City Burials: intervistare i Katatonia ai tempi del COVID-19

City Burials: un’intervista ai Katatonia ai tempi del COVID-19

Band:Katatonia
Formazione:

  • Jonas Renkse – Voce
  • Anders Nyström – Chitarra
  • Niklas Sandin – Basso
  • Daniel Moilanen – Batteria
  • Roger Öjersson – Chitarra
Foto:Ester Segarra

Sono passati quasi dieci anni dall’ultima volta che siamo riusciti a intervistare i Katatonia e sono cambiate tante cose da allora. Durante l’attuale quarantena legata alla diffusione del Coronavirus, ho avuto la possibilità di fare due chiacchiere via Skype con Niklas Sandin, il bassista della band dai tempi di Dead End Kings, ed è stato proprio da quest’ultimo argomento che siamo partiti subito dopo i classici saluti di rito.


Come sta andando la tua quarantena?

È un po’ noiosa ma non posso veramente lamentarmene, visto che qui in Svezia abbiamo misure più leggere che in altri stati e, infatti, possiamo ancora uscire. Di fatti nell’ultimo periodo sto registrando il nuovo album dei LIK, l’altra band in cui suono. Quindi, sì, di tanto in tanto siamo in studio, quando riusciamo a farcela.

Sai, questa situazione per me è un po’ strana, perché qui in Italia la viviamo con regole più nette, non possiamo uscire a caso per strada o fare passeggiate. Che ne pensi della risposta che la Svezia sta dando alle persone rispetto alla diffusione del virus? Secondo te è adatta rispetto a quelle degli altri Paesi?

Penso che la Svezia stia tentando di fare appello a una sorta di libertà responsabile [in originale «freedom under your own responsibility», N.d.R.]. Visto che già da prima eravamo uno dei popoli con più auto-distanziamento sociale al mondo, penso che siamo abbastanza in grado di fare altrettanto ora, senza il bisogno di regole più strette che lo impongano. Certo, anche qui ho visto gente prendersi libertà e fare cose che non dovrebbe, tipo andarsene a sciare fuori e, in generale, fare come se nulla fosse. Ma diciamo che, in generale, è facile vedere gente che sceglie di starsene a casa e lavorare da lì invece di prendere metro, treni e autobus, anche perché non ci sarebbe quasi nessun altro sui mezzi pubblici. Diciamo che vediamo gli effetti di questo distanziamento sociale anche se il governo non ce l’ha imposto direttamente.

Questa pandemia ha fermato un quantitativo enorme di band, postponendo l’uscita di album e cancellandone i tour, e la cosa mi ha fatto pensare a un passaggio di una traccia di City Burials, “Rein”: «The plans you make for the perpetual tomorrow / Will be collapsing still». I Katatonia come vivono la situazione?

Di certo è molto frustrante, perché avevamo un sacco di cose programmate e prenotate ed eravamo già nell’ottica dei live show, spettacoli che ora non si terranno e che dovranno essere rimandati o cancellati. Quindi sì, è molto triste e frustrante il fatto di non poter fare nulla di tutto ciò, anche perché noi siamo una live-band, ci piace andare in giro e suonare per la gente. Questo momento è davvero triste ed è frustrante avere le mani legate dietro le spalle, ma proviamo a trarne comunque il meglio.

Ecco, parlando di spettacoli già in programma, avreste dovuto suonare al Prognosis Live Festival la settimana prossima, giusto?

Sì, è vero. In realtà doveva essere la settimana scorsa, una settimana dopo un altro show cancellato che avremmo dovuto fare in Messico. Ci dispiace molto, anche perché avremmo dovuto portare una scaletta votata dai fan per la quale provavamo da un pezzo, con pezzi che alcuni di noi non avevano nemmeno mai suonato prima, una scaletta per cui ci stavamo preparando da un po’ e che non vedevamo l’ora di suonare lì. È stato molto triste sapere che non ce l’avremmo più fatta a proporla lì.

In realtà giusto stamattina ho visto sulla pagina Instagram del Prognosis Festival che tutto è stato riprogrammato per novembre e che ci suonereste con gli Anathema e gli Enslaved.

Ecco, sì! Sì, sarà a settembre. È una buona notizia e in quell’occasione onoreremo senza dubbio la scaletta votata dai fan. Davvero, spero solo che questa crisi si ridimensioni quanto prima così che anche questo non salti.

Sai, ieri abbiamo tenuto un videoparty su Facebook per goderci assieme ai nostri lettori la performance degli Enslaved al Verftet Online Music Festival. So che molte date che avevate in programma sono state cancellate: se le cose non si risolvessero a breve, considerereste di fare degli show del genere oppure pensi che i Katatonia abbiano più bisogno del pubblico e della giusta atmosfera dal vivo, come nel vostro DVD Sanctitude?

Assolutamente, penso che potrebbe funzionare fare così, suonare in live stream. Voglio dire, devi regolarti in base alla situazione e ora si può fare, visto che viviamo in una società digitale. Certo, si dovrebbe entrare un momento in quella mentalità ma penso sarebbe possibile, senza dubbio. L’unica cosa sarebbe doversi immaginare il pubblico lì e andare oltre i muri che ti ritroveresti a guardare: immaginare la gente lì nella stanza con te e provare a fare come se stessi davvero suonando davanti a loro dal vivo.

Secondo me non dev’essere proprio una cosa facilissima, o no? Cioè, credo davvero che i musicisti prendano energia dal loro pubblico, quando suonano dal vivo.

Sì, è così, ma in realtà quando siamo in sala prove ci carichiamo l’un l’altro, è una cosa molto profonda. Non siamo una band fatta di musicisti isolati tra loro, riusciamo davvero a caricarci con le energie sprigionate da noi stessi.

L’ultima volta che abbiamo intervistato i Katatonia era il 2012 e abbiamo parlato con Anders [Nyström, chitarrista e fondatore del progetto] mentre promuoveva Dead End Kings. Come se la passa la band ora, dopo quasi dieci anni, diversi cambi di formazione e anche una breve pausa?

Penso se la passi bene! Abbiamo ancora un bel po’ di energia, penso anzi più di prima, grazie soprattutto alla pausa che abbiamo deciso di prenderci. Era davvero tanto che era nell’aria, da prima che la Bibbia fosse scritta [ride], ma è arrivata al momento giusto e ora che Jonas [Renkse, cantante e altro membro fondatore] e Anders — che hanno fatto questo per tantissimo senza pause — hanno ricaricato le loro batterie così come tutti noi, siamo tornati più forti e più motivati che mai.

Okay, ora dedichiamoci a City Burials. State rilasciando un nuovo album e poi andrete in tour, credo, ma in un’altra intervista che ho letto Jonas ha dichiarato che la vostra recente pausa era anche dovuta all’incertezza legata a questa routine di nuovo album, nuovo tour. Come vi sentite ora a pubblicare un altro disco? Cos’è cambiato, cosa vi ha dato la forza di ricominciare?

Penso il ritorno dalla pausa, fondamentalmente. Quando lo facevamo prima, ci arrivavamo direttamente da un ciclo di tour che chiaramente ci dava la carica e ci motivava come band. Vedila un po’ come se stessi guidando un’auto: quando sei in movimento le batterie si ricaricano da sole, ma se stai fermo in macchina allora la batteria finisce per scaricarsi. L’andare in tour è una cosa che ti dà davvero la carica come band, perché quando suoni ti arriva un sacco di energia dai fan e dal pubblico, quando si gode la situazione, e questo ti motiva davvero a fare nuovi album e a ricominciare tutto il processo. Quando però tutto va avanti da troppo senza una vera pausa, senza un weekend in cui ti senti veramente libero da tutto questo: è a quel punto che diventa tutto stancante. Ma, come ti dicevo, ora che ci siamo presi una pausa in cui abbiamo pensato ad altro, quello che vogliamo tutti è tornare di nuovo in tour per il nuovo album e coprire quanti più posti possibile e arrivare a quanti più fan dei Katatonia possibile.

Vediamo che ne viene fuori, allora. E City Burials, invece: cosa devono aspettarsi i vostri fan? Come glielo descriveresti in poche parole?

In breve lo descriverei come un album più diretto e con meno alti e bassi di quanti ne abbiate trovati in The Fall Of Hearts, ma resta comunque un album profondamente à la Katatonia, con la stessa vibe dei vecchi dischi. È cupo, deprimente e malinconico, ma — a modo suo — più diretto. Forse è più basato sulle canzoni: non so come spiegartelo, ma è qualcosa del genere.

Sì, capisco che vuoi dire. In redazione ci è arrivato il comunicato stampa che parla di una «linea rossa tematica che va da “Heart Set To Divide” fino a “Untrodden”» e che «parla dell’intensità di emozioni fragili turbate dallo scorrere del tempo». Devo ammettere che in alcuni momenti mi ha davvero emozionato. Penso sia davvero un disco molto romantico ma comunque caratterizzato dalla classica malinconia katatonica, come hai detto anche tu. Qual è la tua canzone preferita? E perché.

Ah, è difficile, perché nessuna delle tracce finora è cresciuta abbastanza da essere una preferita. Penso che “Untrodden” sia un pezzo molto molto forte, così come “Behind The Blood”, ma penso a City Burials più come a un tutt’uno che come a un insieme di entità separate tra loro. Per me è più un disco unitario invece che una raccolta di tracce singole.

Tutto chiaro, certo. È la prospettiva che hai quando ti rapporti alla musica alla vecchia maniera. Sai, quando vuoi ascoltare un LP e lo metti sul piatto: te lo devi sentire dall’inizio alla fine, non è come su Spotify dove prendi e selezioni la singola traccia e stop.

Esattamente. Non c’è una riproduzione casuale o uno shuffle. I pezzi sono in ordine così come dovrebbero essere, così come sono stati pensati dal principio.

Già. Per quanto riguarda i primi due singoli, invece, “Lacquer” e “Behind The Blood”, all’inizio non mi sono sembrati davvero adeguatamente rappresentativi, sono onesto ma poi ascoltando l’intero disco hanno avuto il loro senso. Tu che ne pensi? E come siete arrivati a scegliere quali pezzi usare come singoli?

Ti dirò, penso che di base volessimo tirar fuori delle canzoni molto forti, qualcosa che parlasse in maniera molto decisa all’ascoltatore, e crediamo che entrambe le tracce ci riescano. Penso sia più interessante quando non ti dicano esattamente cosa troverai in tutto il disco da principio, in maniera tale da creare delle aspettative e sorprendere l’ascoltatore. Sono convinto che nella società attuale troppe cose ci vengano date in una maniera troppo sicura e che, quindi, non siamo pronti ad aspettarci l’imprevisto, mi segui? Penso sia stata una bella mossa usare “Lacquer” come primo singolo, altrimenti sarebbe stato un po’ come pubblicare un trailer hollywoodiano, in cui dopo quattro o cinque minuti ti viene subito mostrato tutto quanto di bello e interessante il film ha da mostrarti e non ti viene nemmeno più voglia di guardarlo. Se sapessi già cosa ti verrebbe proposto, sarebbe un po’ come se conoscessi già l’odore e il sapore di tutte le portate sul menù prima di ordinare, non ci sarebbe niente che ti potrebbe sorprendere. Penso sia stata una buona mossa usare “Lacquer” come primo singolo: ha spianato la strada alla gente senza dargli una vera idea di cosa si troverà davanti oltre quello.

Molto interessante, anche perché Jonas di recente ha affermato che sapeva che “Lacquer” avrebbe fatto pensare a molte persone «Ah, questa band si è rammollita». Pensi vi siate rammolliti?

Non credo proprio. È un elemento che sta lì da una vita, da più a lungo di quanto molte band siano in attività: non penso sia davvero qualcosa di nuovo né credo che ci siamo rammolliti. Abbiamo ancora bisogno delle nostre distorsioni, eh [ridiamo], non le abbiamo ancora vendute. Non esiste, al momento. La gente non deve preoccuparsi, non le faremo lasciare i capelli lunghi a casa.

Stai tranquillo, ora che gliel’hai spiegato, la gente non si preoccuperà.

Già! Ci saranno ancora momenti dal vivo per fare headbanging, state tranquilli.

Ora lasciami sognare per un secondo a occhi aperti. Sappiamo tutti che la band — e specialmente Jonas — è vicina a Mikael [Åkerfeldt, cantante e fondatore] degli Opeth. Ha messo anche la voce in alcuni dei vostri vecchi lavori, ma il vostro stile è cambiato molto da allora. In realtà, però, negli anni è cambiato anche il suo. Potremmo sperare in qualche nuova collaborazione con lui per il futuro? Ne avete mai parlato?

Oh, non lo so, non è mai stato messo in mezzo né discusso, a quanto ne so! Ma sì, sarebbe bello, non si può mai sapere. Siamo stati in tour insieme, anni fa, quando pubblicarono Heritage, e quella fu davvero una bella esperienza. Penso sarebbe una cosa figa. Ma sì, loro sono davvero buoni amici, sono dei compagni, e sono sempre molto ansiosi di sentire cosa pensano gli altri del loro nuovo lavoro; e questa volta non è stato molto diverso.

Mi è appena venuto in mente che, tra l’altro, ho incontrato Fredrik Norrman durante lo show degli October Tide a Roma assieme agli Swallow The Sun e mi ha raccontato come la situazione della musica live svedese non sia poi così buona: club che chiudono, spettacoli in diminuzione… Però quando parlammo con Anders otto anni fa ci descrisse una situazione completamente diversa, molto fiorente rispetto a quella italiana. Pensi che le considerazioni di Fredrik siano giuste? Cosa sta cambiando in Svezia?

Purtroppo devo dirti che ha proprio ragione, perché almeno a Stoccolma club e locali chiudono ogni minuto e non per mancanza di interesse ma perché o l’edificio è troppo vecchio o perché devono rimodernarlo o abbatterlo, come stanno facendo con un posto chiamato Kraken, che è dove abbiamo suonato la nostra ultima data lo scorso dicembre; stanno abbattendo l’edificio per farci un parcheggio. E un altro dei locali più vecchi e di successo di Stoccolma, il Debaser Medis, l’hanno chiuso anni fa perché volevano farci una libreria per bambini, ma poi sono finiti i soldi per il progetto ed è rimasto lì, vuoto, per tre o quattro anni. Ed è davvero una delusione, perché era davvero uno dei locali di maggior successo di Stoccolma. È che o le circostanze sono al di fuori del controllo dei proprietari e dei politici o sono solamente le decisioni dei politici più stupidi che li obbligano a chiudere. Ti ripeto, è davvero triste, soprattutto la storia del Debaser Medis: capivi immediatamente quando c’era un concerto lì, perché il locale era in mezzo a una piazza enorme che si riempiva di questa lunghissima fila di gente ogni volta che c’era uno spettacolo in programma. L’interesse per la musica, qualsiasi tipo di musica, era così alto che risultava essere proficuo per la città, ma questa è la mentalità dei politici che vogliono solamente fare cose così che sembri che abbiano sul serio concluso qualcosa durante il loro mandato. Questo manda a puttane le cose per gli amanti della musica.

È veramente una cosa triste, secondo me, anche perché ho sentito dalla Finlandia che stanno chiudendo locali anche lì, tipo il Nosturi. Qui in Italia è una situazione che va avanti da cinque o sei anni ormai, ma ho sempre pensato alla Svezia e alla Finlandia come posti in cui la musica era ancora libera, in un certo senso. Che delusione…

Sì, è davvero una delusione. E parlando del Nosturi a Helsinki, lì ci ho visto uno dei miei primi spettacoli metal di sempre. Ci andai da giovane, su quelle che noi chiamiamo trombonave [in originale «love boat»], da Stoccolma a Helsinki, e vidi uno show dei primi Children Of Bodom, che suonavano assieme ai Norther e agli Omium Gatherum. È stato davvero uno dei primissimi concerti metal a cui sono stato e il Nosturi è sempre stato lì, è sempre stato naturale per me pensare al Nosturi a Helsinki così come alle piramidi in Egitto…

Come un monumento.

Esatto, e ora vogliono distruggerlo [e l’hanno fatto, quasi tre mesi fa]. Ed era anche la casa di così tante band, perché non era solo un locale, ma anche una sala prove, sai. Se ci penso… Così tanti gruppi devono aver iniziato lì, aiutandosi l’un l’altro, ed era diventato come una piccola comunità. Ma sono cose che non valgono nulla agli occhi dei politici e della gente che vuole fare soldi facili e in fretta, capisci? È davvero tristissimo. E questo avrà anche un impatto sulla produzione di buona musica, ma i politici non si rendono conto che stanno perdendo un potenziale bene da esportare, visto che il metal finlandese è piuttosto grosso nel mondo. Si stanno sparando in un piede da soli, costruendo appartamenti per gente ricca.

E io non sono neppure sicuro che la gente riesca effettivamente a permettersi questi appartamenti, per questo non capisco perché tirino giù il Nosturi.

Ecco, esattamente.

City Burials è anche il primo album di Roger [Öjersson, secondo chitarrista] come membro ufficiale della band, vero?

Corretto. Ha partecipato a The Fall Of Hearts ma è arrivato alla fine, mettendo sul disco solamente degli assoli, ma ora è stato parte integrante dell’intero processo.

Com’è stato avere di nuovo un secondo chitarrista? Come ha influenzato City Burials la sua presenza?

Penso l’abbia influenzato nella misura in cui lui è un musicista davvero preparatissimo, forse uno dei migliori chitarristi dell’intera Svezia, non sto esagerando. Certo, tutto viene più facile quando hai qualcuno del genere a suonare… Penso abbia reso l’intero processo davvero più semplice e indolore. Ma comunque, voglio dire, puoi sentirlo dai suoi assoli: è decisamente una spanna oltre.

Ha scritto qualche pezzo in particolare? I documenti promozionali che abbiamo ricevuto non ne facevano menzione.

No, Jonas ha scritto tutti i pezzi. Io di fatto non sono stato presente mentre Roger registrava le sue parti di chitarra sul disco, perché avevo altri impegni in quel momento e non potevo essere lì, ma immagino abbia avuto il suo da fare, aggiungendo le sue cose qui e lì, delle belle aggiunte al disco.

Sai, è un po’ che pensavo all’evoluzione musicale della band. Considerando che Jonas ha detto che i vostri ultimi dischi arrivano come una sorta di reazione al precedente, pensavo al vostro stile, che ha subito un’evoluzione decisa dai tempi di Night Is The New Day e Dead End Kings verso sonorità più elettroniche e atmosferiche. Che ne pensi?

Sì, potrebbe essere. Penso che tutti i dischi dei Katatonia vengano fuori da quello che Jonas e Anders si sentano di scrivere al momento e che non ci sia un vero e proprio piano dietro, tipo una progressione. Ma sì, ultimamente ci sono molti elementi ambient nella nostra musica, eppure penso che il filo rosso e l’anima dei Katatonia siano comunque sempre lì.

Parlando un’ultima volta della quarantena, penso tu passi il tuo tempo ascoltando anche della buona musica.

Certo!

Bene! Quali band o album raccomanderesti ai nostri lettori di ascoltare di questi tempi?

Ho iniziato da poco ad ascoltare una band death metal chiamata Sentient Horror, non mi viene in mente il nome dell’album così su due piedi ma penso che i vostri lettori possano certamente dargli un ascolto. Oltre questo, sto ascoltando un po’ di Vulfpeck: sono una band americana, molto legata al funk e al groove, e il loro bassista, Joe Dart, è un vero asso delle basse frequenze. Non penso abbia un album specifico da consigliare, qui: tutto quello che hanno fatto è oro. Adesso, di fatto, in tutta questa situazione di stallo legata al COVID e tutto il resto, sto provando a imparare “Dean Town” dei Vulfpeck e invito tutti i bassisti in giro a provarci: è davvero un pezzo divertente da suonare!

Penso sia davvero un bel diversivo. C’è ancora della gente in giro che pensa che i metallari ascoltino solo heavy metal, quindi mi fa davvero piacere sentirti parlare di funk e sperimentazioni e ascolti diversificati.

Credo che il mondo e la musica siano troppo ricchi per ridursi ad ascoltare solo metal, sarebbe tutto troppo noioso. Sarebbe un po’ come mangiare solo pizza margherita o un solo tipo di pasta per tutta la vita. Ci sono altre cose sul menù, devi aprire gli occhi, e penso che sia una cosa che tutti debbano fare di tanto in tanto. Sai, mettersi un po’ alla prova: non siate troppo cauti quando si tratta di ascoltare musica.

Sono d’accordo con te, e in realtà penso che tutti gli italiani dovrebbero assaggiare la pizza con l’ananas, una volta nella vita, giusto per capire cosa succede nel mondo.

Sì. Sai, sto mangiando delle pizza qui a casa per cui, se gli italiani avessero la pena di morte, mi condannerebbero direttamente [ridiamo], non c’è dubbio.

Ecco, allora magari evitiamo di farti mandare in prigione e condannarti a morte…

Magari! [ridiamo]

Quali sono i tuoi sogni e le tue speranze per il futuro dei Katatonia?

Direi di riuscire ad andare in giro e suonare quanti più show possibile. Spero che questa situazione si fermi e tutto migliori, così da riuscire ad andare avanti con tutti i piani del tour, perché questo è ciò che ci piace, come band: suonare in quanti più posti possibile. Non siamo il tipo di gruppo che caccia un album e poi vuole starsene seduto a casa e mettersi in quarantena. Vogliamo uscire, viaggiare e suonare per più gente possibile, per chiunque voglia averci su un palco.

E quale sarebbe la prima cosa che tu faresti una volta uscito da una vera quarantena?

Uhm, bella domanda, perché qui in Svezia non sono state introdotte misure così restrittive. Ma penso che andrei in viaggio da qualche parte. Viaggerei e andrei a suonare dal vivo, credo. Sì, questa è la prima cosa che farei: salterei su un aereo, mi farei qualche gin tonic, atterrerei, andrei sul palco e farei un classico concerto rock.


I Katatonia pubblicheranno il loro prossimo album, City Burials, tramite Peaceville Records il prossimo 24 aprile. Non lasciatevelo scappare!

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