"La Tavola Osca": il Ver Sacrum per Dawn Of A Dark Age

“La Tavola Osca”: il Ver Sacrum per Dawn Of A Dark Age

Dopo averne seguito le sperimentazioni avanguardistiche in seguito alla pubblicazione dei vari capitoli di The Six Elements — una esalogia incentrata su una certa visione pagana degli elementi — e dopo averlo intervistato nel lontano 2015, abbiamo avuto nuovamente la possibilità di fare due chiacchiere con il buon Vittorio Sabelli, mente, anima e corpo dei Dawn Of A Dark Age. L’ultima fatica del nostro polistrumentista, La Tavola Osca, ha visto la luce lo scorso luglio tramite la francesce Antiq Records e si pone uno scopo ben preciso (oltre che un campo d’indagine decisamente unico): offrire ai suoi fruitori una nuova immagine dei sanniti, popolazione italica che, prima dell’ascesa dei romani, abitava il centro-meridione della Penisola. Intrigato al massimo da queste premesse, ho contattato Vittorio e l’ho tempestato di domande; per mia fortuna, e per il divertimento di chiunque legga, lui non si è tirato indietro e, anzi, si è fatto guidare dal toro sacro nell’arduo compito di darci quante più informazioni possibili sulla sua musica, sulla storia e sulle tradizioni dei suoi avi — i sanniti.


Sono passati cinque anni dall’ultima nostra chiacchierata sul tuo progetto Dawn Of A Dark Age. Come te la passi, Vittorio?

Vittorio: Ciao e grazie per questo nuovo invito da Aristocrazia. Siamo ancora qui dopo cinque anni e la cosa è già di per sé importante! Considerando il momento storico abbastanza bene, e per fortuna sempre alle prese con la musica.

Come hai vissuto questo 2020? Tutto questo caos legato al COVID-19 come ha colpito i Dawn Of A Dark Age, se li ha colpiti?

Il periodo non è stato facile, ma ne ho approfittato per dedicarmi ai miei progetti e ad alcune registrazioni che avevo in sospeso. Dawn Of A Dark Age non è stato toccato, anzi, durante il lockdown abbiamo deciso con Antiq di far uscire La Tavola. Una sfida, è stata davvero una grande sfida…

Ecco, venendo a La Tavola Osca: come ti senti a dare inizio — perché di un nuovo inizio si tratta — a una nuova saga dopo aver chiuso quella dedicata agli elementi?

Un incontro inaspettato mi ha portato molto indietro nel tempo, ai miei antenati, ai Sanniti, e inevitabilmente quando accade qualcosa di altamente stimolante, la nostra testa inizia a immaginare: fatti, posti, situazioni che col tempo prendono forma in musica. La Tavola Osca è l’unico documento ufficiale che abbiamo riguardo la sfera religiosa dei Sanniti, e sarà senz’altro il primo disco di una serie dedicata alle loro vicende, alle loro gesta eroiche e alla loro storia che sta nel tempo riemergendo, proprio come antichi scavi.

Dobbiamo aspettarci un’altra esalogia oppure stavolta preferirai una cifra diversa?

The Six Elements era tutto incentrato sul numero 6, dal numero di brani alla cadenza semestrale delle uscite, fino ai 36 minuti di durata. Mentre per questa nuova era oscura non mi sono imposto cifre e numeri. Ho un’idea generale di quello che accadrà, ma come per la storia spesso basta poco per essere cambiata…

E per le scadenze, invece? Hai in mente una tabella di marcia ferrea come per i vari The Six Elements?

Non mi sono dato scadenze di alcun tipo, anche perché non è semplice reperire fonti ufficiali vicine a quella che era la storia oltre 2000 anni fa, e soprattutto per dare a ogni disco un colore e un sapore diverso, sia come strumentazione che come atmosfera e sviluppo. Quindi lavorarli in maniera ancora più minuziosa rispetto al passato.

Emanuele Prandoni durante le registrazioni del suo contributo al nuovo disco di Dawn Of A Dark Age.

Per questo primo momento, se così possiamo chiamarlo, della saga legata alla tua terra natìa hai scelto di collaborare con Emanuele Prandoni (attivo nei Progenie Terrestre Pura, con Anamnesi, Malauriu e svariate altre realtà). Come ti è parsa, come collaborazione?

La scelta della voce di DOADA non è mai casuale, così come non lo è stata nei dischi dell’Esalogia, dove ho avuto le voci di Athanor, Enisum, Selvans e dei finlandesi Graveborne. Questa rinascita doveva passare per qualcosa di diverso, che fosse più vicino alla tradizione. Avevo in mente tre cantanti, molto diversi tra loro, ma alla fine la scelta è ricaduta su Emanuele. Inutile dire che è andato ben oltre quello che avevo in mente, e sono certo che si possa percepire questo in musica più che a parole.

Avevi considerato la possibilità di arruolare Emanuele anche come batterista, per La Tavola Osca, oppure hai preferito far sì che si concentrasse esclusivamente sulle voce per qualche motivo?

Per questo disco ho preferito che si concentrasse sulla voce, anche perché il suo modo di cantare e soprattutto narrare le vicende storiche legate alla Tavola Osca era senz’altro di prim’ordine rispetto a tutto quello che succede in background. Ma in futuro non si sa mai, DOADA è sempre in movimento e sempre sperimentale.

Del lavoro di missaggio e mastering a opera di Stefan Traunmüller (Golden Dawn, Rauhnåcht, The Negative Bias, A Portrait Of Flesh And Blood, ecc), invece, che ne pensi? Com’è stato affidare un disco così personale al Dreamlord austriaco?

Avevo avuto già modo di collaborare con Stefan inserendo il clarinetto sull’ultimo disco dei suoi Rauhnåcht uscito per Debemur Morti, e il suo approccio da fonico e musicista allo stesso tempo esalta le sue competenze e la sua sensibilità. Per questo non ho avuto alcun dubbio di affidare La Tavola Osca nelle sue mani, e il sound risultante permette di valorizzare al meglio sia i miei fiati che le tante sfumature che ci sono al suo interno.

E del comparto visuale che puoi dirci? Hai scelto personalmente di collaborare con Joanna Maeyens — l’autrice della bellissima illustrazione in copertina a La Tavola Osca — oppure ti è stata suggerita da qualcuno?

Quando ho deciso di affidare la produzione ad Antiq ho chiesto l’apporto di una figura femminile che raffigurasse la Dèa principale della Tavola Osca, ovvero Kerres. Quindi carta bianca per Joanna Maeyens, delle quale avevo apprezzato i suoi lavori per Darkspace, Paysage d’Hiver e altre cover molto personali. Il risultato è una copertina unica nel panorama, con colori e sfumature delicate, ma che emette un forte senso di appartenenza a un grandissimo legame tra gli uomini e Madre Terra.

Puoi già dirci qualcosa su un eventuale ottavo album? C’è già qualcosa in cantiere?

Con DOADA c’è sempre qualcosa in cantiere. Il soggetto è ormai ben chiaro, anche perché l’obiettivo è quello di ridare ai Sanniti il posto che meritano nella storia dopo quel fatidico 82 a.C., quando l’allora Dictator romano Cornelio Silla fece sterminare donne, uomini e bambini che avessero sangue sannita. E dopo oltre 2000 anni le fonti, l’archeologia, la letteratura stanno riportando alla luce la grandezza dei miei antenati, e nel mio piccolo voglio contribuire a questa nobile e doverosa causa.

Beh, non sarà semplice ma di certo non mi pare una operazione impossibile: in bocca al lupo! Pensi di mantenere la collaborazione con Emanuele anche in futuro o hai già adocchiato qualche nuova figura?

Se parliamo di lupa romana, senz’altro sarà incornata dal toro sacro, animale simbolo dei Sanniti dai tempi del Ver Sacrum. Come da sempre, DOADA è in continuo movimento e cambiamento, ma posso dirti con certezza che con Emanuele il discorso è a lungo termine…

A proposito di come nasce la musica dei Dawn Of A Dark Age, in separata sede parlavamo del tuo approccio alla composizione, che trovavo (e trovo) sostanzialmente diverso da quello più classico. Quanto ti aiuta la formazione jazz in quello che fai attualmente?

Quando leggo la parola composizione mi vengono i brividi perché i grandi compositori li conosciamo più o meno tutti: Bach, Mozart, Beethoven, Verdi, Puccini, Shoenberg, Zorn… Ma tornando al nostro mondo un’idea musicale può nascere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, il problema è quello che accade con quell’idea e lo sviluppo stesso di quel riff, melodia o frase ritmica. Il mio approccio è quello di raccontare una storia, che sia sull’acqua, sul rito del fuoco o sui Sanniti, e come in un libro o in un film, questa storia inizia, si sviluppa, raggiunge un climax e finisce. Quando inizio un nuovo disco in linea di massima so dove inizia e so dove voglio che finisca. Poi quello che succede nel mezzo è variabile a seconda dell’evoluzione. Qualcosa del tipo: esco di casa la mattina e la sera so che devo rientrare, e nel mezzo ci sono tutte le varie fasi della giornata, che a volte cambiano inaspettatamente… Un discorso naturalmente molto più complesso in pratica, ma l’approccio come dicevi è quello di un’improvvisazione jazz. Sfatiamo un luogo comune: le improvvisazioni non sono note suonate a caso (o perlomeno questo dovrebbe differenziare amatori e professionisti, anche se odio queste classificazioni, ma nel jazz è fortemente percepibile insieme al linguaggio), ma sono una storia che il musicista sviluppa su uno schema armonico e in simbiosi con gli altri musicisti, cercando sempre di seguire la direzione inizio-sviluppo-climax-fine. Quello che faceva Bach tre secoli fa, quello che nel mio piccolo cerco di fare in DOADA, in questo modo suona senz’altro differente e soprattutto mi permette di esprimermi a pieno. Se ascolti bene e segui il discorso di DOADA, non ha molto materiale base, ma le parti principali sono prese e variate fino a esaurirne le potenzialità. Poi il discorso arrangiamento e strumenti da usare per creare situazioni particolari è uno step successivo, ma in linea di massima cerco di lavorare su un’idea fino a provare su di essa tutte le soluzioni che mi soddisfino e quando sono certo che non ha più nulla da darmi stop, ne cerco un’altra da lavorare nello stesso modo e mettere in relazione con la prima, e così via. La difficoltà in generale non è avere idee, ma come farle convivere tra di loro e in un brano e in un disco, col rischio di dare troppe idee in un tempo molto breve di ascolto. Se analizziamo il concept album The Wall dei Pink Floyd, è impossibile non notare che sia composto da un’idea base di sette note («We don’t need no education», per intenderci) e Waters in determinati punti fa riaffiorare questo tema, a volte più nascosto, altre variato, ma ogni volta con classe e maestria. E questo processo prende spunto dal cosiddetto leitmotiv wagneriano, ossia un motivo che riaffiora durante l’opera che la caratterizza in maniera indelebile… È tutto inevitabilmente collegato e sequenziale. Naturalmente ognuno ha il suo modo di scrivere musica e sostanzialmente non ce ne sono corretti o sbagliati, dipende sempre da quello che vuoi che dica un brano o un disco…

Ora, esaurite un po’ le domande per così dire di rito, mi piacerebbe andare un po’ più a fondo sulla questione osca. Partiamo dal principio: come ti è venuta l’idea di scrivere un concept al riguardo?

È importante la premessa: sono nato ad Agnone, a pochi chilometri da dove la Tavola venne rinvenuta (nei pressi di Fonte San Nicola, vicino Capracotta) nel 1848, e a pochi chilometri da dove nacque la parola Italia (a Pietrabbondante, nel Santuario della Nazione Sannita, dove i popoli italici giurarono la loro alleanza nel nome della libertà e dei pari diritti), in osco Viteliù. Qualche anno fa lo scrittore Nicola Mastronardi mi invitò a una mostra su La Tavola Osca e i misteri che la avvolgono ancora a distanza di oltre 2300 anni. Chiedendogli se esistesse qualche lavoro musicale sui Sanniti, mi rispose: «È giunto il momento che gli venga dedicato». Guardando l’oggetto nella teca dove era esposto, in maniera quasi ipnotica mi ha riportato molto indietro nel tempo, ed è bastato poco per riaccendere l’interruttore che avevo deciso di spegnere con Spirit/Mystèrès.

La raccolta delle informazioni sulle popolazioni osco-umbre non dev’essere stata esattamente semplice. Mi pare di aver capito che hai anche reperito materiale di prima mano, o sbaglio?

Il fatto di essere nato in Alto Molise (nel cuore del SannioSannio, quello dei Pentri, il popolo italico più ostico, battagliero e temuto dai romani), nello stesso luogo di Nicola Mastronardi (autore di Viteliù e Figli Del Toro, romanzi storici sui Sanniti), è come essere un musicista thrash metal e il tuo vicino di casa è James Hetfield. Volevo che il disco avesse una storia, ma la storia vera, quella che dal ritrovamento abbiamo sul Bollettino Archeologico di Roma dell’ottobre 1848, e allo stesso tempo provasse a far chiarezza sulle incisioni di tutte le Divinità e i Rituali da compiersi, che sono sulle due facce della Tavola Osca. Quindi il mettermi in contatto in primis con Mastronardi e successivamente con altri studiosi del mondo sannitico e in particolare della Tavola mi ha illuminato molto sull’andamento di questa storia, che dopo oltre due millenni lascia comunque ancora molti dubbi e misteri.

Sfogliando il libretto di La Tavola Osca, vista la divisione in atti e scene, ho finito per immaginarmelo come una specie di documentario in chiave musicale. Era questa la tua idea?

L’idea di creare un lungo brano di 40 minuti (diviso solo per esigenze tecniche) è stata dettata dal voler raccontare una storia, questa storia, e l’approccio non poteva essere diverso, sia da parte mia che di chi ascolta il disco. Come un film, accadono cose, si narra la storia, si parla delle divinità, si riprende la storia, i rituali, e così via… E l’unico modo per entrare a stretto contatto con il mondo de La Tavola Osca era un concept inteso come una sorta di Poema Sinfonico o una Safinim Black Metal Opera, con recitativi, arie e cori (affidati alla soprano austriaca Antonia Gust e al francese Sparda degli Hanternoz), naturalmente in chiave molto moderna e a tratti aleatoria. Un’audioguida che puoi ascoltare durante una mostra o una guida turistica che ti parla di ritrovamenti storici durante un’escursione.

Non ti nego che quella riflessione nel finale di “Processione Funebre” (quel «Tavola, chi fu che ti scolpì?») mi ha riportato alla mente la celebre (in ambito storico-linguistico) iscrizione incisa sul corno d’oro di Gallehus — rinvenuto nel 1734 non lontano dal villaggio omonimo in Danimarca. Quanto c’è di magico, nella Tavola, secondo te e quanto pesa il fatto che non si sappia chi l’abbia incisa?

La parte finale della “Processione Funebre”, il volerla rivedere di nuovo nel Sannio, è il momento di declamazione e di invocazione nei confronti del British Museum, che l’acquistò nel 1873, e da allora non l’ha mai fatta uscire da Londra. La magia che si cela dietro ogni reperto storico che possa metterci in contatto con i nostri avi e farci rivivere storie di millenni fa è già di per sé un evento unico. Se poi pensiamo che della Tavola Osca venne fatta una riproduzione dall’allora Sindaco di Agnone e appassionato di archeologia Saverio Cremonese (lo stesso che scrisse del ritrovamento nel Bollettino Archeologico dell’ottobre 1848), in collaborazione con il suo compare orafo Vincenzo Paolo d’Onofrio, possiamo capire che la questione si complica ulteriormente. Poiché una Tavola prese la via di Londra per mano di un antiquario romano (il Castellani, che l’acquistò dal D’Onofrio nel 1867), mentre l’altra si trova a Milano nelle mani di un diretto erede del D’Onofro. Solo da qualche anno è stato posto il grande dubbio che solo la storia e il tempo possono risolvere: la Tavola venduta nel 1873 dal Castellani al Britsh Museum è quella vera o la copia? Più volte è stata fatta richiesta a Londra di un confronto tra le due Tavole, ma purtroppo senza alcun risultato, il che alimenta ancor più l’alone di mistero che si cela dietro quelle incisioni…

È davvero affascinante l’alone di mistero che circonda la creazione di un oggetto come quello della Tavola, ti dirò la verità, e l’oscurità del suo contenuto non è da meno. Prendi il rituale che hai trascritto nella Scena 8: cosa puoi dirci del Saahtúm Tefúrúm?

Senz’altro il momento più intimo… Il Rituale durante il quale si veneravano tutte le Divinità incise sulla Tavola Osca all’interno del Giardino Sacro (lo Hùrz). Ognuna di esse aveva un altare, mentre alla Dèa Kerres, colei che influenzava tutte le altre col suo epiteto cereale o cererio (il Kèrrììaì posto a fianco di quasi tutte le Divinità), era dedicato il Santuario principale. Una processione alla quale prendevano parte i cosiddetti decumani (menzionati sulla Tavola, nelle ultime righe del lato B), ossia coloro che pagavano la decima, il tributo per la manutenzione dello Hùrz. E mentre fino al Rituale tutto è stato abbastanza spontaneo e sequenziale, per quest’ultima scena è stato fondamentale il tempo che sono riuscito a dedicargli sul Monte San Nicola, dove è stata ritrovata la Tavola Osca e dove il Giardino Sacro è sepolto da oltre due millenni. Da quella prospettiva ho cercato di vedere con gli occhi dei miei antenati e immergermi dentro questi cruenti rituali, oltre a sperimentare e ascoltare i suoni che l’eco dalla valle rimandava indietro. Nei giorni più limpidi dalla cima del Monte, oltre a tutta la Valle dell’Alto Sannio, si può scorgere in lontananza il Mar Adriatico. Quindi l’epilogo, il momento più ancestrale, l’unione tra Madre Terra e i suoi raccolti per mezzo delle Divinità ultraterrene a cui si votavano i Sanniti, per essere liberi da alluvioni e eventi catastrofici, e far sì che il ciclo agreste fosse fruttuoso e ricco. A mio avviso la forma di paganesimo allo stato più alto e puro, poiché il rituale prevedeva, come da scrittura, il sacrificio di un animale (o almeno inizialmente anche sacrifici umani) in onore delle Divinità, da compiersi sull’Altare del Fuoco ogni due anni, e durante il tempo delle Floralia a cadenza annuale, ma all’esterno del Recinto Sacro. Quindi è comprensibile che la magia che si cela dietro queste incisioni continui a tener viva la memoria e le gesta del popolo sannita, grazie all’interesse di archeologi, antropologi e persone che in un modo o nell’altro sta ridando all’Italia intera le sue vere radici, che non iniziano con le gesta degli antichi Romani, come i libri di storia ancora vogliono farci credere.

Dopo una spiegazione così esaustiva, non aspetto altro che l’occasione buona per andare a fare hiking e godermi qualche ascolto del tuo nuovo La Tavola Osca nel contesto che più gli si addice! Grazie ancora una volta per la tua disponibilità, Vittorio. Hai carta bianca per il finale.

Mi raccomando: ascolto integrale e testo di fronte, l’unico modo per entrare in un mondo sì antico ma pur sempre legato alle nostre radici. In merito ne approfitto per lanciare un appello a chi non può o non è intenzionato ad acquistare il disco (sul sito di Antiq Label e su Bandcamp ci sono le ultime copie del boxset in edizione limitata a 103 copie e il digipak legato al digitale) ma è incuriosito dall’ascoltarlo (su YouTube c’è il full-length): se inviate una semplice email a [email protected], vi invierò naturalmente gratuitamente il testo completo, così da poter entrare appieno nella storia all’interno del disco. Un ultimo ringraziamento a tutti coloro che supportano Dawn Of A Dark Age dagli inizi e ai nuovi arrivati, a te e ad Aristocrazia per questa lunga, ma spero esaustiva, intervista.

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