SELVANS – La visione di un Aruspice

Gruppo:Selvans
Formazione:

  • Selvans Haruspex – Voci, tastiere
  • Fulguriator – Chitarra, basso
  • Acheron – Chitarra (live)
  • Agares – Basso (live)
  • Hyakrisht – Batteria (live)

Ci abbiamo provato a più riprese e alla fine ce l’abbiamo fatta. Dopo averli incrociati dal vivo prima al release party di Parthenope (l’album di debutto di Scuorn) e poi alla scorsa edizione del festival più nero della Campania, abbiamo scambiato due chiacchiere con Selvans Haruspex: mente, voce e orchestratore dei nostrani Selvans, alla scoperta del passato, del presente e del futuro della band.


Quest’anno, se non vado errato, ricorre il quinto anniversario della nascita dei Selvans. Come ti senti a riguardo?

Selvans Haruspex: A esser sincero non penso mai a questo genere di cose. Certo, sono soddisfatto per quanto fatto finora, perché — grazie anche a tutti coloro che ne hanno fatto e ne fanno parte — Selvans mi dà la possibilità di esprimere appieno ciò che sento. Proprio per questo però mi sento costantemente proiettato verso il futuro e credo che ciò giovi all’ispirazione.

Direi adesso di partire dal presente e dal vostro ultimo disco. Faunalia è un album a mio parere sostanzialmente diverso dai suoi predecessori, eppure vicino a essi nell’essenza. Come lo descriveresti, senza andare nello specifico, all’ascoltatore medio di black metal?

Per fortuna è diverso da ciò che c’è stato prima! Tirare fuori lo stesso album con una copertina diversa ogni due anni non è tra le mie massime aspirazioni [ride, ndr]! Tutto ciò che è venuto prima di Faunalia faceva parte di una sorta di primo capitolo della storia di Selvans, relativo a tematiche e sonorità perlopiù antiche. Con quest’album siamo entrati nel secondo capitolo, dove ci si sposta verso un sound e atmosfere più recenti, come in un lento viaggio tra suoni ed epoche del nostro Paese.

Tuffiamoci nel profondo, ora. Non credo si possa parlare propriamente di un concept dietro l’intera opera, sei d’accordo?

Esatto, non lo è.

Eppure, correggimi se sbaglio, c’è un filo conduttore che lega Faunalia da un capo all’altro, unendo tutte le tracce sotto il segno del malae. Tutte queste atmosfere, così tante tastiere… A cosa è dovuta questa svolta più cinematografica?

Non credo sia stata una svolta improvvisa. L’approccio cinematografico di cui parli era presente già in Lupercalia (brani come “Scurtchìn” o “N.A.F.H.”). La differenza su Faunalia è il mood dell’intero lavoro. Rispetto al primo album, ho scelto di usare uno stile diverso soprattutto per le tastiere, utilizzando vari tipi di organi, pianoforte e vecchi synth. C’è del prog rock, del neofolk e parti orchestrali diverse da quelle presenti su Lupercalia. Inoltre ho imparato a suonare una vecchia fisarmonica appartenuta a mio nonno, per non dover ricorrere all’uso dei VST. Insomma: tutte scelte finalizzate alla crescita artistica di Selvans.

Ho letto in altre interviste che hai rilasciato che sei un grande fan tanto del prog rock italiano quanto del cinema horror, per cui dare un senso all’etichetta di «dark Italian opus», per il sottoscritto, è stato piuttosto facile. Eppure ho notato che in giro questa definizione non è stata ben compresa proprio da tutti. Prendi un bel respiro e spiegaci un po’ cosa vuol dire.

Ogni nostro lavoro è caratterizzato da un’atmosfera oscura e drammatica, connotata territorialmente nella nostra nazione ed espressa tramite le Arti (per il momento la musica e le arti visive, ma in futuro potrei sperimentarne altre): Dark Italian Art.

Ho fatto riferimento a elementi più marcatamente cinematografici, ma qua e là, durante tutta la durata di Faunalia, ho notato passaggi dal sapore quasi barocco, soprattutto nei fraseggi di chitarra di Fulguriator, ad esempio in “Magna Mater Maior Mons”. Quanto ti senti legato al contesto della musica classica e, se ce ne sono, effettivamente, quali compositori sono più vicini al tuo animo?

Credo dipenda dal fatto che i fraseggi di chitarra di cui parli sono stati composti al pianoforte… Quando ero adolescente, ho ricevuto una formazione classica, studiando questo strumento. Certo, ero un allievo a dir poco indisciplinato, troppo impegnato in attività non esattamente in linea con l’attitudine dell’aspirante pianista tutto casa e conservatorio [ride, ndr]. Ciononostante, ho sempre ascoltato musica classica e composizioni per orchestra di vario genere e queste influenze fanno senz’altro parte del mio bagaglio quando scrivo un brano. Tra i classici, i compositori che mi vengono in mente in questo momento sono Wagner, Vivaldi e Rachmaninov, poiché hanno sempre suscitato in me una sensazione di potenza paragonabile a quella che mi trasmette il metal.

Direi che forse è giunto il momento di riallacciarci al passato con una domanda sull’estetica. L’immagine che date di voi quando salite sul palco è cambiata, negli ultimi tempi: da dov’è nata questa esigenza di passare da un contesto pagano-esoterico a uno più vicino al mondo del cinema horror-western?

Penso che gli abiti di scena siano semplici stracci pittoreschi con ben poca utilità, se dentro non c’è sostanza. Se manca quella, sei semplicemente l’ennesimo stronzo camuffato come tanti, senza nulla di pagano, di esoterico o cosa… Insomma, niente di troppo distante dal vecchio proverbio de l’abito non fa l’Aruspice! Anche se non credo fosse esattamente così [ride, ndr]… La nostra estetica potrà mutare altre mille volte, ma la sostanza rimarrà sempre quella, e con essa l’elemento pagano-esoterico che, credimi, in Selvans è presente oggi più di quanto non lo sia mai stato.

(I nuovi «stracci» di Selvans Haruspex in una fotografia di Iolanda Pompilio)

Parlavo un momento fa di contesto pagano-esoterico. I vostri primi lavori, Clangores Plenilunio e Lupercalia, sono fortemente influenzati da quel tipo di prospettiva: forma e contenuto sono legati a doppio filo, supportati da anni e anni di musica prodotta su quelle stesse coordinate. Faunalia, invece, è stato un po’ come tuffarsi nell’acqua fredda di un lago dopo la prima sauna della propria vita, mostrando quanto il vostro approccio sia innovativo e avanguardistico, fresco ed energizzante, per quanto dirompente e, inizialmente, di difficile approccio. Guardando indietro al passato, come descriveresti la parabola dei Selvans? Quanto è stato importante lo split con Downfall Of Nur in questo percorso evolutivo?

Il mio intento è quello di portare avanti un progetto «versipellis», mutaforma, del quale, come detto poco fa, ho deciso quale dovesse esserne l’essenza cinque anni or sono, quando iniziai questo discorso. Quella che chiamo essenza è una base molto solida su cui poggia tutto ciò che facciamo e che rimarrà tale almeno fino alla pubblicazione del terzo album e delle sue uscite satellite, poi si vedrà… Ecco, un altro carattere fondamentale per comprendere al meglio lo sviluppo di questo progetto è guardare a ogni album come a un capitolo della parabola di cui parli, con in appendice una o più uscite a esso legate. Lo split da te citato fa parte del capitolo Lupercalia, insieme all’EP Clangores Plenilunio e al live album Hirpi. Con Faunalia siamo entrati in un nuovo capitolo che verrà presto arricchito di nuove pagine.

Le radici del tuo progetto, come sappiamo, affondano nei precedenti Draugr, in cui militavate sia tu che Fulguriator. Dopo tanti anni, qual è il tuo punto di vista su quella realtà? C’era già qualcosa di Selvans nella tua mente o è nato tutto dopo?

C’era già molto di Selvans nella mia mente! Iniziai a registrare le prime demo di Lupercale e Clangores Plenilunio nel 2012, mentre ero ancora nei Draugr e ci trovavamo nell’ennesima fase di stallo, dovuta a una divergenza di idee in merito praticamente a ogni cosa, situazione purtroppo normale quando a prendere le decisioni si è in più di… uno [ride, ndr]! Draugr era qualcosa di condiviso con altre persone, con tutti i pro e i contro della cosa e a oggi penso che lo scioglimento sia stata la decisione più sincera nei confronti di noi stessi e di chi seguiva la band, dal momento che ha permesso a ognuno di prendere la direzione che sentiva artisticamente più sua.

Non penso mai a come sarebbe stato se i Draugr fossero ancora attivi, perché ogni scenario presupporrebbe che con Selvans non sarei riuscito a fare quanto concluso finora, e probabilmente sarebbe stato un semplice progetto secondario e di breve vita. L’unica cosa a cui penso spesso è che mi sarebbe piaciuto condividere le soddisfazioni di questi anni in Selvans anche con Jonny, come sarebbe dovuto essere.

Chiudiamo questa parentesi sul passato e torniamo a noi, ora, e parliamo della dimensione live, alla quale avevo già fatto riferimento sopra: quanto è importante per voi? Cosa significa, per Selvans, suonare dal vivo?

Selvans non è necessariamente una live band, potrebbe esistere anche senza questo aspetto. Certo, sul palco diamo sempre il massimo e finché suoneremo dal vivo lo spettacolo continuerà man mano ad arricchirsi di nuovi elementi, senza standardizzarsi per inerzia. Però, che tu ci creda o no, non soffriamo della sindrome da live compulsivi. So che potrà sembrare strano, perché esistono addirittura dei veri e propri business fondati su questa patologia — che affligge la maggior parte dei musicisti metal — ma è così [ride, ndr]! Spesso ci capita di dover rifiutare date per via di proposte ai limiti del ridicolo o altre meccaniche viziate dal presupposto che la maggior parte delle band sarebbe disposta a vendere le proprie madri pur di poter dire di aver suonato in certi festival, per esempio… Non è così che funziona per noi.

Per rispondere alla tua domanda, per me suonare dal vivo vuol dire: mettere in pausa il mio lavoro e provare con i ragazzi per preparare lo show al meglio, sottraendo del tempo alla composizione di un nuovo album ad esempio o ad altro, quindi non vedo il motivo di fare una cosa del genere se dall’altra parte non c’è qualcuno che rispetta quel che facciamo.

A oggi, qual è la migliore esperienza che avete avuto su un palco? E quale la peggiore?

Quando avevamo un management francese abbiamo suonato un po’ ovunque in Francia. Tutto iniziò con il Ragnard Rock Fest a cui seguirono svariate date tra Parigi, Nizza, Lione, Chambery… Una meglio dell’altra, sotto tutti i punti di vista! Le occasioni peggiori sono state due situazioni simili a distanza di anni l’una dall’altra: una in Serbia e l’altra in Ungheria, per fortuna entrambe date di passaggio durante dei tour ma in cui il pubblico, pur rimanendo in sala, sembrava sinceramente disinteressato nei nostri confronti, non parlava neanche tra sé! Semplicemente ti fissava ma era palese che non gliene fregasse un cazzo [ride, ndr].

A Budapest poi, c’era l’after show con questa band che non avevo mai sentito prima, ma che lì era una sorta di idolo locale e ho scoperto che la gente era lì principalmente per lei! Niente di strano… L’ho visto succedere in Italia con band straniere che sono in giro da molti più anni di noi, ma quando succede a te non puoi reagire in altro modo se non ridendoci su.

Ipotizziamo, ora, che potessi organizzare il vostro concerto ideale e che avessi la possibilità di suonare con altri due gruppi: con quali band — anche sciolte — sceglieresti di condividere il palco?

Rispondo da fan, dicendoti i Doors, la Alice Cooper band del ’75 oppure, per rimanere in Italia, i Death SS di fine anni ’90, quelli con Oleg Smirnoff alle tastiere. Tutte line-up che per ovvie ragioni non ho avuto e non avrò mai modo di vedere dal vivo.

Sempre in via ipotetica, visto che con Faunalia vi siete addentrati in un mondo fatto di sperimentazioni e di avanguardia, pensi che in futuro in un album dei Selvans potremmo mai arrivare a ritrovare elementi di musica elettronica?

Dipende da cosa intendi… Fatta eccezione per i nostrani Aborym, i DHG o i Mysticum, sinceramente non ho mai ascoltato gruppi metal che utilizzino l’elettronica. Ti rispondo citando queste band, perché spero che non ti riferisca ai DJ con artwork horror e plagi delle colonne sonore di videogiochi anni ’80, che ultimamente vengono spacciati come nuova frontiera per metallari [ride, ndr]. Scherzi a parte, con Selvans, sin da “Lupercale” — il nostro primo pezzo in assoluto — ho inserito, di tanto in tanto, pattern di sintetizzatori che potrebbero rimandare all’elettronica, ma non credo che andrò mai oltre questo.

Ecco, a proposito del futuro: avete già qualcosa in programma? Sai, tour, date dal vivo con cadenza sparsa, nuova musica… Dacci qualche anticipazione su ciò che hai in mente per l’avvenire del progetto!

Quest’estate ci esibiremo in tre festival italiani: il 27 luglio al Cemetery Gatez di Fano, l’11 agosto all’Eresia Metalfest di Resia (UD) e il 16 agosto al Frantic Fest a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, quest’ultimo un vero e proprio vanto per la nostra regione! Inoltre stiamo lavorando su diverse uscite future, la prima delle quali sarà un nuovo EP legato a Faunalia.

Okay, lo ammetto: sapevo del nuovo EP. Dicci tutto quello che puoi, siamo avidi di saperne di più!

Abbiamo quasi finito di registrarlo. Lo ritengo una passo importante, poiché sarà il primo lavoro suonato dalla band al completo e non solo da me e Fulguriator. Abbiamo arrangiato i pezzi in sala prove, per cui il sound si è ulteriormente caratterizzato dello stile di Acheron, Agares e Hyakrisht [i musicisti che accompagnano dal vivo Selvans Haruspex e Fulguriator, ndr]. In quest’occasione ho suonato le tastiere con la band, senza arrangiarle in un secondo momento, sento che la cosa verrà notata sin dal primo ascolto e in futuro potrei suonare le tastiere anche in sede live. Inoltre, avremo una sezione di ottoni: una piccola orchestra funebre che accompagnerà diversi momenti all’interno dell’EP. Uscirà ancora una volta per Avantgarde Music e proprio in questi giorni stiamo registrando cover di due band italiane che includeremo in questo lavoro: una progressive rock e l’altra metal, sta a voi provare a indovinare di quali band si tratta.

Perfetto, direi che possiamo chiuderla qui, per questa volta. Ti ringrazio per la pazienza e per la disponibilità e ti lascio carta bianca per concludere questa intervista come preferisci!

Ringrazio te e i lettori di Aristocrazia, tenete d’occhio le nostre pagine per ulteriori aggiornamenti sul nuovo EP. Alla prossima!

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