SCHATTENBRANDUNG

SCHATTENBRANDUNG

Informazioni
Autore: Mourning
Traduzione: Fedaykin

Formazione
M. – Basso
J. – Batteria
P. – Chitarra
T. – Chitarra
C. – Voce

Giovani e con un primo album all’attivo, “I – Apophänie”, i tedeschi Schattenbrandung vivono a cavallo fra due mondi, quello Black e quello Doom. Oggi abbiamo il piacere di ospitarli e vediamo quindi di saperne un po’ di più sulla loro realtà.

Benvenuti su Aristocrazia Webzine, come va in questo periodo? Siamo ormai negli ultimi mesi dell’anno, potete già tirare le somme sul lavoro svolto sinora?

P.: Hey, tutto a posto.

Iniziamo parlando della scelta e significato del vostro nome, “Schattenbrandung”, perché tale parola, cosa vi lega a essa?

Non c’è una storia particolare dietro alla scelta di quel nome, se è questo che intendi. È un neologismo che ci siamo inventati quando abbiamo iniziato e lo abbiamo mantenuto. Una traduzione accettabile potrebbe essere “ondata di ombre”, che, con un buon quantitativo di immaginazione, è visivamente molto forte. L’immagine rappresenta il sound che cerchiamo di riprodurre.

Chi sono i membri della formazione? Come vi siete avvicinati al metal e quali sono le vostre personali band di riferimento in termini di sound e ascolti personali?

Non posso dirti molto, onestamente. Non ricordo con esattezza la storia personale di tutti i membri del gruppo e non sono molto sicuro che se la ricordino nemmeno loro stessi, ma ti posso assicurare che non esiste genere musicale che almeno uno di noi non ascolti o abbia ascoltato.

Siete una band nata da tre anni circa e avete puntato subito all’uscita di una proposta in formato full, decisione spesso e volentieri presa in considerazione odiernamente, perché?

Mi piace pensare alla musica come a un mezzo per veicolare idee. Un EP non mi concederebbe abbastanza spazio per una cosa del genere e diciamocelo, parlando di demo: non sono disposto a credere che ci siano musicisti a cui “piace” fare demo. Sono solo un mezzo per raggiungere un fine, che è di finanziare la propria attività musicale successiva, al giorno d’oggi è perfettamente possibile riuscirci senza dover registrare schifezze, tanto per cominciare. In futuro tuttavia potrebbe andarci a genio l’idea di produrre un EP di cover, o qualcosa del genere.

Il disco mi è piaciuto molto proprio per il suo essere spesso in bilico fra le due nature artistiche, quella Black e quella Doom, senza che queste si ostacolino a vicenda. Ci sono anche piccoli richiami al Post ben inseriti, com’è stato partorito? In genere come nasce un vostro pezzo sia dal punto di vista strumentale che per ciò che riguarda i testi?

Come prima cosa, partiamo da un concetto testuale. Non c’è una procedura specifica con cui sviluppiamo la parte musicale però. Due di noi, di tanto in tanto, “scrivono” letteralmente musica, ma di solito non ne esce fuori niente di definito. Semplicemente, proviamo il nostro materiale fin quando non ci sembra che il risultato sia soddisfacente.

Quali sono le tematiche che approfondite? Dato che “I – Apophänie” è il primo capitolo di una trilogia, volete illustrarci come si svilupperà l’opera?

Il concetto principale è che l’intero mondo che l’umanità si è costruito è fondamentalmente una grossa bugia. Devi aprire la mente, associare e discernere la struttura su cui queste bugie sono edificate. La maggior parte delle persone penseranno che tu soffra di apofenia [l’apofenia è definibile come il riconoscimento di schemi o connessioni in dati casuali o senza alcun senso, NdA], ma è il prezzo da pagare per svelare la verità che si rivela ovunque. “II – Apostasy” tratterà dell’eliminazione dell’entità responsabile, Dio per essere chiari. In “III – Apotheosis” il nostro sé, ora illuminato, ortodosso, rivendicherà la sua corona di nuovo Dio. Tutto ciò che è spirituale ci conduce a diventare Dio. O almeno dovrebbe, perché altrimenti non avrebbe senso.

Per quanto spesso ci si soffermi a parlare di un pezzo piuttosto che un altro, trovo che il vostro lavoro sia da masticare in soluzione unica. Se doveste però scegliere un solo episodio da suonare in sede live, su quale puntereste e perchè?

Ogni membro del gruppo ha un pezzo preferito, immagino. Finiamo spesso a litigare nel decidere la setlist, infatti. Io sceglierei “VII”, perché credo funzioni molto bene da suonare singolarmente, se paragonato al resto del materiale. Tra l’altro, tra i pezzi che alla fine abbiamo inserito nell’album, è l’ultimo che abbiamo composto.

“I – Apophänie” è un’autoproduzione ben curata sia sotto l’aspetto della produzione che dell’artwork e limitata a sole 444 copie fisiche in digipak. Le band che lavorano senza una etichetta alle spalle stanno diventando sempre più attente al dettaglio e agli aspetti che contano per la musica, è un messaggio inviato in direzione delle case discografiche poco attente?

Ovviamente sì. Per la maggior parte dei musicisti è assolutamente impossibile dar vita ad un concept olistico lavorando con una etichetta. Ci sarà sempre qualche conseguenza da mettere in conto, o sul lato artistico o su quello finanziario. Noi non vogliamo piegarci a questo. Non ha senso comporre musica che non punti alla perfezione. L’essenza stessa dell’arte è di provare a trasmettere in modo più preciso possibile la visione dell’artista, e se prendi sul serio quello che fai non puoi scendere a compromessi solo per trovare un partner di distribuzione migliore.

Dal vostro punto di vista com’è l’underground metal in Germania? E la scena in genere?

Ci sono parecchie realtà interessanti attualmente nella nostra scena underground. In questo senso però non mi riferisco alla scena Black Metal, che oggi come oggi è diventata una sconfinata barzelletta. Ma anche la scena Metal in generale è abbastanza incasinata credo, ma per noi questa è una cosa di poco interesse. Immagino che fondamentalmente mi piacerebbe l’idea di una vera e propria comunità, o scena, che riunisca tutti gli artisti rifiutati dalla società, perché la gente non sopporta la loro sobrietà. Purtroppo non è in questo che consiste la scena metal, né nessun’altra scena, apparentemente. La maggior parte delle persone che sono coinvolte nel mondo del metal puntano più sulla notorietà che sulla sobrietà. In realtà la maggior parte di loro ne fanno parte esclusivamente perché si divertono, esattamente come tutta la merda che si definiscono orgogliosi di odiare. E io non riesco a solidarizzare con questo comportamento.

Se aveste modo di poter cambiare un meccanismo o di eliminare un genere che proprio vi risulta indigesto all’interno di questo mondo, quale potrebbe essere l’obbiettivo da abbattere?

Il Core. Non perché quella musica di per sé sia peggiore di tutto il resto della merda che la circonda. La ragione è che quella scena è composta da coglioni degenerati. Sono anche peggio dei deficienti che suonano Metal “normale”, e questo la dice lunga. T. fa anche notare che la stragrande maggioranza di quella feccia di grassoni pseudo-pagani che si alcolizzano di sidro meriterebbe di scomparire allo stesso modo. In entrambi i casi, potrei farci il callo. Purtroppo alla fine la nostra opinione non conta più di tanto, poiché non siamo nella condizione di “eliminare” nulla, nel senso stretto del termine.

Mi è capitato spesso chiacchierando con amici di criticare la visione esterofila che hanno della musica, ovvio che molto di ciò che io stesso ascolto e compro arriva da oltre i confini italiani, ma perché martellare le formazioni nostrane a volte senza averle neanche ascoltate? È così anche da voi? C’è una forma di preferenza per ciò che non è tedesco per quanto riguarda l’ascolto metal?

Posso essere d’accordo con te che un approccio del genere sia una stronzata, ma non mi è mai capitato di notare niente di simile qui in Germania.

In un periodo di crisi come questo, con la moneta che circola limitatamente in più nazioni, il download illegale che colpisce ai fianchi l’industria musicale e la scarsa propensione a difendere l’arte da parte di molti governi pur di battere cassa, siti come Bandcamp — al quale anche voi avete aderito con la pagina schattenbrandung.bandcamp.com — sono davvero la svolta necessaria?

Sicuramente, in termini di qualità musicale, il fallimento dell’industria discografica non rappresenterebbe una grossa perdita. Detto questo, non credo che l’arte abbia bisogno di essere protetta. Pensa a tutti i grandi artisti visuali degli ultimi cinquecento anni. Per ogni dipinto originale, ci saranno centinaia di riproduzioni fac-simile, e molto spesso così onvincenti che le persone finiscono per comprarle. Nessuno si dimenticherebbe mai dell’autore originale per dare credito a chi ha creato il fac-simile però. Non sono preoccupato per la crisi. Però provo un maligno piacere al pensiero che molta gente nell’industra musicale lo sia.

Una volta c’era Myspace, da un po’ ormai Facebook e Twitter, quanto ritenete sia utile mantenere dei contatti vivi tramite tali canali? La promozione ormai viaggia quasi esclusivamente sulla rete o sono ancora i concerti e il contatto con chi partecipa a fare la differenza?

Apprezzo le opportunità che questi nuovi mezzi ci forniscono. Non vedo perchè dovremmo avere nostalgia di tutta la guerriglia su carta che veniva fatta prima. Ovviamente quello che conta continua ad essere quello che facciamo nel mondo reale.

A proposito di live, che ricordi avete della vostra prima volta sul palco?

Mi sento sempre uno schifo quando suono dal vivo. Non è qualcosa che ha a che fare con il processo di suonare qualcosa davanti ad una folla. Quello che mi fa incazzare è che ci sarà sempre qualcuno che non è direttamente parte della band, ma è coinvolto nello show in qualche modo, che farà un casino e rovinerà tutto, e non c’è niente che tu possa fare per impedirglielo. Mi viene sempre l’istinto di ammazzare qualcuno a bastonate quando questo succede… e succede SEMPRE! È una legge naturale. Vedere la gente soddisfatta però compensa sempre.

Avete avuto modo di presentare il disco in tale sede? Reazioni a caldo?

Sì, l’abbiamo fatto una volta non molto tempo fa. Un sacco di persone hanno apprezzato l’album e a una minoranza ristretta non è piaciuto. Apprezziamo che alla maggioranza dell’audience piaccia quello che suoniamo, ma non sarebbe la fine del mondo se così non fosse. Se questo sarà il caso in futuro, limiteremo la nostra presenza sul palco per concentrarci sulle uscite in studio. Non è un problema.

Progetti a breve termine? È già iniziata la stesura dei brani per il secondo capitolo della trilogia?

M. e C. suonano in altri progetti Black Metal paralleli. Sono entrambi in fase di registrazione, se ben mi ricordo, ma non saprei darti altri dettagli. T. sta producendo musica elettronica e fa il DJ occasionalmente. A me piace strimpellare un po’ con strumenti che non conosco bene, quando ho del tempo libero. Qualche tempo fa ho tirato fuori una vecchia fisarmonica che il mio bisnonno teneva in cantina. Ora che l’ho rimessa in funzione, tira fuori dei suoni piuttosto angoscianti. Stavamo pensando di inserirla in un brano, in un futuro molto lontano. Nella stanza dove proviamo c’è anche un pianoforte, in un angolo. Ho da poco acquistato la strumentazione per registrare a casa, quindi c’è la concreta possibilità che un po’ di queste cose più “esotiche” siano presenti nel prossimo album. Il tempo parlerà. E sì, ovviamente il successore di “I – Apophänie” è già in lavorazione.

Un sogno che vorreste realizzare come band?

Uno show in un locale importante, magari della durata di un intero sabato, con un po’ dei gruppi che amiamo di più, senza preoccupazioni riguardo al budget o alle vendite di biglietti. Mi immagino giochi di luce e di suono assolutamente assurdi, spettacoli di fiamme e tanta roba da mangiare e bere. Sarebbe una figata. Non succederà mai, ma com’è che si dice? “Finché c’è vita, c’è speranza” [ride]. Mi permetto di dissentire.

Siamo agli sgoccioli, vi ringrazio per il tempo trascorso in nostra compagnia e v’invito a chiudete l’intervista con un saluto o un messaggio rivolto a coloro che ci seguono…

Grazie.

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