Tutto sui Rannoch e sul loro "Reflections Upon Darkness"

Tutto sui Rannoch e sul loro “Reflections Upon Darkness”


Nonostante una carriera piuttosto lunga, i Rannoch sono ancora sconosciuti ai più. Quello della formazione inglese è uno dei nomi più interessanti nel panorama progressive death metal moderno, e il nuovo Reflections Upon Darkness, pubblicato nel bel mezzo di un lockdown continentale, ha entusiasmato tutti coloro che hanno avuto occasione di sentirlo. Abbiamo raggiunto il chitarrista, cantante e compositore Ian Gillings per parlare della band, del disco e di tanto altro.


Per prima cosa, per tutti coloro che non vi conoscono, presenteresti i Rannoch?

I Rannoch sono un gruppo progressive death metal dal Regno Unito. Il nostro album di debutto, Between Two Worlds, uscì alla fine del 2013. Metal Archives dice che ci siamo formati nel 2004, il che è solo parzialmente vero… I Rannoch come sono ora nacquero da una band precedente in cui suonavano tre di noi, e la prima registrazione del demo Rannoch — che per inciso dubito qualcuno possegga e decisamente non è il miglior lavoro mai registrato, per cui meglio che rimanga nascosto — era in effetti una pubblicazione a nome del vecchio gruppo. Il primo vero demo dei Rannoch risale al 2008, Talamh Mathair. Com’è facile intuire, i nostri ritmi di pubblicazione non sono dei più serrati!
Suoniamo un tipo di prog che a tratti si mescola con death e black metal, ma siamo anche grandi fan della musica molto tecnica e dei virtuosi dello strumento. Io personalmente amo anche l’elettronica, da Aphex Twin agli Ulver, e a volte queste influenze si insinuano nella nostra musica.

Reflections Upon Darkness è estremamente denso. Quasi settanta minuti di musica suddivisa in due momenti principali di cui il secondo, Darkness, inizia con un “Prelude” dopo più o meno mezz’ora. Com’è nata una mole così corposa di musica? E perché avete pubblicato tutto insieme? Darkness è l’intera poesia di Lord Byron messa in musica e avrebbe potuto funzionare come album di per sé, qual è il collegamento con la prima parte dell’album?

È sempre stata mia intenzione che l’album fosse soltanto quello, la poesia di Byron, dall’inizio alla fine. Avevo scritto un bel po’ di musica con cui avevo speso parecchio tempo, per metterla insieme, per adattarla al ritmo e al feeling della poesia. Una volta che mi sono sentito soddisfatto, che mi sembrava che il lavoro funzionasse e fosse completo, la durata totale era di 38’52” Quindi sì, avrebbe potuto essere un album finito; tuttavia, al di là di questo, avevo anche scritto delle altre canzoni, indipendenti e complete di per sé, e di un certo impatto… Per cui la decisione a quel punto era di tenerle da parte, oppure includere tutto nello stesso album. Io AMO gli album lunghi, e visto che era passato così tanto tempo dalla nostra ultima pubblicazione decidemmo che sarebbe stato meglio mettere tutto quello che avevamo in questa uscita. E così abbiamo fatto.
Dal punto di vista tematico, la prima metà dell’album ha a che fare con l’oscurità personale. Un’oscurità emotiva. La poesia di Byron è invece una visione più apocalittica. Con questi due diversi poli, Reflections Upon… è diventata l’idea per il titolo, colpisce ed è perfettamente adatta al senso del lavoro.

Questo mi porta a una domanda più ampia: come hai detto, non avete dei ritmi di pubblicazione molto serrati. Rispetto alla decisione di pubblicare sia Darkness che le altre canzoni insieme: avete mai considerato l’ipotesi di diluire le pubblicazioni secondo un ritmo un po’ più regolare? Non ci avevo mai pensato fino a che non ho parlato con Michiel dei The Monolith Deathcult. Disse, cito: «[Per quale motivo] dovremmo continuare a registrare musica per cinquanta o sessanta minuti quando la gente non la ascolta? […]» Avete mai tenuto in considerazione questo aspetto, voi Rannoch?

Ci sono stati diversi fattori che hanno contribuito al rallentamento della pubblicazione del secondo album, ma è possibile che Michiel abbia ragione. Il processo di scrittura per Reflections Upon Darkness cominciò pochi mesi dopo l’uscita di Between Two Worlds, nel 2014. C’è stato un breve momento di pausa quando abbiamo messo insieme l’EP Age Of The Locust nel 2015, che contiene un po’ di materiale dell’album precedente rimasto inutilizzato fino ad allora [lett. «cutting room floor selections»]. Le sessioni di registrazione da sole, dalla batteria fino al missaggio finale, hanno richiesto circa un anno e mezzo. Dopo alcune difficoltà di formazione, nel 2018 siamo entrati in contatto con Alex Micklewright (Viscera, Abhorrent Decimation) perché si occupasse della batteria. È stato fantastico, ha lavorato con grande rapidità e ci ha aiutato davvero molto nell’opera di completamento dell’album. Può rivelarsi davvero difficile quando non lavori a tempo pieno con la musica, soprattutto quando ti lanci in progetti di queste dimensioni, ma sicuramente non ci sarà un’attesa così lunga per arrivare al prossimo album, te l’assicuro. Abbiamo imparato la lezione!

Ti andrebbe di parlare del concept dietro la prima parte dell’album? È una serie di storie separate tra loro, oppure ci sono diversi frammenti collegati l’un l’altro? Hai raccontato l’origine di “De Heptarchia Mystica” e la storia di John Dee, ma non so di cosa tratti il resto.

La prima metà dell’album ha a che fare con una tenebra più introspettiva, emotiva. Questo è l’unico collegamento tra i brani, che sono in tutto e per tutto autonomi. Dopo “De Heptarchia” c’è “Despair”. Questa traccia è in realtà una ri-registrazione di una canzone dal nostro primo demo. In tanti anni ce la siamo sempre portata dietro nelle scalette dal vivo, e sentivamo di doverle rendere giustizia. È parzialmente basata su un racconto breve di Neil Gaiman, che se ben ricordo si chiama Fifteen Portraits Of Despair. Mi pare che il numero quattordici avesse a che fare con il suicidio, e l’ultimo verso mi colpì molto, era una cosa tipo: «Ella aspettò che la sua felicità iniziasse».
“The Hanged Man” (L’Appeso) viene dai tarocchi, e in questo frangente fa riferimento al sacrificio. Ha preso forma a partire da alcuni sogni ricorrenti. In uno, in particolare, mi lanciavo in un vortice per proteggere mio figlio, per cui farei qualsiasi cosa. Il sogno era piuttosto violento, e siccome io non sono una persona violenta, anzi cerco di evitare qualsiasi conflitto, quel sogno mi rimase addosso. Fortunatamente scrivere la canzone mi ha aiutato e i sogni non si sono più ripresentati!
“Fail” parla del blocco nello scrivere altri testi dopo Byron. Ho passato così tanto tempo su Darkness che ne sono uscito privo di qualsiasi sicurezza. Byron era un genio, e alla sua ombra mi sono sentito a pezzi. Il suicidio menzionato durante il passaggio in spoken word è artistico. Non solo non riuscivo più a scrivere un testo, ma mettere Darkness in musica è stata la scelta giusta? Oppure un’idea completamente ridicola e pomposa? Ero dilaniato dai dubbi!

E parliamo proprio di Darkness: la poesia è considerata «un avvertimento contro l’iniquità crescente al tempo di Byron e una predizione di ciò che accadrà al pianeta se la razza umana non cambia». Nell’intervista per No Clean Singing che ho citato hai detto che non scrivi di politica, ma hai anche dichiarato che «un’opinione politica spunterà sempre all’interno di ciò che scrivo».  Posso dire che è questo il caso?

Lo ammetto, non ho esplorato il sottotesto della poesia. Mi sono concentrato sul testo, senza considerarne il significato metaforico. Avevo in mente The Road, di Cormac McCarthy, che mi sembra una ri-narrazione moderna della poesia di Byron. Non c’è luce. Soltanto miseria alla fine di tutto.
Non penso tu possa nascondere le tue vedute, quando scrivi. Spero sia evidente il mio modo di vedere il mondo, da ciò che scrivo. Sono liberale. Voglio l’uguaglianza per tutti. Penso che se sei un individuo dalla mentalità miope, questa verrà fuori nei tuoi lavori.

Sei riuscito a trovare pace alla fine e a ricominciare a scrivere? E per quale motivo hai scelto Darkness, nello specifico? La scintilla è arrivata dalla poesia originale, o da The Road, cui accennavi poco fa?

Sì, dopo aver scritto il testo di “Fail”, sia “De Heptarchia Mystica” che “The Hanged Man” sono venute relativamente in fretta. Immagino dovessi superare la paura, tuffarmi di testa.
Lessi The Road anni fa e il parallelismo mi si formò nella mente solo dopo aver passato del tempo in compagnia della poesia di Byron. Non sono uno studente di poesia classica, semplicemente Darkness mi piace molto e sentivo che sarebbe stato piuttosto interessante metterla in musica per intero. Ambizioso e pretenzioso in ugual misura.

Nomini Neil Gaiman e Alan Moore tra le tue principali influenze, e hai menzionato Aaron Stainthorpe e Dani Filth come figure fondamentali nella tua crescita come musicista, e più nello specifico come cantante. Poi c’è tutta la faccenda di John Dee. Tutto molto inglese. Quanto importanti sono stati l’ambiente in cui sei cresciuto e la tua formazione, nell’economia dei Rannoch?

È una cosa cui non avevo mai fatto caso, ma è una buona osservazione. Musicalmente non sono per nulla anglo-centrico, ma sì, probabilmente sento una forte connessione emotiva con gli autori inglesi. Forse è inevitabile. Il vocabolario, il feeling generale della scrittura, sono aspetti che mi rendono più facile relazionarmi e avvicinarmi a loro. Rannoch stessa è una brughiera in Scozia. Enorme, imponente e desolata; io invece vivo ai bordi di una città nel cuore dell’Inghilterra. Il paesaggio è piuttosto piatto, con un sacco di campi coltivati. Nulla di particolarmente grandioso. Piove spesso. Forse anche questo influenza il tono cupo della nostra musica.

Avete deciso di basarvi solo sulle vostre forze, e Reflections Upon Darkness è un album autoprodotto, totalmente DIY, l’avete anche registrato nel vostro studio casalingo. Cosa vi ha portato su questa strada?

L’idea era di metterci a cercare un’etichetta più grossa che ci aiutasse a pubblicare l’album, ma i lavori sono terminati praticamente nel momento esatto in cui il coronavirus ha colpito. Grande tempismo da parte nostra. Abbiamo ricevuto qualche ottimo consiglio da una persona che lavora internamente all’industria musicale… O aspettare a pubblicare l’album per un altro anno, visto che il musicbiz è praticamente collassato, oppure farlo uscire noi. Non volevamo aspettare altri dodici mesi. Ci abbiamo messo così tanto ad arrivare qui, abbiamo superato così tanti ostacoli per arrivare a questo punto, che abbiamo mandato tutto al diavolo e abbiamo fatto da soli. C’è un certo grado di comfort nel sapere che sei in totale controllo di qualsiasi cosa. Dall’estetica alle più piccole decisioni che vengono prese. Non ci siamo assolutamente pentiti, e la reazione per ora è stata fantastica. Prenderemmo in considerazione il supporto di un’etichetta la prossima volta? Certamente, se sentiremo che è la cosa giusta da fare.

Siete in controllo di tutto, dalla produzione alla distribuzione. Non avete mai avuto l’impressione che vi avrebbe fatto comodo l’input di qualcun altro, magari riguardo certi dettagli che non hanno a che fare con l’aspetto strettamente creativo o che non sono il vostro focus principale? Potrebbe essere la produzione, la promozione, il booking, qualsiasi aspetto legato alla band, ma avete mai pensato che con l’aiuto di qualcuno avreste potuto risolvere determinati problemi che avete incontrato negli anni, o raggiungere risultati migliori? Il motivo per cui te lo chiedo è che nell’era del DIY vengono pubblicate decine di album ogni giorno (Metal Archives dice 542 album in studio solo a giugno 2020), ma la maggior parte di loro finisce presto nel dimenticatoio, e se da una parte la scena metal oggi è più viva che mai, dall’altra è estremamente frammentaria.

Sarebbe bellissimo non dover pensare alla promozione e al booking, sono aspetti che distraggono l’attenzione dal processo creativo. Sono convinto che con un aiuto in quelle aree, assolutamente, avremmo avuto il potenziale per essere più grandi di quanto non siamo oggi. Il problema della promozione tuttavia è che è molto cara. Avevamo un budget per questo album, che abbiamo sforato, e avremmo potuto facilmente spendere il doppio per avere una promozione quantomeno modesta e fare un po’ di pubblicità su qualche rivista e cose del genere.
Sono molto felice di produrre un album da solo, perché lo ritengo parte del processo creativo… Avere il tempo di costruire e di sperimentare. Nonostante ciò però chiederò sempre a qualcun altro missaggio e master, per avere il parere di un orecchio diverso e più abile. Entrambi i nostri album sono stati mixati e masterizzati da James Stephenson di Stymphalian Productions, a York (UK). I suoi missaggi sono sempre molto puliti, definiti ed enormi, e anche quello è un elemento fondamentale del sound dei Rannoch.

Cambiamo discorso: qual è stato l’impatto del coronavirus sui Rannoch? Oltre al cambio di rotta e alla scelta di autoprodurvi, immagino siate stati costretti a cancellare delle date, poi che altro? Questo periodo ha portato ispirazione, frustrazione, cosa?

Fortunatamente nessuno di noi è stato toccato dal punto di vista economico. Temo che una cosa del genere ci avrebbe costretto a fermarci. Sarebbe stato bello avere una manciata di date fissate in concomitanza dell’uscita dell’album, ma semplicemente non è stato possibile.
Durante il primo paio di mesi di pandemia siamo stati in grado di realizzare il video per “The Dream”, completare il design degli interni del CD, stamparli e spedire il promo a quante più webzine e riviste abbiamo potuto. James ha addirittura fatto un nuovo mix da zero, perché non era del tutto soddisfatto del primo. Sono rimasto sinceramente sorpreso dal fatto che siamo riusciti a fare tutto ciò, viste le circostanze! Quello che invece non siamo riusciti a fare in tutto questo tempo è ricominciare a scrivere. Continuo a vedere gente che sforna nuova musica, in questi mesi, ma io non sono nella forma mentis adatta per riuscirci. Penso che in parte sia dovuto al lockdown, tutti nella stessa casa cercando di lavorare uno sopra l’altro… Ma è anche un pantano da album appena pubblicato. Quando metti tutto per riuscire a concludere un capitolo, e poi, visto che facciamo tutto da soli, lavori ai video, alle illustrazioni, alla promozione e tutte queste piccole cose che magari un’etichetta può aiutarti a gestire… alla fine fai fatica a ritrovare la scintilla creativa. Ma tornerà, ne sono certo.

È il mio secondo incontro con un’illustrazione di Kishor Haulenbeek in poche settimane (nel primo caso si trattava della copertina del debutto degli americani Vacant Eyes). Come vi siete incontrati e come avete deciso di collaborare? Qual è il concept alle spalle dell’artwork?

Parecchi anni fa presi un CD scontato da un mailorder di metal estremo. Costava pochissimo, per cui lo comprai a scatola chiusa. L’album era White Light Came Down di una band che si chiamava Black Harvest, e fu una delle cose migliori che mi capitò di sentire in anni. Lo ascoltai tantissimo e iniziai a seguire i Black Harvest su MySpace. Scoprii che la band faceva capo a un musicista negli States che si chiamava Kishor Haulebeek. Avanti veloce di qualche anno, sto ascoltando White Light Came Down, e vengo preso dalla nostalgia, l’album mi riporta indietro negli anni, per cui ho fatto un po’ di ricerca per scoprire che fine avessero fatto i Black Harvest e se avessero fatto altro oltre a questo album, uscito per un’oscura etichetta che si chiamava Oak Knoll. Scoprii con gioia che avevano appena pubblicato Abject, un album immenso.
Haulenbeek si era occupato anche dell’illustrazione, e scoprii così che è anche un artista straordinario. A quel punto lo contattai direttamente e gli chiesi il design per una maglietta, che venne poi ampliato nell’EP Age Of The Locust. Gli promisi che gli avremmo chiesto di creare anche l’illustrazione per l’album successivo, ed è incredibile, è un dipinto su tela. Ha uno stile molto distintivo, che si differenzia tantissimo dall’immensità di artwork simili che vedo in giro oggi.

Questa è l’ultima, promesso: piani futuri e obiettivi che vi piacerebbe realizzare?

Il terzo album. Non c’è nulla di scritto né da parte da poter recuperare. Sarà tutto fatto da zero, per cui ci aspetta una bella sfida! Ci piacerebbe molto avere occasione di esibirci su qualche palco più grande, magari quando il vaccino per il Covid sarà stato trovato e le cose potranno tornare alla normalità, qualsiasi cosa questo significherà in futuro. Speriamo che con Reflections Upon Darkness avremo occasione di farci notare anche da qualche etichetta più grossa, che ci possa prendere sul serio e supportare nei nostri progetti futuri. Al netto di tutto però, continueremo a rimanere abbastanza schivi e defilati. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Tutte le immagini compaiono per gentile concessione della band, che ringraziamo. © degli aventi diritto.

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