Macelleria Mobile Di Mezzanotte - Intervista

MACELLERIA MOBILE DI MEZZANOTTE – Intervista

Sono pochi i gruppi italiani che in vent’anni di esistenza possono vantare un repertorio di quindici album, tra questi la Macelleria Mobile Di Mezzanotte. Durante questo lungo periodo di pandemia abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con Lorenzo Macinanti, che da molti anni fa parte di questo progetto, emerso nei primi Duemila dall’underground romano per mano di Adriano Vincenti: tra radici intrise di power electronics e nuove macabre ramificazioni, MMM è oramai un’istituzione della scena dark italiana.


I Macelleria Mobile Di Mezzanotte vantano una carriera quasi ventennale, attivi dal lontano 2001, se non vado errato; chi eravate prima di formare il vostro gruppo e come è avvenuta la genesi di questo longevo progetto?

Lorenzo Macinanti: Adriano Vincenti ha fondato MMM nel 2001. Il progetto si ispira fin dall’inizio al sottobosco del power electronics italiano, in particolare modo ad Atrax Morgue con cui Adriano era amico. Il primo disco Profilo Ottimale Delle Ferite (2002, Old Europa Cafe) diventa subito un disco culto. Fondeva suoni abrasivi con atmosfere morbose, con un approccio filmico e immaginifico che pescava in torbide acque, tra cronaca nera e pagine di vita vissuta. Io e Adriano ci incontriamo nel 2004, ai tempi del secondo disco Black Rubber Exotica (2004, Old Europa Cafe). Mi innamorai di quel disco, lo trovavo semplicemente geniale e una spanna sopra a qualsiasi altro progetto sperimentale dell’epoca, nonostante la realizzazione lo-fi, lo stile da ubriacone che si prendeva poco sul serio e una scarsa attenzione da parte dei media dell’epoca. Però quel disco era magnetico. All’epoca muovevo i primi passi nella musica elettronica con Andrea Penso (Selaxon Lutberg); fu grazie a lui che io e Adriano entrammo in contatto. Lo sfondo è quello della Roma di metà anni Duemila; i locali dove ci si esibiva erano spesso scantinati senza insonorizzazione decente; il pubblico era costituito da residuati bellici anni Ottanta in piena fascinazione neofolk, qualche raver esausto, metallari in cerca di fica (quelli erano una costante di qualsiasi scena). Non il massimo per la proposta di MMM. Questo per dire che un pubblico a Roma non è mai esistito e sarebbe ridicolo oggi raccontare l’opposto. C’erano altri ragazzi che provavano a fare musica sperimentale, quello sì. Purtroppo tutto è rimasto al livello del dilettantismo e solo in pochissimi sono riusciti a farsi un nome senza aver utilizzato conoscenze e amici che scrivono su questa  o quell’altra rivista.

Vent’anni sono tanti, per questo mi viene da chiedere se nel corso del tempo ci siano stati cambi di line up rilevanti. Nel caso, come hanno inciso sull’evoluzione, sia concettuale che musicale, del gruppo?

Sì. Il progetto nasce come one man band. All’inizio era Adriano Vincenti che faceva tutto: voce, musica, copertine, dischi… autoproduzione totale. Già dai primi concerti decide di avvalersi del contributo di alcuni collaboratori, in particolar modo un trombettista, Flavio Rivabella (DBPIT) con cui ha condiviso anche lo split Nudi A Metà (2007, FinalMuzik), ma che purtroppo non ha mai registrato su nessun disco a parte qualche frammento. Un peccato. Io comincio a suonare regolarmente dal vivo con Adriano dal 2006. Soprattutto tra il 2006 e il 2008 suoniamo molti concerti in giro per l’Italia e in Europa, prima dello stop di circa quattro anni in cui il progetto venne congelato. Un momento cruciale è quando ritorniamo a suonare, è il 2011, si torna a scrivere un nuovo disco, Hard Boiled Night Club (2012, Old Europa Cafe), in parte fatto di idee che provenivano direttamente dal periodo successivo a La Dolce Vita (2006, Butcher’s House Prod., Musica Di Un Certo Livello, Cold Current Productions) e L’Ultimo Vero Bacio (2007, Old Europa Cafe). Quindi nonostante sia uscito nel 2012, diciamo che è un’appendice della prima fase. In quel momento conosciamo Pierluigi Ferro che diventerà il sax di MMM e ci aiuterà a trovare un nuovo equilibrio. Abbiamo provato nel tempo a inserire batteristi e chitarristi nella line up ma non ha mai funzionato. Da alcuni anni Riccardo Chiaretti, con cui già collaboravo da anni in altri progetti, tra cui Moonlite Bunny Ranch, ha donato il suo contributo in fase di scrittura e pre-produzione. Sull’ultimo album, Noir Jazz Femdom (2019, Subsound Records), il suo tocco è stato forse più determinante che in precedenza.

Ultima domanda biografica: osservando la vostra discografia, ho notato che vi è stato un gap di cinque anni tra il 2007 (Nudi A Metà e L’Ultimo Vero Bacio) e il 2012, segnato dall’uscita di Hard Boiled Night Club. Da quel momento avete sfornato altri cinque bellissimi dischi (contando l’ultimo Noir Jazz FemDom). Che cosa ricordi di quel periodo in cui la Macelleria Mobile Di Mezzanotte ha smesso di funzionare? E soprattutto, con il senno di poi, è stata una scelta di cui vi siete pentiti o che, al contrario, vi trova ancora fermamente convinti?

In quegli anni eravamo confusi. Suonare dal vivo non ci dava grandi soddisfazioni. Le vendite dei dischi erano mediocri, non solo per noi, un po’ per tutti. Le case discografiche pronte a investire erano un miraggio. Molti ti chiedevano di pagarti tutto, dallo studio alla stampa del disco. Praticamente un’autoproduzione cui unico onere dell’etichetta sarebbe stato distribuirti il disco e intascarsi i soldi. Il power electronics e la scena industrial di metà anni Duemila avevano raggiunto un livello di saturazione che ci disgustava. Troppa sciatteria e mancanza di professionalità anche tra i nomi più affermati. La cosa più grave è che il pubblico era chiuso alla sperimentazione. Curioso no? Conservatori tra gli sperimentatori.  Quindi qualcuno quando sentiva qualche refrain jazz all’interno di colate di rumore storceva il naso perché no, suonateci il noise!. Insomma c’era poca soddisfazione, ma forse era anche colpa nostra. Stavamo tentando una nuova strada ma ancora non riuscivamo a mettere a fuoco il sound che avremmo sviluppato con maggiore convinzione da Black Lake Confidence (2013, Trips Und Träume) in poi. Sono stati anni di crescita come musicisti, abbiamo trovato maggiore consapevolezza nei nostri mezzi e siamo riusciti a trovare uno stile che avrebbe ispirato altre formazioni. Io e Adriano in quegli anni ci siamo sentiti e visti molto spesso, preparando il ritorno. In una delle tante notti giocate a poker davanti al caminetto abbiamo visto il nostro futuro tra swing e oscurità. Ho sempre creduto nelle qualità visionarie di Adriano e sono felice di averlo sempre spronato a fare musica. Oggi scrive dischi uno dopo l’altro con la sua mezza dozzina di progetti paralleli… Non posso che esserne orgoglioso.

Adriano Vincenti dal vivo al Congresso Post Industriale con i MMM, Pisa 2003

Passando al lato dei contenuti, che nomi citereste volendo mettere nero su bianco le vostre influenze musicali? Con il passare degli anni e con la crescita della vostra discografia vi è stato sicuramente un avvicendarsi all’interno del vostro bagaglio culturale. C’è stato durante la vita della Macelleria Mobile Di Mezzanotte un momento spartiacque tra due o più stili, compositivi e concettuali, oppure è stata, a vostro parere, un’evoluzione costante e coerente?

Difficile dirlo. In realtà credo che i temi che rincorriamo oggi siano gli stessi che Adriano ha sviluppato fin dal primo disco. Su Profilo Ottimale Delle Ferite e Black Rubber Exotica puoi ritrovare le medesime ossessioni presenti nei nostri dischi più recenti, declinate diversamente, ma con una certa continuità. Forse in alcuni episodi di Black Lake Confidence, Funeral Jazz (2015, Subsound Records) e Hiver Noir (2017, Subsound Records) abbiamo lasciato spazio a una malinconia e una tristezza inedite in precedenza. Per quanto riguarda le influenze musicali: spesso sentiamo citati nomi come Bohren, Dale Cooper Quartet, Kilimanjaro… In realtà sono nomi che abbiamo conosciuto tardi e che non ci hanno mai ispirato a livello creativo. Insomma, Black Rubber Exotica è del 2004 e già allora c’era il personalissimo prototipo di dark jazz di MMM. All’epoca non credo che Adriano avesse mai ascoltato una sola nota dei Bohren. Al contrario, Atrax Morgue, Maurizio Bianchi e Sigillum S sono stati un ascolto formativo molto importante. Come personale formazione musicale credo i Coil abbiano giocato un ruolo decisivo per la mia scrittura. Funeral Jazz è un disco che odora di Coil, nonostante nessun critico lo abbia mai notato. Ho ascoltato tanta techno, wave, industrial, sperimentazione di ogni genere. Il jazz che amo è quello più brutal di Miles Davis periodo Live Evil, dei Lounge Lizards, dei Painkiller e degli altri progetti più noise di John Zorn.

Ultimamente mi è capitato di imbattermi altre volte in atmosfere crude e oscure influenzate dalla tradizione del noir americano, per esempio ascoltando la musica degli Street Sects e osservando le macabre illustrazioni dei loro dischi. Avete confidenza con questo progetto musicale in particolare e con altre realtà contemporanee che, a vostro parere, attingono ispirazione dal vostro stesso immaginario?

Non li conoscevamo, grazie per il consiglio, li ascolteremo con piacere. No, non mi sembra di trovare molta attinenza con altre band di oggi, a parte i side project di Adriano: Senketsu No Night Club, Detour Doom Project, Last Call At Nightowls. C’è gente che è arrivata a Twin Peaks l’altro ieri e che oggi fa il matto citando logge nere e nani che ballano. Non parlo di nessuno in particolare, ma mi sembra di vedere citate le atmosfere di quel telefilm con troppa scioltezza anche da ragazzetti poco più che teenager. Noi nel 2013 abbiamo registrato la cover di “Just You And I” (tratto dalla seconda stagione di Twin Peaks) e credo che all’epoca per noi Lynch fosse già un’influenza acquisita, fagocitata e ormai superata. Lo facemmo in qualche modo per archiviare una nostra ossessione del passato e voltare pagina.

Ascoltando album come Hiver Noir del 2017, mi sono trovato immerso (anche grazie ai titoli delle canzoni) in un panorama emotivo e visivo ben definito, quello di una Russia grigia e affascinante allo stesso tempo; questa particolarità contenutistica è rintracciabile indubbiamente anche in altri vostri dischi, come nell’ultimo Noir Jazz FemDom, che già dalla copertina lascia intuire parecchio del background tematico del disco. In quali altri particolari luoghi avete voluto portare il vostro ascoltatore? Ci sono stati degli album più spiccatamente tematici rispetto ad altri?

Tutti gli album nascono da un mood più che da un tema. Black Lake Confidence era il disco del caminetto e del lago di notte. Funeral Jazz era il brivido di chi osserva la scena del delitto con gli occhi dell’assassino. Hiver Noir un profondo, triste silenzio. Noir Jazz Femdom è il disco in cui tutto ha il colore del sangue. Non ti so dire dove vi porteremo la prossima volta. Sicuro non sarà un viaggio di piacere.

Che tipo di rapporto avete con i luoghi che vengono descritti ed evocati nei vostri dischi: distaccato o vissuto in prima persona? Riguardo ciò, avete qualche storia o qualche rapido aneddoto da voler condividere con i lettori?

Il lago di Black Lake Confidence esiste ed è il Lago di Bolsena. Adriano vive lì da alcuni anni ormai ed è stato per molto tempo teatro dei nostri incontri. È un luogo magico e misterioso, con millenni di storia. Tutti gli altri luoghi evocati sono immaginari, esistono solo nella nostra immaginazione, a parte là dove citiamo dei fatti realmente accaduti come quello di Vilma Montesi, della Dalia Nera, di Stevanin, e del Mostro di Firenze.

Da sinistra a destra: Lorenzo Macinanti, Adriano Vincenti e Pierluigi Ferro

Come si struttura il vostro procedimento di scrittura, sia a livello strumentale che tematico? Vi sono particolari ruoli che ognuno di voi ricopre o avete un approccio più unitario alla stesura?

Gran parte dei provini dell’ultimo disco sono nati da vere e proprie sessioni di improvvisazione. Generalmente spetta a me trovare un senso a quanto registrato. Riascoltare ore di registrazioni, tagliare, riscrivere, decidere cosa è buono e cosa va scartato. Poi aggiungiamo sovraincisioni, cassiamo quello che non ci convince, aggiungiamo nuove idee cambiando completamente rotta. Il brano che dà il titolo al disco è nato da una vera e propria jam: un vero flusso di coscienza che è uscito all’improvviso senza doverci poi rimettere troppo mano. Anzi, credo che la voce di Adriano fosse proprio il primo take in assoluto. Altri pezzi sono nati invece scambiandoci i file, come è accaduto con quelli in cui sono presenti Paolo Bandera dei Sigillum S e Fabban degli Aborym. Lì c’è stato un lavoro di cucitura e interpretazione dei vari input che arrivavano dalle tante teste che hanno messo mano alla scrittura. Quando siamo convinti delle tracce, Adriano e Pierluigi aggiungono voce e sax e il disco è pronto per il mix finale e il mastering. Davide Cantone della Subsound è sempre giudice supremo, ma devo dire che finora non ha mai questionato le nostre scelte stilistiche. Siamo al terzo disco con la Subsound e abbiamo prodotto tre dischi uno diverso dall’altro. Inoltre la scelta di non esibirci più dal vivo non è certo un plus ai fini promozionali… Eppure Subsound continua a credere in noi. Mi dicono che Noir Jazz Femdom sia andato molto bene ed è praticamente sold out.

Già dal mio primo approccio con Noir Jazz FemDom, l’ho subito associato a un ambito cinematografico, per le sue atmosfere e per la sua grande capacità evocativa. Avete mai pensato a una fusione della vostra musica con il mondo del cinema? E, nel mondo delle possibilità, con quale regista contemporaneo, famoso o meno, vi piacerebbe collaborare?

Sì, il cinema è sempre stato un linguaggio capace di ispirarci, forse anche più delle opere di altri musicisti. In passato abbiamo sonorizzato dei film noir ed eravamo soliti esibirci con dei montaggi di film d’epoca selezionati da Adriano. Alcuni film a cui pensavo durante la scrittura di Noir Jazz Femdom sono Manhunter, Maniac, Videodrome, Neon Demon. Come autore che vedrei bene per Noir Jazz Femdom, direi Nicholas Winding Refn.

Per concludere questa intervista rivolti verso il futuro: cosa seguirà l’uscita di Noir Jazz FemDom? Avete già in mente altri progetti, collaborazioni o concerti? O magari una seconda, inattesa sparizione come quella del 2007?

No, basta concerti. La dimensione che più si addice a MMM è quella dell’ascolto in solitudine, meglio il giradischi di casa accompagnato da un vino rustico e sincero. Al momento è in lavorazione un nuovo progetto collaborativo con i Sigillum S, speriamo si concretizzi entro l’anno. Nel frattempo stiamo cominciando a raccogliere frammenti sviluppati durante il lockdown per il nostro prossimo disco che credo uscirà non prima della fine del 2021 e l’inizio del 2022.

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