Metal Theory, esegesi del vero metallo | Aristocrazia Webzine

Metal Theory, esegesi del vero metallo

Questo è un articolo piuttosto inusuale per le pagine di Aristocrazia, perché non parla direttamente di musica. Quella che segue è un’intervista al ricercatore, traduttore e autore Claudio Kulesko, curatore — assieme a Gioele Cima — della raccolta di saggi Metal Theory, esegesi del vero metallo, pubblicata a inizio 2024 da D Editore.
I nove saggi, di autori diversi, trattano altrettanti argomenti. Dall’immaginario death metal all’escapismo power metal, dai Black Sabbath al rapporto tra Jonathan Davis dei Korn e la sua mascolinità, il libro rappresenta una pubblicazione piuttosto unica nel panorama italiano, ragion per cui non potevamo farci scappare l’occasione di fare due chiacchiere con uno dei due responsabili alle spalle del progetto.

Prima di entrare nel vivo del libro, se possibile Claudio ti chiederei di presentarti: chi sei, che cosa hai fatto… Insomma, mettiamo un po’ di carne al fuoco. A te la parola.

Sono Claudio Kulesko, sono un filosofo saggista, i miei primi articoli furono su NOT, L’Indiscreto, riviste che una decina d’anni fa per certi versi andavano per la maggiore. Sono anche traduttore e da un paio d’anni scrivo narrativa di genere, horror, fantasy, fantascienza… La passione per il metal come penso per tutti risale all’adolescenza, verso i quindici o sedici anni, cui poi si è aggiunto il punk. Io ero partito con l’hip-hop, proprio altri lidi, però questo ha fatto da viatico per il nu metal di Slipknot, System Of A Down e questa roba qui.

Le cose classiche della generazione di noi nati tra gli anni ‘80 e ‘90, non potevi fare a meno di passare in mezzo agli Slipknot e ai Korn.

Poi rivalutati ampiamente nel corso del tempo, per un periodo non li potevo proprio vedere, poi nel tempo però li ho recuperati. Il nu metal non è certo il mio ascolto principale, però…

Peraltro sono anche oggetto di discussione e di trattazione all’interno del libro, i Korn in particolare.

Nu metal a parte, tra l’altro io con voi di Aristocrazia ho scoperto tante cose nella vita, quindi sono proprio contento di essere qui anche per motivi nostalgici.

Mi fa un sacco piacere. E quindi dalla filosofia e dalla dalla narrativa poi come sei arrivato a curare un volume come questo? Come è nato Metal Theory, come ci sei arrivato e come è cresciuto il progetto?

Metal Theory in realtà a livello concettuale è molto più vecchio di quanto possa sembrare, è una cosa che risale a otto o nove anni fa più o meno, quando ho cominciato a collaborare con Nero e NOT, ma è nato dentro l’università. Ci siamo resi conto a un certo punto che nell’accademia filosofica, in un’università, si parlava sì di musica, ma si parlava solamente di free jazz, musica classica, musica contemporanea, musica concreta… Per carità, fantastico, però in quegli anni dagli Stati Uniti cominciano ad arrivare per esempio la Noise Theory di Paul Hegarty, cominciavano a uscire poi le prime cose sulla Black Metal Theory, Floating Tomb, Melancology, il Black Metal Theory Symposium a Brooklyn, questa roba qui. C’era il cascadian black metal, che era più risalente, ma arrivava in Italia forte e impattante in quel momento, tra i primi Wolves In The Throne Room, i Fauna… Da quella corrente in quegli anni arrivarono degli album eccezionali. O ancora i Liturgy, che vengono ormai smarmellati come se non avessero mai fatto niente di rilevante, ma all’epoca sia loro che i Deafheaven… Post-black metal, ma chi ne aveva mai sentito parlare all’epoca? Per me quello era black metal con qualcosa di particolare. E queste novità in campo musicale, più il fatto che arrivava teoria musicale dagli Stati Uniti, avevano portato me e altri amici — tra cui Lorenzo Marsili, a sua volta autore di Metal Theory — a fare un seminario di musica e filosofia, con l’ambizione di portare in università dei teorici a parlare di musica. Musica però che non fosse necessariamente free jazz, classica, oppure techno, musica elettronica ambient di cui si parlava tantissimo in quei tempi — era una roba tipica degli accademici militanti di sinistra scrivere paper accademici o andare a seguire convegni e conferenze sulla techno. Quindi il nostro punto era: va bene, si stanno aprendo dei canali, facciamo in modo che questi canali vengano usati anche da chi vuole parlare di qualcos’altro. Il seminario di musica e filosofia è andato avanti per due edizioni con me e altre due edizioni senza di me ed è stato fatto un lavoro meraviglioso.

Hai menzionato la rave culture e la club culture, che negli ultimi anni hanno avuto una sorta di rivalutazione culturale molto forte, prima la techno era la musica dei drogati e adesso è diventata invece un fenomeno antropologico incredibile, evidentemente fino a dieci anni fa nessuno si era accorto che fosse un fenomeno antropologico anche prima.
Però rispetto a quanto hai detto ho una domanda: chi è il pubblico? Questi studi, queste speculazioni, a chi sono rivolte? È soltanto accademia, oppure c’è anche la possibilità secondo te, tramite questa ricerca filosofica e questa divulgazione, di riuscire ad avvicinare qualcuno che non fa già parte della sottocultura di riferimento? Che si tratti del metal o che sia quella del mondo del clubbing.

Quando è nato Metal Theory il seminario di musica e filosofia non esisteva già più da qualche anno, eravamo in piena pandemia e avevamo un sacco di tempo per le mani. Allora abbiamo cominciato a mandare mail e messaggi WhatsApp per chiedere a filosofi, scrittori e accademici che sapevamo già essere metallari, se volessero contribuire. La risposta è stata molto buona, quando qualcuno ci dà lo spazio per parlare di qualcosa che ci piace l’effetto è evidente, la gente salta a bordo senza stare troppo a pensarci su. La risposta del pubblico anche, è molto più appassionata. Il fatto poi è che volevamo fare qualcosa che fosse anche politico, che fosse anche militante, nel senso che quando l’esperienza del seminario venne aperta a tutti, parteciparono veramente tutti, dall’ex studente del Conservatorio all’accademico al passante, letteralmente gente che passava, vedeva la locandina ed entrava. Ci sono stati anche momenti di scambio interessanti, in cui si potevano mettere punk, hyperpop e metal a confronto, proprio perché nel dibattito emergeva un confronto che altrimenti sarebbe stato impossibile.

Sicuramente i testi che arrivavano dagli Stati Uniti non erano per il grande pubblico, nel senso che abbiamo dovuto aspettare le prime traduzioni Minimum Fax e le prime traduzioni di Mark Fisher per spalancare queste cose al grande pubblico: prima era una roba da accademici, tant’ è che c’è sempre stata una forte polemica fra i metallari veterani, che dicevano che la Black Metal Theory era tutta una stronzata, e gli accademici e gli appassionati di filosofia speculativa, gente che si intrippa di roba contorta e complicata, che dicevano che era una figata.

Ma magari dicevano che era una stronzata il black metal.

Eh sì, certo. Però alla fine se si dà la possibilità, qualcuno imbocca. Per esempio i saggi di Black Metal Theory: alcuni sono veramente semplici e accessibili, altri più complessi, ma la mia opinione da persona che ha studiato e scrive di filosofia è che se apri le orecchie e rimani in ascolto qualcosa cogli sempre. Anche quando ero un ragazzo mi piaceva andare a sentire queste cose, a leggere queste cose, perché qualcosa mi arrivava, e secondo me è stato più quel qualcosa che mi è arrivato a spingermi poi a chiedere a Gioele [Cima] di fare questo progetto qui.
Poi per quanto riguarda me, ho trovato molto più interessante Noise/Music di Hegarty e tutti i lavori che avevano fatto sull’harsh noise Mattin e Ray Brassier piuttosto che il lavoro che è stato fatto sul black metal e sulla techno. Spesso perché quello sul black metal era troppo scuro, troppo esoterico, è normale che la gente a un certo punto abbia detto qui però non ci capisco niente, era troppo distante dall’esperienza. Era proprio l’anima del progetto, portare e interpretare il black metal come esperienza mistica. Così come l’obiettivo del lavoro sulla techno era quello di parlare della techno, studiare la techno, analizzarla come esperienza politico-militante, soltanto che ci sono diecimila esperienze, tu non puoi imporre una chiave di lettura univoca su un argomento così vasto. Quella sulla techno è un’esperienza altamente soggettiva ed è relativa al territorio, alla cultura, al ceto sociale e anche al vissuto individuale.

Quello che abbiamo cercato di fare in Metal Theory, per quanto in piccolo, è stato spalancare le porte e dire: «Parlate di quello che vi pare nel modo in cui vi pare». Sono usciti saggi di linguistica, antropologia, filosofia, narrativa estetica, su questo aspetto quindi sicuramente abbiamo centrato l’obiettivo.

Io non ho studiato filosofia, quindi con la terminologia più tecnica ho qualche difficoltà alle volte, e ci sono dei casi all’interno del libro in cui mi sono trovato davanti a un testo un po’ ostico, altri invece che ho trovato più facilmente fruibili appunto anche da chi non arriva da quell’ambito specifico di studi. C’è stata una scelta specifica alle spalle del novero di autori coinvolti? Hai detto che avete proposto il progetto a tutti e sono saltati a bordo tutti, come siete poi quindi finiti ad avere questi nove saggi? Gli argomenti sono molto vari, si chiama Metal Theory e all’interno c’è davvero un po’ tutto il metal: c’è un saggio sui Black Sabbath, uno sui Neurosis, un altro che parla dei Korn…

Allora, purtroppo mancano il thrash e il crust, mi hanno fatto notare, e manca anche l’industrial.

Sarà per un Metal Theory volume II.

Esatto, per un’eventuale espansione. Quando siamo entrati in contatto con gli autori e con le autrici eravamo bloccati dentro casa come tutti gli altri, quindi è stato un lavoro di scansione dei social network per cercare i contatti giusti. In realtà avrebbero potuto essere dodici i saggi, anziché nove. C’è stato anche chi poi non ce l’ha fatta, vuoi per motivi psicologici perché stava totalmente stremato dal lockdown, chi perché appena rientrato al lavoro è stato travolto e sommerso da altre altre cose, chi alla fine non ha accettato di partecipare, ma i saggi originariamente erano di più e avrebbero coperto sicuramente anche più temi.

La selezione che abbiamo fatto è stata basata su chi aveva già scritto degli articoli o aveva partecipato ad alcuni progetti in precedenza, tuttavia la mia ipotesi iniziale era di contattare anche persone che non avevano mai scritto un saggio di filosofia. Purtroppo un paio non se la sono sentita, ma mi sarebbe piaciuto avere due musicisti, un ragazzo e una ragazza, che però non sono riusciti a portare a termine l’impresa. Sarebbe stata forse un’ulteriore prova del fatto che far parlare i musicisti tante volte è meglio che far parlare i teorici che parlano di musica.

Alla fine la scelta è andata su autori e autrici che avevano già approcciato il tema o che sapevamo avessero delle conoscenze in merito e avessero un interesse. Penso per esempio a Paolo Berti, che è uno storico d’arte digitale, si occupa di teoria di arte digitale e comunicazione, che ha scritto il saggio sul drone considerato uno dei migliori a detta delle recensioni. Penso a Davide Dolfo e Nicola Zolin, che hanno fatto quel messaggio spettacolare, praticamente il doppio della lunghezza di tutti gli altri, che è una sonic fiction, un genere che in Italia non esiste. Genere in cui si è cimentato per esempio John Darnielle in Master Of Reality, o Kodwo Eshun in More Brilliant Than The Sun… Un genere che prende l’immaginario o l’estetica di una band, di un autore, di un artista e la trasforma in qualcosa di narrativo, ma che dice anche qualcosa di speculativo. Probabilmente il merito di Metal Theory sta proprio nel fatto di aver pubblicato la prima sonic fiction italiana, prima di questo non credo sia mai stato pubblicato in Italia nulla che unisse narrativa e filosofia speculativa, soprattutto per parlare dei Black Sabbath.

Altri autori che hanno contribuito sono linguisti, filosofi, antropologi… Gioele Cima non è neanche un filosofo per esempio, è uno psicanalista. L’analisi che fa dei Neurosis e del post-metal in generale è molto originale. La visione era veramente quella di aprire le porte e vedere chi sarebbe entrato. Chi è salito a bordo ci ha lasciato qualcosa, non abbiamo dato indicazioni né direzioni, abbiamo visto tutto a posteriori, abbiamo svolto un lavoro di editing per accogliere ciò che ci è arrivato.
Un mio desiderio sarebbe stato addirittura quello di aprire una specie di blog per permettere a chiunque di entrare e scrivere il proprio pezzettino di Metal Theory su una specie di muraglia digitale enorme. Secondo me quello sarebbe interessante.
Un’altra cosa che mi interesserebbe molto sarebbe far partecipare ragazze e ragazzi adolescenti, perché sono loro forse quelli cui non viene mai chiesto nulla a proposito di cosa sentono, di cosa ascoltano… Vengono solo giudicati. Lo vediamo oggi con la trap, lo vedevamo noi col metal quando eravamo ragazzi vent’anni fa.

Trovo molto interessanti entrambi gli spunti, sia quello della lavagna digitale gigante, sia quello che dici sugli adolescenti, perché è una cosa su cui spesso rifletto: seguendo le attività della webzine e lavorando per un’etichetta musicale estrema, quello che vedo è che manca un ricambio generazionale. Non so come sia all’estero, ma quello che vediamo in Italia è che l’acquirente medio di dischi e il pubblico medio del concerto black metal o death metal è di ultratrentenni quando va bene, se non ultraquarantenni. Sicuramente un progetto del genere, oltre ad avere uno scopo prettamente sociologico, potrebbe anche dare a loro qualche cosa, permettendogli di scoprire un mondo che oggi non è più immediato come poteva essere venti o quaranta anni fa. Mi sembra un’iniziativa molto, molto interessante.

I’m getting all political. Guarda, apro una parentesi: la situazione è molto critica. Se penso per esempio alla scena hardcore a Roma, è evidente che c’è un ricambio costante, ci sono certi grandi vecchi, ma ogni anno esce una band. Magari è formata anche da componenti delle altre band, però c’è sempre qualcuno di nuovo che entra. Lo stesso nel metal si può dire? Eh… Mica tanto. Ancora di più se entro nel mio campo, la critica musicale e la teoria musicale. Qui è ancora più drammatica la situazione, nel senso che le persone che scrivevano quindici anni fa sulle riviste grosso modo sono le stesse. Ondarock ha consentito di avere un ricambio, Aristocrazia ha consentito di avere un ricambio…

Insomma, Aristocrazia è un progetto vecchio di quindici anni, abbiamo cominciato nel 2009, e ti dico che noi negli ultimi anni abbiamo ridotto drasticamente la produzione e le attività, perché siamo tutti abbondantemente ultratrentenni e il tempo ovviamente non è più quello che avevamo quando di anni ne avevamo diciotto o venti, e non troviamo nessuno che sia disposto a partecipare a questo tipo di iniziative.

Il problema di critica musicale è duplice. Primo, il fatto che quando si compravano le riviste o si andava sui siti ci sia sempre stato un modello standard di critica musicale: parlo del disco e delle sue note biografiche, quindi manca di profondità ed è sempre lo stesso. Secondo, non ci sono nuove voci: le nuove voci forse potrebbero avere gli strumenti giusti, soprattutto mo’ che ci hanno scassato la minchia con Mark Fisher per dieci anni, e di questi ragazzi e ragazze qualcuno l’avrà letto Mark Fisher. C’è pure poca critica musicale femminile, tra l’altro, ci sono poche giornaliste musicali. Mo’, detto tutto ‘sto ammasso di roba, io spero che verrà su un’ondata di children of the grave, tutti verranno a fare critica musicale, ma qualcuno li deve far entrare.

Il problema come dici tu giustamente è duplice, da una parte ci sono dei giovani che hanno un linguaggio diverso, i media sono cambiati, perché oggi la critica musicale molto probabilmente è più facile proporla su Twitch che non su un blog. Però ci vuole qualcuno che lo faccia.

E tanti scrivono di merda pure, c’è anche questo problema.

Poi non voglio fare la parte del vecchio trombone che se la canta e se la suona, io credo fortemente che ci sia un problema di accesso da una parte, perché i giovani usano dei canali diversi, e dall’altra anche un problema di esposizione dei giovani a un certo tipo di contenuti. A me è capitato di parlare con dei ragazzi di venti, ventidue anni, quindi non degli adolescenti, ma gente già in età universitaria o lavorativa, che non ha la minima idea di che cosa sia una sottocultura. Tanto gaming, magari un po’ di nerdismo orientale da otaku, ma una sottocultura, ancor di più una sottocultura musicale non hanno proprio cognizione di cosa sia.

E chissà se ha cognizione di che cosa sia una controcultura.

Poi andiamo nel sottile, nelle definizioni, ma il problema qui è a monte: questi ragazzi tante volte non hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con queste cose, perché i canali che seguono, i canali su cui si basa il loro investimento di tempo, non hanno questo genere di contenuti ed è un grande peccato. Ed è un peccato anche per noi vecchi tromboni, perché molto probabilmente potremmo trarre beneficio da un po’ di di ricambio, da gente nuova, gente giovane che porta delle idee.

Pensa allo stile di Fantano, al modello Fantano: Twitch ricalca il modello Fantano, cioè prendi un calderone e ci metti una marea di ascolti. Una cosa che ho notato è che le persone che hanno adesso tra i diciotto e i venticinque o ventisei anni hanno ascolti molto più variegati di quando noi ne avevamo sedici, e noi ci sentivamo il pop, il il grunge, il metal, il punk, diecimila cose. Adesso si sentono tutto quello che sentivamo noi e ci buttano dentro rap, elettronica, ambient, ascolti variegatissimi. Ma questo non è dovuto solo alla curiosità, è il risultato proprio del taglio con cui si parla di queste cose. Tu passi così dalla trap ai Portal ai Boards Of Canada in due secondi, fai questo minestrone enorme che è tipico del web e non porta a fare critica musicale, porta a parlare di dischi.

Vero, Fantano è esattamente questo: ti riesce a parlare di un disco hip-hop super famoso, può parlarti del disco di Kanye West, però poi ha anche fatto una videorecensione al disco degli Ad Nauseam di un paio d’anni fa. Questa cosa a me era rimasta abbastanza impressa. Anthony Fantano, per chi non lo conoscesse, è un un content creator che parla di musica, il suo canale YouTube si chiama The Needledrop e lui parla di dischi. È super famoso sull’internet, magari un filino meno in Italia, però per il pubblico anglofono è uno dei punti di riferimento principali, e appunto non si occupa di un genere specifico, parla di tutto trasversalmente a 360°.
A questo punto, dato questo discorso e visto che parlavamo di giovani e di accesso al materiale, ho una domanda ulteriore: secondo te, all’interno di un novero di artisti così ampio come quello metal, quanti di quegli artisti, dai Black Sabbath ai Neurosis, avevano consapevolezza di quello che stavano facendo? Perché cinquant’anni dopo Master Of Reality c’è saggistica, c’è sonic fiction, c’è un mondo che ancora parla di Master Of Reality o di Paranoid, ma secondo te i Black Sabbath se l’aspettavano nel ‘71?

Di quel novero di band lì tra fine degli anni ‘60 e inizi degli anni ‘70 io non penso ci fosse nessuno che sapesse a cosa stava andando incontro. La famosa corsa agli armamenti in cui appaiono i pedali, la distorsione dei pedali, dai pedali alle chitarre con otto corde, le chitarre con otto corde ricoperte di sapone… Non penso che ci sia nessun tipo di riflessione dietro, se non casi rarissimi, per esempio gli Sleep di Dopesmoker, comunque di molto successivi. Avendo letto le interviste ad Al Cisneros, avendo visto dei video, avendo compulsivamente studiato l’opera degli Sleep non riesco a non pensare che ci sia dietro un progetto, una meditazione. Ma perché è un tipo di sound così religioso, mistico, che è impossibile pensare che non ci sia una riflessione dietro, o quantomeno un’ispirazione di tipo mistico. Ci sono delle band che si prestano molto bene ad essere interpretate in modo mistico, interpretare in modo mistico i Mayhem invece è un altro paio di maniche. Loro sono cazzoni fin dall’inizio, è il suono che è mistico, non loro, non sono particolarmente arguti o profondi.

E poi anche parlando degli Sleep, io credo che Cisneros sappia quello che fa, e lo si vede molto bene negli Om, ma poi vai a prendere Matt Pike, ecco, con lui ho parlato una volta e credo proprio che non sappia quello che sta facendo.

Mentre ti parlavo avevo il bis-pensiero, pensavo a Cisneros, ma nel frattempo pensavo a Pike. Pike con gli High On Fire fa uno stoner fighissimo, ma sono i Motörhead, ecco. Un altro gruppo che invece sicuramente sa quello che fa sono i Liturgy, o i Deafheaven, che nominavo prima. Cioè, ci sono degli strati intellettualoidi che sono apparsi verso la fine degli anni ’90 o 2000, come i Bosse-De-Nage, ma anche gli stessi Wolves In The Throne Room, che adesso sembrano così innocenti, con i primi album ti mandavano un cofanetto con la terra delle Cascades, sassi, erba e ti mandavano un muro di testo così su cui scrivevano tutto quello che pensavano loro. Cioè, era un contesto di una comunità anarchica che viveva in montagna, una sorta di primitivismo emersoniano, tra Emerson e Thoreau. Lì ci stava tutto quanto un pensiero. O i Fauna di Avifauna che hanno le registrazioni e i field recording degli uccelli, dei loro versi.. Quello è tutt’altro tipo di lavoro.

Quando mi fanno la domanda scomoda: «Ma è un genere politico il metal?» io dico sempre che è inutile dire che è di sinistra. Non è vero. Ma sarebbe stupido anche dire che è un genere di destra. Ed è altrettanto assurdo dire che è impolitico, perché se esiste qualcosa di impolitico nella vita, io non l’ho mai incontrato. Direi che è un genere piccolo borghese, nel senso che nasce nella piccola borghesia, certo anche nei sobborghi e nelle periferie, ma se tu non hai i soldi per comprarti uno strumento o un amplificatore non vai da nessuna parte.

Il black metal l’hanno inventato dei ragazzini annoiati in Norvegia.

Esatto, esatto, basta pensare al black metal: erano ragazzini annoiati della periferia urbana però tanto se potevano fa’ venticinque assoli di fila. Ci vuole sempre un inquadramento di questo tipo, gli stessi Metallica è chiaro che non erano imprenditori multimiliardari già dall’inizio, erano persone abbastanza umili, ma il contesto è quello della piccola borghesia per diversi motivi. Primo perché parte a-politico: tutti i gruppi metal grosso modo partono a-politici e quindi privi di consapevolezza. Gli stessi Sepultura che suonavano nei centri sociali con i Ratos De Porão a fianco e conquistano un tipo di autocoscienza militante, comunista, anarchica, quello che era, ci sono dovuti arrivare. Partirono anche loro con Morbid Visions, scrivono di distruzione bestiale e questa roba qui. È sempre un processo, una questione di esperienza.

Anche dettata dal fatto che i Sepultura quando hanno cominciato avevano quattordici, quindici anni.

E loro veramente non avevano una lira, venivano dagli slum, erano poverissimi. E si vede poi la differenza fra quelle band che partono da un substrato veramente povero, proletario, e quelle che partono da un substrato borghese, si sente anche nel sound. Dico che è piccolo borghese anche perché è un genere ancora dominato dal mito della rockstar, oggi molto di meno rispetto agli anni ‘80 e ‘90, ma quello è un tipico mito piccolo borghese. È piccolo borghese anche la trasgressione, il fatto di dover essere sempre così aggressivi, sia a livello di suono sia a livello di spettacolo, di immagine. Altri generi, come il punk, sono aggressivi, zozzi e sporchi, ma non per una questione di provocazione. Secondo me chi interpreta il punk del ‘77 come mera provocazione si è fermato ai Sex Pistols ed è morto lì. Mentre per il metal spesso si riduce solo a quello, alla mera provocazione, a questo star system che si autoreplica.
Per fortuna a un certo punto il metal ha proliferato così tanto che ha creato la sua ombra, tutto il filone del metal estremo è l’ombra del metal classico, nato con l’idea di rimanere più oscuro possibile.

Proprio recentemente ho visto un meme con sopra una cittadina innevata e accanto scritto «scandinavi procederanno a cantare di quanto il mondo è triste, brutto e inospitale» e sotto la foto di uno slum sudamericano e la scritta «latini procederanno a cantare la felicità e la gioia e la bellezza della vita».
Un altro spunto che mi hai dato parlando di metal come genere apolitico e piccolo borghese è una cosa che ricordo di aver scritto in un articolo contro il black metal destroide. La mia ipotesi è che il metal non abbia una connotazione politica di per sé, ma che in quanto genere contenitore sia una sorta di luogo aperto al pubblico. Alla fine chiunque può entrare e chiunque può dire la propria. Poi certo, alcune cose per me hanno più senso rispetto ad altre, ma è stupido limitare un mondo così ampio e così vasto soltanto a determinate istanze. Tra l’altro proprio questo è uno degli aspetti che il vostro libro coglie molto bene, leggendo questi saggi così diversi tra loro quello che passa è proprio il concetto della frammentarietà, una frammentarietà che è connaturata al genere. Come puoi parlare dei Neurosis puoi parlare dei Black Sabbath o dei Blind Guardian, è inevitabile che siano tutte cose molto, molto diverse tra loro.

Il fatto che esista un genere contenitore in cui tutti sono tendenzialmente ben accetti è prettamente piccolo borghese: se tu vai in un ambiente proletario o estremamente ricco e capitalista e gli proponi dei contenuti irricevibili, quelli ti mandano a cagare, anzi sei fortunato se non ti linciano. Penso al punk e all’hardcore soprattutto, che sono generi fortemente proletari, non puoi andare lì e fare il nazista: invece tecnicamente in un ambiente metal puoi. Vieni a suonare a Roma e la gente applaude anche se hai le svastiche dipinte in faccia. Questo è interessante anche per la frammentazione. Qui io sto usando nozioni tipicamente marxiste, ossia che la classe piccolo borghese è più tendente ad accettare cose inaccettabili perché sta in mezzo: non ha troppi problemi economici, però comunque li ha, è arrabbiata, ma non così arrabbiata da fare la rivoluzione… Però qual è l’aspetto principale della piccola borghesia: è il fatto di essere la classe imprenditrice per eccellenza, quella inventiva. Nel metal vediamo questa frammentazione che è dovuta proprio al fatto di essere un genere contenitore, che può accettare qualsiasi tipo di contenuto. Più certi che altri, meno farfalle più Satana sicuramente, però il metal è andato da tutte le parti.

Una cosa che dico spesso e che trovo incredibile è che il metal è riuscito a sopravvivere tirando dentro altri generi, è passato di epoca in epoca perché prendeva i generi egemonici in quel momento e li assorbiva. Metal e grunge, metal e industrial, metal ed elettronica, metal e techno, metal e punk, metalcore, metal e trap. Qualsiasi cosa venga proposta il metal riesce ad assorbirla, la parassita fino a che non la consuma. Spesso è più facile che sparisca lo shoegaze piuttosto che sparisca il metal. Si dice ogni tanto che dopo gli anni ‘80 e ‘90 il metal è sparito, ma ‘na beata minchia. Questa frammentarietà è anche una frammentarietà di autori e autrici, la frammentarietà dei generi che vengono analizzati, delle cornici teoriche. E questo è più o meno il modo in cui si muove anche la filosofia: copre uno spettro sociale enorme, e quanti tipi di filosofie, di approcci filosofici, di scismi interni a una singola scuola esistono? Metal e filosofia vanno a braccetto su questo, proliferano, assorbono.

Bibliografia essenziale:
Paul Hegarty – Noise/Music
Mark Fisher – Scegli Le Tue Armi
Eugene Thacker – Tra Le Ceneri Di Questo Pianeta
Nicola Masciandro, Edia Connole – Floating Tomb
Agnès Gayraud – Dialectic Of Pop

Metal Theory, esegesi del vero metallo, curato da Claudio Kulesko e Gioele Cima,è uscito all’inizio del 2024 per D Editore.
Lo puoi acquistare qui.