Paradise Lost - Intervista a Nick Holmes

PARADISE LOST – Intervista a Nick Holmes


Abbiamo avuto l’occasione di fare una chiacchierata con Nick Holmes, co-fondatore e vocalist dei Paradise Lost, uno dei pilastri del gothic-doom metal, a pochi giorni dall’uscita di Obsidian per Nuclear Blast il 15 maggio. Diamo un’occhiata dietro le quinte con lui e scopriamo qualcosa in più sulla band e varie altre cose.


È davvero bello vedere una band con una carriera lunga come quella dei Paradise Lost continuare a pubblicare dischi di spessore come Obsidian, soprattutto se si pensa che siete riusciti a mantenere il cuore della formazione praticamente intatto negli anni. Com’è far parte di quest’avventura?

È una sensazione strana, sapere di aver fatto queste cose per più di trent’anni, gli unici punti di riferimento che abbiamo per quanto riguarda il passare degli anni sono i nostri figli o quando ci guardiamo allo specchio. A parte questo, a dire il vero ci sentiamo ancora come se avessimo 18 anni, è strano e il tempo sembra accelerare man mano che invecchiamo, fa quasi paura. La cosa curiosa è che i figli ti ricordano quanto stai invecchiando. Due di noi hanno addirittura dei nipoti adesso, sembra proprio che le cose vadano più veloce, che è una cosa spaventosa se ci pensi, ma stiamo cercando di prenderci il meglio.

Obsidian è il vostro secondo album su Nuclear Blast, e immagino che sia stato piuttosto difficile decidere di pubblicarlo comunque a maggio come da programma, vista la situazione COVID-19. Come siete arrivati a questa decisione insieme all’etichetta?

In fin dei conti, la gente può ascoltare musica ovunque, quindi qualunque cosa accada nel mondo, finché hai accesso all’elettricità, puoi ascoltare musica. Abbiamo pensato che non sarebbe cambiato molto, anche se in tanti stanno posticipando le loro uscite facendo affidamento sul fatto che potranno andare in tour quando pubblicheranno gli album, ma nessuno può dirlo con certezza. Tra l’altro, se tutti pubblicano gli album nello stesso momento potrebbe essere veramente troppo. Il problema è che non c’è una mappa per questo, praticamente stiamo creando una specie di precedente tutti insieme. Nessuno lo sa, potrebbe essere la miglior decisione di sempre o la peggiore, non ne abbiamo idea. Tuttavia, penso che se la gente si trova a casa e non ha molto da fare, se non sta lavorando, perché non pubblicare l’album?

Sempre a proposito della pandemia, non eravate in tour al momento dell’accelerazione dei contagi, ma che impatto ha avuto questa situazione sui Paradise Lost?

Non siamo andati in tour per un po’, abbiamo fatto qualche concerto in giro per festival, che però al momento sono praticamente azzerati per tutto l’anno. Se penso al momento in cui è successo, per noi come gruppo, avrebbe potuto essere peggio, perché avevamo finito da poco di girare il video e il disco era completo. A differenza di molti amici che con le loro band hanno dovuto cancellare i tour, che è tutta un’altra cosa. Non è stato male come avrebbe potuto.

Questo disco è abbastanza distante dal vostro ultimo lavoro Medusa, con maggiore varietà in termini di melodie, più voce pulita, ci avete addirittura infilato un po’ di Sisters Of Mercy. Come siete arrivati a questo risultato?

L’ultimo era un album molto specifico, un album molto doom-death, che era proprio la nostra intenzione, e ci ha dato un punto di partenza per questo qui. Dopo il primo paio di canzoni, iniziavi ad avere un’idea di come sarebbe andata. In genere iniziamo ogni album con una tela vuota, non cerchiamo di pensare alle nostre glorie passate o ai fallimenti o roba simile, non credo che sia produttivo, in qualunque campo. Si tratta di fare quello che sentiamo sia giusto, devi scrivere dal cuore e quest’album non è un’eccezione rispetto alle altre cose che abbiamo fatto in questo senso. Provo diversi stili vocali per ogni canzone, quindi magari in una canzone con il cantato pulito avevo anche provato uno stile sporco e non ci stava bene, quindi ecco perché è pulito, si procede per tentativi. Il vantaggio di scrivere canzoni in formato digitale è che possiamo provare cose finché non ci sembra funzionare, non è come quando stavamo in sala prove da ragazzi. È più comodo scrivere canzoni con il processo digitale di ora, immagino.

Parliamo di concept e degli aspetti visivi del disco, ci diresti qualcosa di più sul titolo, la scelta dell’artista per l’artwork, ed eventuali cose che come band sentivate di dover includere nel video di “Fall From Grace”?

Avevo visto la parola in giro un bel po’ e mi è piaciuta. Chiaramente è una pietra, può essere usata come un talismano, si può indossare per scacciare gli spiriti maligni, quindi mi interessava questo tipo di simbolismo. Mi hanno sempre affascinato i simboli e le icone, le persone che hanno fede in oggetti specifici. L’artwork in pratica esplora ulteriormente questo concetto, l’artista vive nello Yorkshire come noi e si chiama Adrian Baxter, credo che sia stata la copertina più facile di sempre per noi. Il nostro lavoro è molto soggettivo e specifico, quindi a volte è difficile essere tutti d’accordo sulle copertine, ma questa volta è andata veramente bene. Per quanto riguarda il video, Ash Pears, con cui avevamo già collaborato, ha preso la canzone “Fall From Grace” che parla di cose come manie di grandezza, il sentirsi qualcosa che non si è, o qualcosa che si era e non si è più. È partito da quest’idea generale e nel video c’è un tipo che è morto ma pensa di non esserlo, è una sorta di versione estrema del tema della canzone. Penso che quando si ha a che fare con artisti o registi si lavori con persone abbastanza artistiche, quindi a meno che tu non abbia qualcosa di incredibilmente specifico in mente, puoi semplicemente dargli un’idea e loro si occupano del resto.

A parte le influenze musicali e la vostra esperienza di musicisti, ci sono state influenze extra-musicali che hanno ispirato il vostro lavoro recente? Letteratura, cinema, qualcosa in particolare?

Non so Greg, ma io guardo una quantità enorme di film, ne guardo centinaia all’anno. Ne ho visto uno l’altra sera e non mi ero reso conto di averlo già visto fino agli ultimi dieci minuti. Ne guardo così tanti che a volte quando succede qualcosa nella vita reale la confondo con un film. Ascolto anche molti audiolibri, non leggo tantissimo ma ne ascolto parecchi. Però non mi viene in mente niente di specifico.

Quindi non consciamente.

Decisamente no, cioè, siamo in giro da 32 anni, quindi quando ci mettiamo a scrivere ormai si tratta di farlo e basta, non ci mettiamo ad analizzare. Forse quando hai una nuova band, con le tue influenze, i gruppi che vuoi emulare e cose così, ma per noi non è più così.

Parliamo del tuo recente lavoro con i Bloodbath. Pensi che questo abbia avuto un impatto sulla tua creazione con i Paradise Lost?

Forse un po’. Vedi, quello che faccio con i Bloodbath è molto diverso dai Paradise Lost, è molto più veloce. Il tempismo è assolutamente cruciale con i Bloodbath, mentre con i Paradise Lost puoi sentire i cambi di tempo che si avvicinano. Lì invece tutto è così veloce e preciso, è totalmente diverso, ma credo che probabilmente sulla voce sì. È lo stesso tipo di cantato, ma una tecnica diversa, con i Bloodbath è quasi come rappare, lo chiamavo death metal rapping [ride]. Credo che sia d’aiuto, è una specie di allenamento, un allenamento death metal.

Continuando su questo tema, a parte i Bloodbath, con i membri dei Katatonia e gli altri avete mai pensato a una collaborazione con loro, o per esempio i My Dying Bride, o altri ancora, stavolta però in ambito gothic-doom? Avete mai discusso un’ipotesi del genere?

Non proprio, magari ne abbiamo parlato al pub da ubriachi, ma non accade mai per davvero. Musicalmente, tra Bloodbath e Paradise Lost, sono a posto. A volte penso che sarebbe bello fare un album acustico, o un disco orchestrale, magari non succederà mai, ma allo stesso tempo non penso che sia positivo allargarsi troppo. A volte gli artisti hanno decine di progetti, ma nessuno di questi è particolarmente brillante, una specie di tuttofare che però non eccelle in nulla [jack of all trades but master of none], questa è la frase in inglese [ride]. Al Jourgensen fece una cosa simile, i Ministry sono sempre stati la sua cosa migliore, ma poi ha iniziato a fare di tutto e secondo me molte di quelle cose non erano granché.

Mi piace molto come, dopo un intero album imbevuto di influenze gothic rock, alla fine di Obsidian arriva dal nulla un pezzone doom come “Ravenghast” e frantuma l’ascoltatore. Da dov’è uscito?

Se ogni canzone è uguale a quella di prima, ha meno impatto, è una questione di posizione, mettere la canzone giusta al posto giusto. “Forsaken” è un pezzo molto diverso da “Ravenghast”, quindi suona molto più potente anche per questo. Una cosa che succedeva in Medusa, essendo un disco molto specificamente doom-death, è che non c’era praticamente pausa, era senza sosta. Credo che il nuovo album dovesse avere picchi e discese, proprio come la vita, e credo che quando ti immergi nella musica dovresti trovare questo: parti tristi, parti aggressive, tutto dovrebbe essere coperto. Ovviamente la finestra non è larghissima con i Paradise Lost, siamo sotto un certo ombrello e non vogliamo allontanarci troppo fino a cose come il flamenco o il jazz, ma è comunque interessante vagare quanto più lontano possibile all’interno dei confini che ci siamo preposti.

Torniamo a parlare di tour, o della loro assenza. Qui su Aristocrazia Webzine vi ricordiamo al Brutal Assault di alcuni anni fa, e come dicevamo sembra che quest’anno i festival all’aperto non ci saranno. Nelle ultime settimane, alcune band hanno iniziato a esibirsi in concerti in live streaming, come per esempio gli Enlsaved e vari altri. State pensando a soluzioni del genere?

Viviamo a centinaia di miglia di distanza gli uni dagli altri, il nostro batterista vive a Helsinki e al momento non può nemmeno volare. Per curiosità ho visto quanto ci vorrebbe se venisse in nave, e sarebbe un incubo per lui [ride], sarebbe una follia. La logistica non è il massimo, se nelle prossime settimane il lockdown si potrà allentare un po’ — lo spero cazzo — e questo sarà l’unico modo per noi di suonare la nostra musica, allora dovremo farlo. Credo che in Finlandia sia simile a noi nel Regno Unito per quanto riguarda il lockdown, mentre in Svezia è sicuramente un po’ più rilassato, quindi magari lì ci si può organizzare per andare in studio e suonare insieme, ma al momento non c’è alcuno modo per noi di fare una cosa simile.

A questo punto nella vostra carriera, avete fatto praticamente tutto e avete suonato ovunque, persino con un’orchestra qualche anno fa. C’è qualcosa di completamente nuovo che vorreste raggiungere?

Mi piacerebbe andare a suonare in paesi nuovi. Chiaramente, viaggiare può essere molto stancante, e per via del budget ti puoi ritrovare a spostarti a orari improponibili e su voli in cui non riesci a chiudere occhio, e roba così, è così che funziona il business ormai. Mi piacerebbe suonare in Sud Africa, non ci siamo mai stati come band, o in Cina, Nuova Zelanda, sarebbe bello suonare in questi posti. Viaggio molto nella mia vita personale, ma è sempre interessante portare la band in luoghi nuovi.

A parte i Vallenfyre, che ovviamente conosci molto bene, ci sono state altre nuove band nella scena britannica nell’ultima decina d’anni che ti hanno colpito e che consiglieresti?

Direi i Memoriam, ma non sono imparziale visto che anche loro sono miei amici, e probabilmente i Godthrymm, la nuova band di Hamish [Hamilton Glencross] che era nei Vallenfyre con Greg. Ormai per la maggior parte delle band mi baso puramente sui miei rapporti personali, oltre ai miei colleghi e amici che suonano non riesco a pensare a molte altre a dire il vero. Mi piace tenere le orecchie sintonizzate, sapere cosa succede in giro, ma con la musica sono molto esigente. Non mi interessa quali sono i trend, mi piace quello che mi piace, potrei ascoltare cento band e magari me ne piacerebbe solo una, e anche lì dovrei essere dell’umore giusto. Per me è molto difficile selezionare una playlist, se ne faccio una in genere è roba di trent’anni fa, sono talmente old school!

Immagino che sia uno dei motivi per cui sei finito nei Bloodbath?

Sì! Devo ammetterlo. E pensa che i ragazzi ascoltano un death metal che è leggermente più nuovo di quello che ascoltavo io, anche se solo di un paio d’anni, per esempio i Deicide sono venuti fuori un po’ tardi per me, anche se era tipo il ’91 o una cosa del genere. Per me era un po’ tardi. Poi suonano tutta la roba death metal nel backstage prima dei concerti ed è come una macchina del tempo, amo quando succede, mi riporta indietro a quando ascoltavamo gli Autopsy e tutta quella roba con cui siamo cresciuti da ragazzi. Entrare nei Bloodbath ha rivitalizzato il mio interesse nella vecchia scena.

Grazie di questa chiacchierata, sono sicuro che i nostri lettori si fionderanno ad ascoltare Obsidian appena possibile.


Obsidian uscirà il 15 maggio per Nuclear Blast Records.

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