiscono una vera e propria storia musicale. Le parti cantate ovviamente seguono la precedente; abbiamo deciso di usare un tono più descrittivo nella prima parte, che si sostituisce lentamente a un lessico più simbolico nella seconda.

Il periodo delle Crociate, le battaglie in nome di un Dio che dovrebbe essere giusto e le posizioni spesso e volentieri fuorvianti che utilizzavano il motto «Deus lo volt» caratterizzano alcune, per non dire molte, della pagine più nere della storia umana. Di chi è stata l'idea di far ruotare il lavoro intorno a quell'infausto periodo?

L'idea del concept è stata di Mattia e Flavio. Sin dal liceo i due amici hanno sempre avuto una certa vena artistica incline alla creazione di storie; ecco perché i due hanno trovato molto interessante una possibile variazione sul solito tema delle Crociate, ovvero narrare di un manipolo di crociati che decidono di abbandonare la guerra per compiere un percorso mistagogico che li porti all'illuminazione interiore.

Secondo voi qual è il fascino che avvolge quello che fu un vero e proprio massacro perpetuato di anno in anno e costato la vita a parecchi innocenti? Prendo a esempio ciò che avvenne nell'alquanto dibattuta, e c'è chi dice mai accaduta, «Crociata Dei Bambini».

Noi non troviamo niente di fascinoso nelle Guerre Crociate. Le abbiamo trovate giuste come mezzo per poter mandare un segnale più universale.

Nel libretto è riportato un testo in inglese, l'unico presente, che si chiude con questa frase: «A time where a "Deus Lo Volt" hid more than a heroic action of defense or a sacrifice in the sign of the Cross. A time that's no far away». La parte che mi interessa di più è quell'ultimo e striminzito rigo che sottolinea come quella forma di flagello non si sia mai domato, abbia forse in parte cambiato forma, ma continui a mietere vittime tuttora. È questo ciò che volevate intendere, giusto?

Esattamente ed è parte per l'appunto del messaggio più ampio, e non limitato a un rimprovero verso i nostri avi, che vogliamo trasmettere.

Il movimento prog italiano è da sempre uno dei migliori a livello mondiale. Negli anni Settanta anche molti artisti inglesi mostrarono il proprio apprezzamento per la scena nostrana, allora perché si conosce sempre così poco di ciò che è la nostra arte e frequentemente si preferisce puntare e dare spazio alle produzioni estere?

Perché noi italiani preferiamo pensare che tutto il talento artistico della Penisola possa essere fruibile solo su X Factor o Amici.

Come e quanto vi siete integrati all'interno della scena romana? Ci sono band con le quali avete dei rapporti di stima e amicizia che vi hanno portato a condividere anche l'ambito live?

Diciamo che siamo stati quasi un fulmine a ciel sereno. Prima dell'uscita del disco avevamo avuto infinitesime chance di esibirci su un buon palco della Capitale. Abbiamo tuttavia molte conoscenze tra i nostri colleghi concittadini. Vorremmo mandare un grande abbraccio soprattutto a Taproban (con i quali siamo stati vicini di studio durante il missaggio del disco) e Camelias Garden, con i quali condividiamo oltre alla giovane età anche l'enorme passione per la Musica.

Quanto è difficile offrire al pubblico italiano una buona esibizione live? Non parlo solo della vostra performance, ma di tutto ciò che la correda, quindi il supporto da parte del locale dal punto di vista dell'organizzazione: è problematico trovare luoghi adatti nei quali suonare?

Diciamo che in Italia la situazione è disperata. Pensiamo che ci troviamo nell'unica nazione in cui fare promozione per il concerto è un compito dell'artista e non del gestore del locale. Noi Ingranaggi per questo abbiamo deciso di esibirci solo in poche occasioni, soprattutto qui in Italia.

Com'è stata la prima volta degli Ingranaggi Della Valle su di un palco? Eravate emozionati? Cosa ricordate di quella sera?

La prima volta fu con gli Arti E Mestieri (con Mel Collins e David Cross). Ovviamente fu una prima volta molto speciale. Non mancarono le complicazioni e i piccoli difetti scaturiti dalla nostra inesperienza, ma nel complesso andò molto bene e ricevemmo grandissimi complimenti da tutti, compresi David Cross e Mel Collins!

Siete, o sarete, in giro per promuovere l'album anche in tale sede? Ci sono date già programmate che possiamo condividere con i nostri lettori, dando loro maniera di prendervi parte?

Purtroppo abbiamo solo una data certa: 18 ottobre alla Casa Del Jazz (RM), Progressivamente Festival. Ci aspettiamo per il prossimo anno di riuscire a suonare con più frequenza e speriamo soprattutto di farlo anche oltre i confini nazionali.

La Black Widow è un'etichetta affidabile e seria, per voi penso sia stata una fortuna entrarvi in contatto come è accaduto. Si tratta di un progetto a lungo termine che vi vedrà collaborare anche per quanto riguarda l'uscita del vostro futuro secondo disco?

La Black Widow crede molto in noi e noi crediamo molto in loro. Aver scommesso tutti questi soldi su un gruppo di ventenni come noi è stata quasi una pazzia, ma a quanto pare sta andando benissimo per entrambe le parti. Ci sarà sicuramente un secondo disco, gli Ingranaggi hanno una gran voglia di fare, e soprattutto di fare meglio.

Posso chiedervi una considerazione sulla sconsiderata affermazione di Giovanni Allevi che sentenzia: «A Beethoven manca il ritmo. Quello lo possiede Jovanotti.»? Chi ha dalla sua un potere mediatico forte ed è seguito da una schiera di giovani come il suddetto pianista non dovrebbe riflettere un po' di più prima di lanciarsi in dichiarazioni simili?

Saputa la notizia, ci siamo fatti tante risate. Non credo ci sia molto da commentare; gente come lui però farebbe meglio a suonare e basta; visto che riesce anche a riempire gli auditorium. Completamente d'accordo con il discorso sui giovani.

Cosa fanno gli Ingranaggi Della Valle al di fuori della sala prove? Come trascorrete le giornate, quali sono gli interessi alternativi alla musica?

Siamo dei giovani universitari e lavoratori che amano come tutti i ragazzi uscire la sera, bere una birra in compagnia e seguire lo sport. Siamo un gruppo abbastanza eterogeneo, dove troviamo come estremi il nerd assuefatto dai fumetti e il tifoso sfegatato della Roma.

Il sogno che vorreste realizzare come band?

Il sogno più grande sarebbe far approdare la nostra musica in tutto il mondo e poter essere conosciuti non solo dalla ristretta nicchia dei progster, ma anche da tutto il resto degli appassionati di musica.

L'intervista si conclude qui, invito i nostri lettori a dare un ascolto a questa giovane formazione nostrana.

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