RED CAT PROMOTION (Alice)

RED CAT PROMOTION (Alice)

Informazioni
Autore: Mourning

Foto: Lorenzo Desiati

Ogni tanto mi capita di divagare: intervistare le band è sempre interessante, ma è anche giusto dare spazio a chi si muove dietro le quinte producendole, promuovendole e sudando sette camicie per ottenere ciò che meritano. Non è la prima volta che lo faccio e oggi vedrò di approfondire l’argomentocon Alice Cortella, titolare della Red Cat Promotion.

Ciao Alice e benvenuta su Aristocrazia, come stai?

Alice: Ciao Gabriele! Come dico sempre “stanca, ma felice”, quindi direi assolutamente bene!

Come faccio con i gruppi, ti chiedo di presentarti ai nostri lettori: qual è la tua storia all’interno del mondo della musica? Come e quando ti sei appassionata in maniera tale da volerne fare parte? Quali sono gli artisti e i dischi che ti hanno segnato indelebilmente in qualità d’ascoltatrice?

La passione per la musica ce l’ho da sempre, come spesso accade ai musicisti, anche se io non faccio parte di questa categoria. Fortunatamente ho avuto dei genitori a loro volta appassionati, quindi sono cresciuta fra i dischi dei Rolling Stones, Pink Floyd, De Andrè e Battisti per citarne alcuni. Sicuramente questi artisti sono rimasti nel mio cuore e mi hanno seguito dall’infanzia fino a oggi. Ma ci sono due episodi della mia vita legati alla musica che ricordo con emozione e che di certo mi hanno influenzato molto. Il primo risale a quando avevo circa quattordici o quindi anni (quindi circa a metà anni ’90): ero di passaggio a San Marino con mia madre e ricordo che comprai tantissime cassette (lì costavano molto meno!), fra cui “Nevermind” dei Nirvana, senza avere la minima idea di chi fossero. Fu ovviamente uno shock e li ascoltai più o meno per un anno intero! Il secondo è legato a “Ok Computer” dei Radiohead, un inaspettato e in seguito graditissimo regalo di compleanno! Da quel momento in poi non ho mai smesso di cercare nuovi artisti e album che mi potessero emozionare come allora!

Toglimi la curiosità sul nome dell’agenzia: perché Red Cat?

Ovviamente perché a casa ho un bellissimo gatto rosso che adoro!

Qual è stato il motivo principale che ti ha fatto gettare nella mischia e quali erano le aspettative che nutrivi per questa nuova avventura?

Ho deciso di aprire Red Cat perché la musica è sempre stata una delle mie più grandi passioni, a fianco della pittura e del cinema: avevo già avuto un’esperienza come dipendente di un’agenzia di management e volevo fortemente proseguire su questa strada. Quindi ho pensato che la soluzione più naturale fosse di tentare di aprire una mia agenzia e ti assicuro che in partenza avevo diverse preoccupazioni: perché partivo senza budget, senza un nome conosciuto ed era forse un sogno troppo grande per sperare che diventasse davvero reale. Tuttora mi emoziono ogni volta che una band decide di affidarsi a Red Cat, anche se siamo di certo cresciuti e siamo in gradi di dare molte più garanzie. A dire il vero mi stupisco ogni mattina quando vengo in ufficio, realizzando ogni volta che Red Cat esiste davvero, e la felicità che mi dà questo lavoro compensa tutte le difficoltà che inevitabilmente si devono affrontare.

Promotion ed etichetta ti terranno un bel po’ occupata. Quanto è difficile gestire entrambe le cose? Ma la Red Cat è solo Alice Cortella o hai uno staff che ti da una mano?

Inizialmente Red Cat era nata come semplice ufficio stampa. L’etichetta è venuta in seguito, un po’ per caso se vuoi, ma mi sta dando davvero tante soddisfazioni! Il lavoro è tantissimo, perché cerchiamo di seguire la band sotto ogni aspetto: dalla stampa di un disco alla Siae, passando per la ricerca di un’etichetta, l’immagine e ovviamente la promozione. So che molte agenzie ed etichette in Italia, soprattutto nell’underground, sono gestite da persone che ci lavorano part-time o addirittura solo nel tempo libero! Io lo faccio a tempo pieno ed anche di più, se si considera che spesso non ci sono pause pranzo, né weekend e che passo in ufficio dalle dieci alle dodici ore al giorno… e a volte non basta nemmeno! Ma sono fermamente convinta che per riuscire in un progetto così ambizioso (e per fare le cose per bene) bisogna dedicarcisi al 150%. Ho un paio di ragazzi che mi aiutano con l’ufficio stampa e con lo scouting e mia mamma mi dà una mano con la contabilità: per ora non mi posso ancora permettere un team fisso, tutta colpa delle tasse [sorride]. Però cerco di sfruttare al meglio le collaborazioni instaurate in questi anni, anche con altri uffici stampa: credo molto nella cooperazione, è il solo modo per far lavorare un po’ tutti quanti.

In quale modo scegli una band sulla quale puntare e successivamente in che modo si svolge la promozione del materiale?

Per quanto riguarda l’ufficio stampa, i parametri sono molto semplici, ma imprescindibili: una buona produzione, un progetto interessante (non uso la parola originale, perché personalmente la riservo solo per pochissimi “eletti”), serietà e determinazione. Per l’etichetta si aggiunge anche il mio gusto personale. La promozione dipende sempre da caso a caso e il nostro obbiettivo primario è quello di promuovere prima di tutto il gruppo e non solo il loro album.

Quali sono i veicoli promozionali più utili al momento?

Sicuramente YouTube è una delle finestre più importanti per una band. Poi ci sono i vari social network, Facebook in primis, e in generale tutto ciò che nasce sul web, come i recenti Spotify e Deezer. Di contro posso dire che in Internet è molto difficile distinguersi fra le migliaia di band che cercano un proprio spazio, ma di certo in questo caso la differenza viene fatta sia dalla qualità che dalla quantità di ciò che si propone: l’immagine della band assume un ruolo primario e anche il numero di “follower” o articoli pubblicati. Certo non bisogna lasciare nulla al caso ed è fondamentale programmare ogni news e ogni evento riguardante il gruppo con anticipo e cognizione.

In passato (e non solo) uno dei più grossi dubbi dei lettori di fanzine e webzine è stato legato al fatto che figure poco chiare avessero la libertà di sfruttare la loro presenza e/o pressione per garantirsi voti e spazi all’interno delle varie riviste e siti di settore. Pensi sia cambiata questa logica del malaffare o sia una pratica ancora attuata?

Assolutamente non è cambiato nulla, soprattutto in ambienti più mainstream. Ci sono “luoghi” dove l’underground non entrerà mai (includo anche band conosciute a livello nazionale, che però non fanno “pop”) e l’esempio più lampante sono sicuramente le radio nazionali.

Fra i nomi ai quali hai fatto promozione ultimamente spiccano gli Extrema e i Death SS, due realtà importanti del nostro panorama musicale che però hanno sempre subito delle dure contestazioni. Secondo te perché l’italiano non è mai contento e davanti a formazioni di pari livello, o decisamente più scadenti, ma estere, tende a supportare ciò che viene prodotto al di fuori dei nostri confini?

Riallacciandomi anche alla domanda precedente, uno dei motivi è proprio per il fatto che le band estere sono supportate da nomi molto grossi, che riescono a entrare nei circuiti (tv, radio, magazine) che per noi comuni mortali sono off limits. Inoltre c’è la convinzione che il metal “made in Italy” non interessi il grande pubblico, forse perché chi ha in mano ancora oggi il potere in ambito musicale si è sempre e da sempre occupato di altri generi. In realtà il metal come il rock offrono una vastissima scena, non solo di band, ma soprattutto di appassionati, di conseguenza a parer mio non è il pubblico che mancherebbe, quanto chi possa permettere che band come gli Extrema e i Death SS abbiano più spazio.

Il mondo dell’arte in genere è in crisi, una crisi che si prolunga di anno in anno, eppure la musica nello specifico è piena di appassionati che continuano a comprare gli originali. Allora a chi dobbiamo imputare questa decadenza dei valori? Le tonnellate di mp3 e lo streaming stanno uccidendo la mentalità d’acquisto?

In parte sicuramente, anche se come dici tu gli appassionati continuano ad acquistare dischi. Rispondendoti da addetta ai lavori, ti posso dire che le vendite sono sempre più in calo e che questo ha cambiato in modo drastico anche la discografia, che sopravviveva proprio grazie alle vendite. Di fatto i dischi si vendono quasi unicamente ai concerti e anche questi sono sempre più difficili da organizzare. Il motivo? Qui ti rispondo da ascoltatrice: la maggior parte degli artisti che mi vengono proposti dai media non mi interessano e per scovare una band che mi piaccia dovrei vagare a caso per ore su Internet. Per questo i dischi vengono venduti di più ai concerti: perché l’ascoltatore sa già di cosa si tratta e se gli piace o meno. Una differenza sostanziale col passato, di cui non si parla quasi mai, è che fino a qualche anno fa fare un disco costava tantissimo: dalle registrazioni alla stampa ecc.. Di conseguenza ce n’erano anche molti di meno! Oggi tanti registrano in casa, stampano a casa e nonostante ciò l’attenzione e lo spazio che riesce ad avere un disco autoprodotto è paragonabile a quella di un disco professionale. Certo anche lo streaming e il download sono aspetti che hanno aumentato la crisi delle vendite. Ma come dicevo qui sopra, una grossa responsabilità ce l’hanno anche i media, proponendo spesso musica “imposta” più che voluta.

Le band sopravvivono grazie ai concerti e al merchandising venduto in quelle serate, però quando un disco viene stampato in edizione limitata, il più delle volte parlando con amici e conoscenti sento lamentele in quanto non si è riusciti a reperirlo. Come devono fare le formazioni se spesso non vengono supportate o peggio ancora vengono abbandonate a se stesse?

Al giorno d’oggi bisogna capire che pubblicare un disco è un investimento che raramente ti porta a guadagnare qualcosa. Questo è sicuramente un punto a mio favore, perché so già che le band che hanno davvero intenzione di farlo sono mosse essenzialmente dalla passione per la musica e che credono realmente nel loro progetto. Quanti gruppi ho visto nascere e poi sciogliersi dopo solo un anno o due! Pubblicare un disco non costa poco, ma nemmeno molto se si pensa ai prezzi di qualche anno fa. E le etichette dal canto loro non hanno un budget o prospettive sufficienti per finanziare interamente un progetto, per il discorso delle vendite già affrontato poco fa.

I negozi di dischi sono destinati a scomparire del tutto? Non c’è speranza per loro? Il buon vecchio ascolto e acquisto raccomandato dal negoziante non ha più senso di esistere?

Cerco di essere ottimista e dico che ci sarà, presto o tardi, un nuovo cambiamento che riporterà al disco il suo giusto valore. Per esempio ora stanno tornando di moda i vinili: sempre più artisti stampano su questo formato e da non molto si trovano anche in grandi store come Media Word. Io naturalmente ne sono più che felice!

Che ne pensi del settore delle autoproduzioni? Hai notato quanto negli ultimi anni siano diventate professionali e concorrenziali rispetto a molti dei prodotti rilasciati da formazioni in possesso di un contratto con etichette prestigiose?

Se si parla si autoproduzione in senso di “promozione di se stessi”, ti posso dare ragione. Le band stanno piano piano imparando come muoversi nell’universo musicale anche da sole, benché non sia facile sia perché richiede molto tempo, ma soprattutto una certa dose di esperienza. Se la tua domanda invece si riferisce all’autoproduzione in fase di registrazione, ti confesso che fra tutti gli album e le demo registrate in casa o da qualche amico che ho ascoltato, mi è capitato solo una volta di trovare una band che avesse una produzione più che sufficiente. La qualità delle registrazioni deve essere assolutamente alta: c’è già così tanta concorrenza in giro, che per lo meno sotto questo punto di vista il disco deve essere inattaccabile.

Un altro aspetto che il più delle volte ho avuto modo di discutere con vari artisti è stata quella sorta di mancanza di fiducia nel lavoro svolto dalle etichette. Perché credi si sia venuta a creare questo tipo di diffidenza nei confronti degli addetti al settore?

Questa diffidenza è più che giustificata a parer mio. Non sono solita difendere il mio settore, anzi! Io stessa fatico molto a trovare dei collaboratori seri e onesti, sia in Italia che all’estero. Uno dei motivi principali per il quale spesso le etichette non svolgono il loro lavoro a pieno è sempre dovuto al calo di vendite e quindi alla crisi che ha toccato molto anche noi. Di conseguenza spesso non c’è abbastanza personale, oppure mancano proprio lo spirito e la voglia di lavorare, perché è molto più difficile ora ottenere dei risultati concreti. Poi esistono anche i veri e propri truffatori, soprattutto in ambito di booking, che prendono letteralmente in giro le band! Per me è diverso, prima di tutto perché ho aperto Red Cat da non molto e sono ancora “una entusiasta”! Poi sono realmente appassionata di musica: c’è chi lo fa come farebbe qualsiasi altro lavoro oppure ci sono i musicisti che si mettono a fare loro stessi i manager (e in questi casi scattano anche invidie e rimorsi). Infine cerco sempre di non promettere mai più di quello che sono sicura di ottenere per una band: se poi verranno risultati migliori, sarà una bella sorpresa per tutti! Comunque io consiglio sempre ai miei gruppi di provare a contattare qualche gruppo che abbia già lavorato con la casa discografica o l’agenzia d’interesse e raccoglierne i pareri: il passaparola è una grande cosa, specialmente in questi casi!

La S.I.A.E. è una piaga biblica che perseguita l’arte. Per quanto si dovranno ancora subire le angherie di questa struttura che grava sulle sorti di autori ed editori?

La S.I.A.E. è uno spauracchio: se la studi bene, trovi il modo di fartela anche un po’ amica! Scherzi a parte, il principio fondamentale di tutelare gli autori è giustissimo, peccato che venga applicato male e solo per alcuni nomi grossi. Vale la pena iscriversi in S.I.A.E., depositare i brani e richiedere i bollini? Io lascio sempre la decisione ai miei gruppi, ma personalmente propendo per il sì. Con qualche escamotage si riescono a contenere le spese e sì è comunque tutelati. Per esempio l’iscrizione la può fare solo un membro della band inizialmente, magari sottoscrivendo un accordo privato con gli altri componenti del gruppo che regoli le ripartizioni dei proventi ricevuti dall’ente.

Nel cantiere della Red Cat i lavori in corso cosa ci consegneranno?

Abbiamo stretto da poco una partnership esclusiva con una delle maggiori etichette finlandesi, per la quale cureremo la promozione e la distribuzione qui in Italia. Un paio di band e un Dvd live con cd di un gruppo abbastanza noto in uscita per settembre, ma i nomi sono ancora top secret!

Cerca di esporre a un nuovo acquirente, e descrivi con almeno un aggettivo, ogni gruppo da te promosso.

Accidenti, ma queste domande diventano sempre più difficili! Per brevità ti elenco solo le band della nostra etichetta e di cui abbiamo curato il management nell’ultimo anno.
– Acid Brani: genuini;
– Johnny Freak: rock e poesia;
– Fake Heroes: modern rock intelligente;
– Giacomo Castellano: IL chitarrista!;
– Il Silenzio Del Mare: compaesani d’elite;
– Signs Preyer: disgraziatamente bravi;
– Sixty Mile Ahead: aggrediscono l’anima;
– Burn Of Black: thrash metal fatto bene;
– La Jeunesse Dore’e: viaggio fra parole e suoni;
– Aemaet: anima dark e un cuore da scoprire;
– Celeb Car Crash: dovevano nascere in America e avrebbero avuto la copertina di Rolling Stone!

Se oggi dovessi mettere una band sotto contratto, su quale punteresti e perché?

Non aspiro a lavorare con grandi gruppi, ma a far diventare le mie band grandi!

Cosa fa Alice Cortella quando non è impegnata sul lavoro? Quali sono le tue altre passioni e interessi?

In primis arte e cinema. Ho una laurea come restauratrice e non ho mai smesso di dipingere. Anche ora che il tempo è poco, cerco di ritagliare sempre un momento per questa mia passione e sto dando tuttora lezioni di disegno da privata. Mio marito colleziona pellicole cinematografiche: abbiamo la casa invasa di film e la televisione è stata meravigliosamente soppiantata da uno schermo e un proiettore: quindi la sera si fa cinema! Mi piace anche molto lavorare con i videoclip: dalla sceneggiatura alla scenografia, montaggio e post produzione. Infine cucinare, il buon vino e naturalmente i miei gatti!

Qual è il rapporto per te fra musica ed Arte? Cosa credi che sia necessario per l’Uomo dell’Arte? L’Uomo ha più necessità di Sogni o di Arte?

L’Arte comprende i libri, il cinema, i dipinti e naturalmente anche i dischi. L’Uomo ha bisogno dell’Arte per evadere dalla realtà, ne fa il suo Sogno, ma allo stesso tempo diventa per lui una forma di comunicazione, spesso l’unica: c’è chi è bravissimo con le parole, altri hanno bisogno di altri mezzi, fra cui la musica. Così, credo, nasca un artista.

Siamo arrivati in fondo alla chiacchierata, ti ringrazio per il tempo condiviso in nostra compagnia e ti lascio ancora una volta la parola. Chiudi come meglio credi…

E io ringrazio tutto lo staff di Aristocrazia che mi ha concesso questo spazio e un “grazie” personale a te Gabriele! Le ultime parole le rivolgo ai musicisti e non: osate sempre, non abbiate paura di provarci, perché a volte i sogni si avverano e io ne sono la prova vivente!

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