PÁRODOS

   
Gruppo: Párodos
 
Formazione:

  • Marco "M." Alfieri
  • Giovanni "Hybris" Costabile
  • Francesco "Oudeis" Del Vecchio
  • Gianpiero "Orion" Sica
  • Alessandro "Okeanos" Martellone
 

Esistono storie che non esistono. Tipo questa intervista ai Párodos, tratta da una conversazione mai avvenuta, in occasione del release party di "Catharsis" dello scorso ottobre. Con la mirabile partecipazione di Francesco "Oudeis" Del Vecchio, Marco "M." Alfieri, Giovanni "Hybris" Costabile e Gianpiero "Orion" Sica.


Allora, partiamo dal principio: come nascono i Párodos?

Giovanni: Allora, i Párodos nascono nel 2015 da un'idea mia, sviluppata insieme a Gianpiero e Marco e, inizialmente, con Daniele Ippolito alla batteria. Insomma, era un'idea nata dall'esigenza di portare avanti questo progetto ispirato alla tragedia greca, intesa come parallelismo tra la tragedia dell'esistenza umana, di ognuno di noi, e proprio il riferimento culturale dell'espressione artistica dell'Antica Grecia. Siamo partiti con questa formazione e poi, successivamente, ci sono stati cambi che hanno portato alla line-up attuale, con Alessandro Martellone alla batteria e gli altri componenti che sono gli stessi dall'inizio dell'avventura.

Quali sono i punti di riferimento musicali della band?

Francesco: Musicalmente, sono varie le influenze, anche perché ognuno di noi ha un diverso background, delle diverse radici, però di fondo ci ispiriamo a gruppi come Alcest, Fen, Agalloch e Opeth… Soprattutto questi, ma non mancano riferimenti a gruppi più estremi e tradizionali del frangente.

Marco: A me poi in particolare piace molto la voce pulita, quindi Pain Of Salvation, Enslaved, Opeth, Katatonia.

Si intravedono in maniera più o meno palese riferimenti al paganesimo, nei vostri testi. Chi si occupa di scriverli e qual è il suo punto di vista su questa tematica?

Marco: I testi li ho scritti io, ovviamente. Sì, mi rifaccio molto alla Vecchia Religione, ma non tralascio anche la cultura scandinava. Le studio, mi piacciono e provo sempre a inserirle nei testi. Alcuni testi, non ti nego, li avevo già da anni, col mio vecchio progetto, però volevo portarli avanti; quindi, con i ragazzi, sono riuscito davvero a inserirli nel contesto giusto. Alla fine, penso che questo concetto di «Catharsis» sia stato veramente una magia: si è creato tutto alla perfezione, si sono incastrati tutti i tasselli nel punto giusto. È stato davvero un qualcosa di alchemico.

Giovanni: Fondamentalmente siamo partiti da questa idea di fondo che avevo avuto io riguardo il concept nel complesso, legato a una vicenda triste che ha coinvolto me in prima persona e poi i ragazzi che conoscevano mio cugino, che purtroppo non è più con noi. Si è creato questo parallelismo tra quella che è una tragedia intesa nel senso lato del termine e quella che poi è la sua rappresentazione. Nell'antica Grecia aveva, appunto, questa valenza purificatoria: coinvolgendo il pubblico, che a sua volta aveva le proprie tragedie, ogni rappresentazione era volta a creare questa empatia, tale da permettere quasi di simpatizzare col dolore altrui per esorcizzarlo al tempo stesso. Poi, l'ho spiegato anche ai ragazzi e ci siamo trovato d'accordo su questo e Marco è stato bravissimo a incastrare tutto ciò con i testi, alcuni che aveva già, altri che ha scritto dopo. La mia idea non era quella di avere un concept negativo, cioè la tragedia vista solo come negatività, anche perché quell'esperienza che ho vissuto, pur essendo stata inevitabilmente drammatica, mi ha insegnato ad avere speranza. Proprio nel modo di affrontarla che ha avuto Luigi e nella forza che lui ha avuto fino all'ultimo momento, ho capito che, forse, anche da queste esperienze si può cercare di trarre una sorta di purificazione… Un viaggio, un percorso che ti porta poi ad avere una speranza anche nel dolore; era quello il concetto che volevamo cercare di esprimere, sia musicalmente che a livello di tematiche, e devo dire che il lavoro di Marco è stato davvero eccellente da questo punto di vista, perché alla fine i testi sono stati tutti suoi, tranne l'intro che ho scritto io ed è dedicato a Luigi.

Mi ricollego a una questione di cui è stato detto prima, ovvero la «magia». Questa è la prima volta che suonate tutto il disco dal vivo: sarà che il disco mi piace particolarmente, sarà che ci stiamo avvicinando a Samhain e c'è una certa magia nell'aria, ma personalmente è stata una serata molto bella, sentivo davvero una certa elettricità nell'aria. Voi che ne pensate di questa serata?

Marco: È vero, lo dicevo prima ai ragazzi. A parte l'ansia, che c'è sempre prima di iniziare a suonare, quando sali sul palco e vedi le persone che ti stanno ascoltando, che sono venute per te, ti rendi conto di quell'atmosfera di cui è ricca l'aria. Mi ha tranquillizzato, in un certo senso, e mi ha un attimo messo in guardia, per essere concentrato al meglio sulle mie parti e ovviamente su tutto l'aspetto del gruppo. È stato bello, perché soprattutto a Salerno queste cose non vengono seguite; quindi, sono rimasto contento soprattutto per la risposta del pubblico.

Francesco: In generale è stata una giornata strana, dal punto di vista delle energie, delle coincidenze. Sì, è stato gratificante vedere la risposta di stasera. Non per essere pessimisti, ma a Salerno sappiamo com'è la situazione: non ci aspettavamo tutta questa gente, tutta questa accoglienza calorosa. È stato molto gratificante; e siamo contenti se siamo riusciti a trasmettere questa magia. In fondo, cos'è l'arte se non trasmettere emozioni, o almeno provarci?

Quali pezzi, singolarmente, preferite? Quali vi è più facile suonare e quali meno?

Gianpiero: Come impatto live, credo rendano di più "Catharsis" e "Metamorphosis". Questo però non toglie il fatto che gli altri siano divertenti da suonare quando ci sono gli intermezzi acustici. Di fondo, il nostro sound all'incirca è un'alternanza di pieni e vuoti: il concetto — questa è una mia idea, però, non so quanto sia condivisa dagli altri — è che quando tieni le energie e l'intensità di un pezzo più o meno costanti, anche se molto alte, tendenzialmente c'è un abbassamento della tensione. Arriva di più quando tu alterni in un pezzo delle parti acustiche, dove c'è un attimo di rallentamento e rilassamento, e poi riprendi in un certo modo. Crei più contrasto e nel contrasto arriva più energia. Insomma, dal vivo mi piacciono i pezzi in cui ci sono le parti acustiche, lì si crea anche un po' più di intimità col pubblico; però, probabilmente, la gente a un concerto, almeno metal, può reagire meglio a quei due pezzi un po' più tirati, un po' più di impatto.

Francesco: Sinceramente, anche per la resa della produzione, per com'è uscito il pezzo, per me "Metamorphosis" è quello che è venuto meglio, che tira di più ed è un po' più particolare. C'è una certa ciclicità nelle ripetizioni… Ed è anche parecchio comodo da suonare. Ovviamente tutti i pezzi sono sfiziosi e gustosi da suonare, almeno per me.

Marco: Tornando alla questione della «magia», "Metamorphosis" l'abbiamo composta e scritta per ultima ed è stato il pezzo più riuscito; in un mese abbiamo fatto la stesura delle parti strumentali, delle linee vocali e dei testi, che non avevo. È stata una cosa veramente perfetta, la ciliegina sulla torta.

Ecco, musicalmente, come vengono fuori le vostre creazioni? Sfruttate idee singole, le unite e ci lavorate su tutti insieme oppure avete un compositore principale e gli altri seguono la sua idea?

Francesco: In realtà è, forse, la parte di lavoro svolta in maniera più democratica in questo gruppo. Dato che ognuno ha la sua funzione unica e primaria, ognuno se la vede per sé. Di base, magari, io propongo delle idee di riff, che poi vengono sconvolte quando si inizia a provarle assieme.

Giovanni: Nonostante abbiamo background diversi, una cosa che ho sempre detto dall'inizio, da quando ho conosciuto questo signore [Francesco, ndr], è che lui è me che suono la chitarra: se io sapessi suonare la chitarra, farei quello che fa lui. [risate di fondo, perché non si capisce se queste ultime parole siano un complimento o meno, ndr] Quando abbiamo iniziato, le prime volte, tutti i riff che faceva lui erano quelli che avevo in testa io. Così è naturale lavorare. All'inizio avevamo dei pezzi che avevamo cominciato a strutturare io e un altro chitarrista che poi ha lasciato la situazione.

Francesco: …è stato difficile riadattare questi pezzi, ma una volta ingranato, una volta capita la direzione — quella comune, come se spingessimo tutti in quella direzione — c'è un feeling che non so se sia normale.

Giovanni: Ed è verissimo quello che diceva Marco, che si nota; chi ci ha seguito dall'inizio e ha seguito il demo o ha sentito i primi pezzi sa che c'è stata una maturazione del sound e anche del nostro feeling interno, che ha portato a questa composizione di "Metamorphosis" che è un pezzo abbastanza complesso, ha una struttura abbastanza importante, eppure è nato così [schiocca le dita, ndr]… Siamo arrivati al punto in cui partiamo da un'idea, poi in sala si arriva alla coesione di tutti e a creare una struttura, anche complessa, in poco tempo. Questa, per me, è forse la soddisfazione più grande, perché trovare delle persone con cui c'è un grande feeling a livello musicale non è facile; e, mi ricollego a quello che ha detto Francesco all'inizio, mantenere una democrazia in un gruppo è complicato. Io e Gianpiero venivamo da esperienze condivise in un'altra band in cui c'era la classica figura del compositore-dittatore e, per esperienza, quei progetti non vanno avanti. Quando io ho avuto questa idea, la prima cosa che ho detto a Gianpiero (quando ancora non c'erano loro, c'era solo Marco) è stata: «Ragazzi, se partiamo, dobbiamo partire con tutti quanti a dare il proprio contributo; deve essere veramente così. Se voi condividete la mia idea, questo canovaccio da seguire, allora sì; altrimenti no, perché se non vi convince anche solo una minima cosa, non andremo avanti, perché poi sarà forzato e prima o poi verrà fuori, questa forzatura, e porterà a inevitabili contrasti.». Invece, penso che con "Metamorphosis" si sia chiuso il cerchio… Sembra una coincidenza, ma effettivamente è così: è l'ultimo pezzo dell'album, è l'ultimo che abbiamo composto e ha una struttura che chiude veramente il tutto.

Il vostro album di debutto, "Catharsis", è uscito tramite l'etichetta finlandese Inverse Records. La ricerca di un'etichetta valida oggigiorno è un problema al quale molte band vanno incontro: qual è stato il vostro percorso, in questo senso? Raccontateci un po' della vostra esperienza.

Gianpiero: Il classico: hai una registrazione e poi non sai che fartene…

Francesco: …per mesi.

Gianpiero: Devi trovare quello che crede in te, in un periodo in cui non si vendono dischi… È drammatico. Cioè, è un luogo comune, ma poi te ne accorgi quando lo fai, perché investi in un progetto. Anzitutto, attualmente, fare un demo e cercare di avere un contratto con un demo è abbastanza fantascientifico; difficilmente, sentendo una registrazione casalinga, un'etichetta si interessa… Vogliono direttamente un master. Allora tu produci un disco, a spese tue, investendo quello che puoi e cercando di farlo al meglio, e poi cominci a inviare queste cose e ciò ci ha preso tempo, da quando abbiamo ottenuto il master (a marzo) fino a settembre, perché poi abbiamo dovuto un po' valutare, perché per andare in tour cercavamo di avere le copie prima di partire, anche per avere un aspetto promozionale più interessante. Però è dura, molto più dura di quindici anni fa, perché il mercato è andato così. Sono quasi sempre etichette medio-piccole che si interessano a te, all'inizio. Lavorano bene comunque, la Inverse sta lavorando benissimo con noi; è un'etichetta che è in giro da un po' di tempo, produce molto, soprattutto in Scandinavia, e con noi sta lavorando benissimo, hanno creduto subito nel progetto. Non è che attualmente sia molto facile. Forse, senza avere un management grosso, arrivare già a nomi diciamo da pseudo major in ambito metal…

Francesco: Che poi, queste etichette medio-piccole, come diceva Piero, sono comunque bombardate quotidianamente da migliaia di richieste, quindi è ancora più difficile farsi notare. Ci vuole anche una dose di fortuna, in questi casi. Nonostante vari travagli in questo senso, questa ricerca è stata veramente un parto. Però, nonostante tutto, la scelta di questa etichetta è stata molto azzeccata; i riscontri li abbiamo avuti, il disco sta girando e anche le notizie… Stiamo avendo recensioni dal mondo [«se non sono finte», suggeriscono, ndr] e ci chiediamo se le abbiamo pagate, queste recensioni [risate, ndr].

Giovanni: Ricollegandomi al discorso, è importante anche non prendersi in giro. Oggi, se cerchi di portare un progetto musicale, in qualsiasi ambito, ma in particolare in un ambito di nicchia come quello del metal e come quello del genere che noi proponiamo, devi scontrarti con questa realtà: se non investi non arrivi da nessuna parte. Noi siamo partiti con l'intenzione di investire dei soldi. Che poi, è questo il discorso che uno deve fare oggi, per quanto ci bombardino i social di puristi per i quali non si cacciano soldi per la musica, la realtà è che se vuoi fare un progetto serio devi tirare fuori dei soldi, o rimani una band che suona in sala, fa qualche serata e spera in qualcuno che la ascolti, che la produca e gli dia la possibilità di fare un album di livello professionale come l'abbiamo fatto noi, da uno che ha registrato i Fleshgod Apocalypse, gli Shores Of Null… Non sono cose che fai perché è amico e ti dice «Dai, vieni, ti faccio un album che suoni come uno di gruppi importanti.»; è tutta una serie di sacrifici. Per questo è dura, perché un gruppo è fatto da persone, che non navigano nell'oro ma che fanno il possibile con quello che hanno per portare avanti la propria passione. Si fanno dei sacrifici per mettere da parte già la quota per registrare in uno studio professionale e oltre quello devi farne altri per mettere da parte i soldi per un'etichetta. La domanda più snervante che ti fai in queste situazioni, quella che ci siamo fatti noi, era quella di trovarsi davanti ad alcune proposte equitative dal punto di vista della richiesta economica però sempre con quel punto interrogativo costante di dire «Ma questa qui, rispetto a questa, cosa mi potrà dare di più?» Cioè, mi pubblicizzerà effettivamente? Porterà il mio prodotto in giro? Penso che abbiamo fatto di tutto, siamo andati a vedere anche quali avessero più seguito su Facebook, quali più like; ma anche nel senso di interazioni: quale etichetta, ad esempio, pubblicasse più spesso i gruppo che aveva, oppure non solo il gruppo più importante ma tutti i gruppi. Alla fine, noi investiamo e ci crediamo in quello che facciamo, ma sempre con la premessa di essere realisti: siamo comunque una band emergente, non ci conosce nessuno come nome importante. Non puoi pretendere che esca il tuo disco e tutti ti ascoltino, quindi dipende dal lavoro dell'etichetta; fortunatamente, come diceva Francesco, Inverse Records si è dimostrata una scelta azzeccata, perché non sarà una grande etichetta ma è un'etichetta che ha intenzione di crescere evidentemente e ha creduto in quello che noi proponevamo. Siamo veramente tutti soddisfatti da questo inizio, di questa collaborazione perché, ti ripeto, non era facile per il percorso che c'è stato e per la difficoltà che abbiamo avuto nel reperire qualcuno che credesse in "Catharsis", in questo progetto, in noi… Perché faremo altri album, quindi, speriamo…

È una minaccia?

Giovanni: Sì, sì… Da parte mia è una minaccia. [ridiamo, ndr]

Ci sono già progetti per i nuovi album? Qualcosa di composto, scritto, non so…

Francesco: Abbiamo cominciato a mettere giù dei riff, abbiamo un paio di bozze, ma col tour in mezzo e altre date questa cosa è un po' rallentata, però… Questo è solo l'inizio.

Diteci la vostra su questo release party e sulle due band che calcheranno il palco del Mumble Rumble con voi, ovvero La Janara e i Disturbia: come le avete scelte?

Francesco: Beh, non c'è solo un motivo, ce ne sono vari. Con La Janara abbiamo fatto la prima serata e da allora si è creato un bel legame di amicizia, ci tenevamo a condividere questa serata importante con loro. Oltre al fatto che musicalmente, insieme ai Disturbia, sono tra le realtà più interessanti della Campania, questa Campania che pare si stia riprendendo un po' a livello musicale… I Disturbia, invece, oltre a condividere l'esperienza con Scuorn ci interessava averli qui… Personalmente mi piacciono un sacco.

Gianpiero: Al di là dell'amicizia, siamo tutti e tre quasi allo stesso livello, con lavori appena prodotti e usciti, in una fase di lancio. Piuttosto che vivere o organizzare cose sulla scia di gruppi che invece sono affermati da tanto tempo, proviamo a smuovere un po' le acque, a creare anche qualcosa di nuovo. Tra l'altro, siamo di tre province diverse della Campania e questo ci unisce a un livello più largo del fare serate con i gruppi della stessa città perché ti garantisce che si portino i loro amici…

La vostra musica non è esattamente come quella dei bei vecchi tempi, come quando c'era Lvi, le chiese brillavano di luce quasi propria e i morti sparati finivano sulle copertine di dischi suonati malae. Cosa ne pensate dell'evoluzione vissuta dal black metal negli ultimi anni?

Francesco: Guarda, io ti posso dire solo che sono contento. Perché i gruppi clone anni '90 hanno rotto il cazzo, sinceramente.

Marco: La musica è evoluzione. A me il black metal piace, anche quello purista, sebbene ci sia arrivato anche grazie a loro che mi hanno inculcato questo genere — prima preferivo il progressive, il death metal, queste cose qui — però riesco ad apprezzarlo, mi piace anche quello rozzo, fetente… Però la musica ha bisogno di un'evoluzione, come tutti i generi ovviamente, perché è come se andassimo ad ascoltare il gruppo blues, ti bevi una birra, ti fumi una sigaretta… Ha rotto il cazzo.

Francesco: Attenzione, con un'evoluzione musicale non intendo che ci deve essere un cambio di attitudine, di mentalità. Noi abbracciamo in toto ciò che spinge il black metal, quello serio, fuori da schemi ideologici e, appunto, legato a cose che, per me, con la musica non devono avere nulla a che fare.

Gianpiero: Mi pare l'avesse detto Ihsahn in un'intervista che avevo letto tre o quattro anni fa: il black metal è andare contro gli schemi precostruiti. Nel momento in cui il black si rinchiude in se stesso, in parametri che bisogna in qualche modo osservare per rientrare in un genere, si è perso lo spirito. Comunque, credo ci saranno sempre le fazioni di quelli che diranno che il black si fa solo in un certo modo e quelli che cercheranno di fare altro, con delle influenze black, ma non propriamente black. Credo, come si diceva prima, che l'uno non tolga importanza all'altro, né valore artistico.

Francesco: Quindi meno male che si è evoluto.

Da bravi metallari quali siamo, noi di Aristocrazia ma anche e soprattutto i nostri lettori, ci interessa sempre scoprire nuove realtà. Consigliateci qualche nome valido, stupiteci!

Francesco: Al volo mi vengono in mente i Grift, che sono usciti con Nordvis, un'etichetta svedese, come anche loro; è uscito di recente il loro album "Arvet", molto bello.

Marco: Un CD che mi ha colpito molto è stato quello dei Darkher, della Prophecy; è stato uno dei CD che ho più apprezzato nell'ultimo paio d'anni: molto valido, molto bello.

Giovanni: Io penso che, attualmente, il progetto più interessante sia Throane; esce sempre per Debemur Morti, che attualmente credo essere la fucina migliore in assoluto per il nuovo corso del black metal. Progetto dell'artista che è dietro le copertine dei Blut Aus Nord, sono usciti dei pezzi veramente, veramente bellissimi. Credo che comunque nel roster della Debemur Morti ci sia tanto da scoprire. Ci sono dei lituani con un nome francese, Au-Dessus, che hanno tirato fuori un album meraviglioso che è "The End Of Chapter", che è esagerato… Penso che ai metallari brutti piacerebbero. Se non sono ancora nel radar, un'ascoltatina gli va data.

E dato che ci stiamo avvicinando alla fine di questo 2017, come probabilmente saprete, noi siamo soliti stilare una classifica dei dischi più e meno interessanti usciti durante l'anno: quali nomi leggeremmo, a oggi, in una Top 10, se foste voi a compilarla?

Francesco: [risate e chiacchiericcio generali, ndr] Allora, questa è difficile… Pillorian, Grift, Wolves In The Throne Room… E poi boh, non mi ricordo.

Marco: I primi che mi vengono in mente sono i Dark Tranquillity [maestro, attenzione: io glielo dicevo che era del 2016 ma lei non mi voleva credere, ndr]. Non so perché ma mi ha colpito molto. Poi anche MyrkurSólstafir, Katla… Anche gli Enslaved, ovviamente; ho ascoltato qualcosa, non tutto l'album. Penso che in questo 2017 sia uscito veramente il mondo. Anche i Satyricon, ma ho ascoltato solo un paio di pezzi…

Gianpiero: Ecco, anche io ho ascoltato poco, però poi dietro ai Satyricon c'è tutta la storia per cui non dovrebbero suonare più, però secondo me stanno facendo delle cose interessanti. Avendo cambiato stile, stanno facendo delle cose più libere, più interessanti…

Giovanni: Io non ti do una Top 10, io ti do sicuramente il migliore del 2017: il nuovo dei Sólstafir. Per me è anche meglio di "Ótta".

Ora, mi avete concesso già un bel po' di tempo ma giacché siamo qui vi chiedo un ultimo sforzo. Adesso facciamo un gioco: io vi nomino delle coppie e voi dovete dirmi quale elemento preferite, motivando la scelta. Ci siete? Iniziamo: Agalloch o Alcest?

Francesco: Agalloch, perché con loro c'è sempre stata un'affinità che trascende la musica, sinceramente. Nonostante gli Alcest mi piacciano parecchio, con gli Agalloch è sempre stata una storia tipo amore eterno. Ancora adesso. E piango ancora.

Giovanni: Alcest, e la motivazione è esattamente la stessa. Io ho pianto la prima volta che ho ascoltato il primo pezzo degli Alcest, li ho visti sei volte dal vivo, li rivedrei altrettante volte e non riesco a farne a meno. Penso di aver consumato tutti i loro album e di ascoltarli continuamente… Ne ho proprio un bisogno fisico. Penso sia abbastanza esaustiva, come risposta. [risate, ndr]

Gianpiero: Agalloch.

Marco: Agalloch.

Arcturus o Igorrr?

Tutti: Arcturus.

Marco: Anche perché non conosco l'altro gruppo…

Gianpiero: Sentiti dal vivo questa estate al Brutal Assault. In qualche modo fuori dagli schemi entrambi, avanguardia in entrambi i sensi, proprio nell'aspetto della follia di base, ma negli Arcturus c'è quella cosa più vicina al nostro sentito musicale, in Igorrr è molto più un'accozzaglia (non in senso per forza negativo) di cose diverse, meno strutturate, in un certo senso.

Giovanni: La sensazione, penso per tutti noi, è che siano entrambi avanguardia ma uno, a mio avviso, è forzato, è troppo, l'altro è come una follia lucida, ha un suo senso che cogli, alla fine; di là, io, il senso non lo colgo.

Steven Wilson o cantanti napoletani (Gigione, Tony Tammaro, ecc)?

Francesco: Ma… Ma… [risate generali, ndr]

Marco: Steven Wilson, decisamente.

Giovanni: [silenzio, ndr] Sarei tentato di dire cantanti neomelodici napoletani… [risate, ndr]

Gianpiero: Mah, guarda che i cantanti neomelodici hanno un enorme peso culturale, soprattutto per il sud Italia e per la cultura che noi portiamo avanti, per la Magna Grecia e tutto il resto… Insomma, Steven Wilson è un po' più algido

Burzum o Myrkur?

Marco: Guarda, Myrkur, perché è un bel vedere. [risate generali, ndr]

Giovanni: E no, dai, ragazzi: Burzum e basta… [ancora risate, ndr] No, veramente; Burzum, assolutamente.

Francesco: Io sono a metà, nel senso che musicalmente pure per me Burzum ha avuto il suo peso ed è importante. Ma sono a metà, non so scegliere.

Gianpiero: E niente, allora buttiamoci pure noi su Myrkur…

Ultima coppia: Spite Extreme Wing o Janvs?

Giovanni: [silenzio, ndr] Argento, punto. Non ti dico altro perché altrimenti finiamo domani mattina.

Marco: Per quel poco che ho ascoltato, perché non è che li segua moltissimo, dico Spite.

Francesco: Io dico Janvs, perché "Vega" è un album che mi ha preso particolarmente… Però gli Spite sono comunque un pilastro, per me.

Gianpiero: Ho ascoltato più gli Spite, devo dire la verità, però mi piacciono entrambi. La composizione dei pezzi è un po' più come la vedo io.

Perfetto, direi di chiuderla qui. Ma prima un'ultimissima cosa… Abbiamo deciso di fare una stessa domanda a tutte le band e ai personaggi che intervistiamo, quindi tocca rispondere anche a voi: dovete spiegare la vostra musica a un novantenne. Tenendo conto che non ha nessuna conoscenza di metal e dovendo fargli capire cosa sono i Párodos, come fate?

Francesco: Eh…

Marco: Nonno, hai presente quello che ascoltavi tu? Ecco, io faccio tutt'altro. [risate, ndr] Cioè, tu ascoltavi la voce pulita mentre nel mio caso è tipo rutti mischiati a bestemmie, però forse potrebbe piacergli… Perché bestemmiava pure mio nonno [altre risate, ndr]

Francesco: Immagina burdell', però con un senso.

Gianpiero: Io la vedo così: ci sono persone, soprattutto al sud, che naturalmente hanno il growl o lo scream quando parlano [imitazione mortale, ndr]. Se prendi una di quelle signore al mercato che parla così e sotto ci metti della gente che non sa suonare probabilmente ci si avvicina. Poi prendi pure un neomelodico, per la parte pulita.

Giovanni: Io invece gli direi, siccome avrà avuto sicuramente modo di vedere come si ammazzano i maiali: hai presente quel verso? Noi lo facciamo così, ma con della musica sotto.

Marco: Ma noi ci mettiamo anche la linea melodica pulita…

Giovanni: Ecco, sì, e allora ogni tanto c'è un neomelodico che sgozza un porco. È così, è perfetto: abbiamo trovato la sintesi perfetta. È un neomelodico che, mentre sgozza un maiale, canta alternandosi all'agonia dell'animale.

Francesco: Agonia è giusto.

Giovanni: Direi che così ci siamo. Ovviamente il novantenne deve avere una base culturale tale da capire cosa sia l'agonia, altrimenti si deve spiegare…

Francesco: E la purificazione, chiaramente, è mangiare il maiale…

Giovanni: E la testa ti torna utile per un live dei Mayhem.

Io vi ringrazio per la disponibilità, per avermi concesso di rubarvi così tanto tempo e per la piacevole chiacchierata. A voi la parola, ora, avete carta bianca.

Francesco: Scherzi a parte, Aristocrazia Webzine ci ha sempre dato belle cose, ci ha sempre supportati…

Giovanni: Allora, a parte tutto, è sempre piacevole avere un supporto come quello che noi stiamo avendo da Aristocrazia: grazie per l'interesse, per i bei rapporti che si sono creati, l'amicizia, siamo veramente contenti di questo. Un saluto a tutti voi, ai lettori, ai redattori e ai collaboratori vari.


Laura Costabile, a fine intervista, domandava a noi di Aristocrazia come mai non esista qualcosa del tipo Borghesia Webzine o addirittura Bassa Borghesia Webzine. Giovanni, rispondendo a tono, aggiungeva che, nell'epoca del politically correct, avere un'Aristocrazia Webzine senza una controparte potrebbe far sì che qualcuno ci accusi di Lvismo; perché basta poco, secondo lui: un giubbino di pelle, una maglietta degli Spite…

Gianpiero, invece, fa una domanda ai lettori: «Tra 10-15 anni, avrete ancora voglia di leggere webzine come queste e di ascoltare questa musica? Perché, in realtà, ne abbiamo bisogno oggi… E anche tra 10 anni.».

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