ROME – Intervista

Gruppo:Rome
Formazione:

  • Jerome Reuter – Voce, Chitarra

È innegabile come la situazione sociopolitica degli ultimi anni non sia delle migliori, con cittadini di mezza Europa che si appigliano a soluzioni facili dettate dal populismo imperante. L’ultimo album di Rome, Le Ceneri Di Heliodoro, calca la mano su questo argomento e noi non ci siamo fatti scappare l’occasione di parlarne a tu per tu con Jerome Reuter, che non si è certo tirato indietro.


Ciao Jerome, prima di tutto grazie per il tempo che hai scelto di dedicarci! Come stai?

Sto molto bene, grazie a voi.

Iniziamo direttamente con Le Ceneri Di Heliodoro. Ho saputo della sua uscita circa un mese fa e credo sia un gran disco, considerato anche il peso dei suoi contenuti. Chi è Heliodoro e come mai questo titolo?

Credo che questa immagine del Figlio Dorato-Sole sia essenziale per l’atmosfera dell’album. Una ricerca di ciò che è perduto o che sta morendo, forse. A dirla tutta, non mi occupo troppo di analizzare i miei lavori.

Contrariamente ai tuoi ultimi dischi, questo album ha un’anima più marcatamente marziale, anche se mescolata a un approccio più intimo. Cosa ti ha spinto a rivisitare questo stile?

Per me è stata una cosa naturale. Canzoni come “The West Knows Best” mi sono venute spontaneamente, senza preavviso. Il materiale in sé, quindi, mi ha fatto capire che questa era ovviamente la direzione da intraprendere. Non c’era nessun piano per un approccio old-school, ma sicuramente non ho cercato di evitare quella strada.

Ho letto in un’intervista recente, andata online lo scorso agosto, che hai scritto gran parte del tuo prossimo album in Italia. È quello di cui stiamo parlando adesso? Puoi darci qualche retroscena sulla sua genesi?

Sì, è proprio questo qui. Mi è capitato di passare un po’ di tempo in Italia recentemente, mi è sempre piaciuto come posto e ho sfruttato ogni scusa possibile per visitare il vostro splendido Paese. Per me, non c’è una cultura più ricca della vostra in Europa. Mi ha ispirato tantissimo, in generale.

L’album è diviso in due sezioni, “Apertura” e “Clausura”. Mi sembra che ci sia un filo conduttore in ciascuna di esse, come se raccontassero dell’ascesa e della caduta di regimi e poteri forti. Puoi spiegarci il motivo di questa suddivisione?

Beh, in realtà hai già centrato il punto. C’è sicuramente quella divisione. Devo dire, però, che cerco di non rimanere incastrato in quelle idee, in quei concetti. Mi piace raccontare storie e, quando lo faccio, cerco di raccontare tutta la storia, ma se alcune parti finiscono per sfociare in altre, non è un problema. Mi sta anche bene cambiare l’ordine delle canzoni per mantenere un buon flusso su un album. Voglio che resti comunque ascoltabile, per intenderci. Non voglio che risulti troppo ubriacante e pesante con concetti che farebbero pensare all’ascoltatore di dover leggere qualche libro, per capire ciò che la musica sta dicendo.

Il mondo, e l’Europa in particolare, stanno attraversando dei momenti difficili. Ho cercato di dare una mia interpretazione ai testi finora e penso che sia una rappresentazione fedele della situazione sociopolitica attuale. Come hai deciso di trattare un argomento così delicato?

In realtà non sapevo se avrei dovuto farlo e ancora adesso non sono sicuro che sia stato giusto farlo, ma è qualcosa che abbiamo intorno a noi. Non c’è via di fuga. Specialmente per me, che viaggio costantemente. Vedi i cambiamenti nelle città e nei principali snodi all’interno dell’Europa. Le cose stanno cambiando: sono in subbuglio e vedo tutto ciò ovunque guardi. Ho il privilegio di avere amici in molti Paesi diversi e vado abbastanza in giro, quindi riesco a farmi un’idea realistica di quanto le persone siano preoccupate e impaurite. Paura della destra, paura della sinistra, paura di questa nuova era che ci ha inghiottiti. E nessuno ha alcuna risposta.

Rome non è mai stato un progetto con un’ideologia politica troppo manifesta, ma gli scenari che Le Ceneri Di Heliodoro crea nella mente sono molto vividi, forse è una cosa mia visto che la situazione qui in Italia è lungi dall’essere ideale. Hai forse sentito la necessità di prendere una posizione più marcata, questa volta?

Beh, non sto cercando nemmeno di buttarla troppo sulla politica. Però vivo nel presente, qui e ora. Non posso far finta di non vedere certe situazioni, come se non mi rendessi conto che le cose stanno andando a rotoli, che siamo lanciati verso una guerra. E non penso di aver preso una posizione. Sto solo dipingendo l’Europa contemporanea, in tutta la sua angoscia. Non ho neanche le risposte e non mi metterei a dare consigli come se sapessi cosa dovremmo fare.

Jerome Reuter, foto di Tortsten Geyer

Ci sono alcuni elementi che suonano provocatori, considerando che come persona hai un’ideologia politica di sinistra, come l’estratto del discorso di Enoch Powell su “Who Only Europe Know”. Secondo te, qual è lo scopo della provocazione oggi, in una società in cui così tanta gente tende a saltare alle conclusioni senza andare in profondità, in merito a fatti e notizie?

Non mi interessa provocare. Mi interessa la pace. Sono un pacifista. Quello è il mio credo politico, se dovessi sceglierne uno. Il clima di pericolo in cui viviamo è dovuto al fatto che ci siamo dimenticati come risolvere i problemi insieme. La gente ha costruito questi muri e queste barriere attorno alle proprie opinioni politiche e affiliazioni. Non c’è più dialogo, soltanto un chiudersi in se stessi e un urlarsi addosso da parte di fazioni opposte. Le aree grigie sono ormai terra di nessuno, territorio nemico per farla breve. E chiunque vi si avventuri o abbia l’ardire di mettere in dubbio lo status quo è considerato un nemico. È profondamente malsano. Come se fosse una debolezza ascoltare le opinioni di un’altra persona. Finisce solo col peggiorare le cose e crea nuovi problemi, invece di discutere con calma e trovare dei punti in comune. Idealmente, la musica, e la cultura in generale, possono essere degli strumenti per costruire ponti, invece di distruggerli.

Un altro aspetto affrontato nell’album è la mancanza di identità, con i popoli che trovano un punto in comune nella paura. La gente ha paura di tante cose, al momento: i migranti, l’Unione Europea, le banche, quello che vuoi. Invece di tutto ciò, quali sono i problemi principali di cui dovremmo preoccuparci?

A parte il declino culturale in genere, questi sembrano sicuramente essere gli argomenti più a portata di mano e tutti hanno a che fare con l’identità. Credo che sia la sinistra che la destra si preoccupino di problemi legati all’identità, in un modo o nell’altro. Che ne siano addirittura ossessionate. Che si tratti di rischiare di perdere la propria identità o di non essere accettati per ciò che si è. Nella loro critica del capitalismo, sia destra che sinistra possono trovare molte più cose in comune di quante ne vogliano ammettere. In ogni caso, ogni sorta di rivolta violenta contro il governo non sarà di aiuto, ma ovunque tu guardi le persone vogliono semplicemente aderire con gioia a qualsiasi genere di nonsense, politicamente parlando. Risposte facili per tutti. Comunque, la pace si mantiene grazie al duro lavoro. Anche grazie alle lingue, alla spiritualità e alla cultura di un certo livello. In tempi di irrequietezza, sono proprio quelle cose spirituali che devono essere protette e riaffermate. Questo è fondamentalmente il mio punto di vista, e forse non è un granché.

Sono passati quattordici anni dalla formazione di Rome e hai attraversato diverse fasi, album e influenze. C’è qualcosa che ricordi con particolare affetto? Un album, un momento cruciale?

No. È sempre il prossimo lavoro che sarà cruciale, si spera.

Una cosa che ho notato nelle tue opere è l’ottimo gusto nello scegliere le canzoni finali. “Desinvolture”, “Die Mörder Mühsams”, “The Past Is Another Country” fino alla magnifica “Flight In Formation”: tutte hanno qualche elemento che le rende perfette per chiudere un album. C’è un ragionamento specifico dietro queste scelte?

Oh, grazie. Non so come le scelgo, in realtà. Seguo l’istinto in molto di ciò che faccio. È come se si dichiarassero da sole. Lavoro sempre a roba di diverso genere e cerco di tenere traccia di tutto ciò che possa funzionare bene come una chiusura per qualcosa. E credo di coltivare con gusto questo feticcio per i loop di stampo marziale [ride].

Una parte sostanziosa del nostro staff ricorda la tua performance molto sentita al Brutal Assault 2015. C’ero anche io, ma sfortunatamente non conoscevo ancora bene Rome. Possiamo aspettarci dei cambiamenti nell’approccio live, con il nuovo materiale?

Sì, assolutamente. Sarà esattamente l’opposto di come abbiamo suonato al Brutal Assault. Oddio, ci saranno ancora alcune di quelle canzoni, ma questa volta non suono la chitarra elettrica. Solo roba acustica e ritmiche più marziali, sicuramente.

E per chiudere questa serie di domande, una quasi obbligatoria. C’è un tour in programma? Qualche data in Italia magari?

Sì, abbiamo un bel po’ di date in programma in Germania, Austria, Polonia ecc. E sicuramente torneremo presto in Italia.

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