SECRETPATH

SECRETPATH

Informazioni
Autore: Bosj

Formazione
Francesco “Storm” Borrelli – Batteria
Pierluigi “Aries” Ammirata – Chitarra
Paolo Ferrante – Voce
Camillo “Kami Plastik” Copat – Basso

Diamo il benvenuto sulle nostre pagine ai Secretpath, band calabrese che recentemente si è fatta notare sulle nostre pagine grazie all’ottimo demo “Wanderer”.

Benvenuti su Aristocrazia; a voi la parola per presentare la band ai lettori che non dovessero conoscervi. Come è nato il progetto, quali sono le vostre intenzioni artistiche, insomma cosa ci si deve aspettare dal monicker Secretpath?

Pierluigi: I Secretpath nascono per mia volontà nel’estate del 2008. Dopo praticamente un anno di vari cambi di line-up, con l’entrata del cantante Paolo Ferrante, la prima vera formazione della band fu pronta per la realizzazione di un demo CD di debutto, che vide luce nella primavera del 2010, sotto il titolo di “The Choice”. Nell’inverno del 2011 invece registrammo il nostro secondo demo CD “Wanderer”, con un nuovo bassista, Giovanni De Luca, al posto della precedente, Lisa Bilotti, che faceva parte della formazione di “The Choice”. Per “Wanderer” abbiamo scelto di far fare l’E-Mastering ai Finnvox Studios, cosa che si è rivelata sicuramente positiva per il sound finale del lavoro. Con questo secondo demo abbiamo ottenuto anche la collaborazione con la Necrotorture Agency, che da Marzo 2012, si occupa della promozione di “Wanderer”. Colui che ha curato la registrazione di questo secondo demo, Kami “Plastik” Copat, attualmente ci sta aiutando anche nel ricoprire il ruolo del bassista, che da poco è rimasto nuovamente vacante, per i prossimi live.

Qual è la vostra formazione musicale e come siete approdati al death metal (per quanto contaminato)?

Pierluigi: La mia formazione musicale è estremamente variegata e parte dall’Hard Rock e l’Heavy Metal più classico, passando per il Thrash Metal, fino ai sottogeneri più estremi del Death e Black Metal e le loro varie diramazioni. A tutto ciò si aggiunge la mia passione per la musica classica, che è stata anche parte importante della mia formazione, in quanto sono diplomato al Conservatorio in chitarra classica, oltre che diplomato all’Università della Musica di Roma in chitarra moderna. Poi comunque non mi pongo limiti particolari e specie negli ascolti non disdegno il Rock più leggero, il Blues, il Pop, la musica etnica, Folk, ecc. I Secretpath sono nati direttamente come band di Metal estremo, ma sin dall’inizio la mia intenzione era quella di creare un gruppo molto aperto a varie forme di sperimentazione, senza porre limiti prestabiliti come quelli determinati dal dover appartenere ad un sottogenere specifico. La matrice iniziale, quella determinata dal mio riffing, era in realtà più Black che non Death, in particolare direi più europea che americana. Le influenze Death provengono maggiormente dal drumming di Francesco “Storm” Borrelli e da alcuni approcci vocali di Paolo. Da “The Choice” a “Wanderer” credo ci sia stata già un’evoluzione nel senso del superamento di alcune caratteristiche tradizionali dei sottogeneri di riferimento per la musica dei Secretpath, ma il processo non si è assolutamente arrestato e siamo convinti nel continuare lungo questo sentiero del creare uno stile molto personale e che si distingua dalle definizioni “classiche” a cui siamo abituati.

L’aspetto che più colpisce della vostra musica è indubbiamente la versatilità del cantato; come avete scelto di aggiungere delle linee vocali così inusuali ad un riffing di stampo più “classico”?

Paolo: Personalmente nasco come cantante estremo, le mie esperienze si limitavano a Death e Black; ho cantato da molto tempo anche musica classica, ma non avevo mai immaginato che l’avrei usata in contesti estremi. Dopo aver creato delle parti caratterizzate da numerosi cambi di tecnica, che è l’elemento che più di altri mi contraddistingue, Pierluigi mi ha incoraggiato all’utilizzo delle varie tecniche di voci clean, da associare al già vasto repertorio di voci estreme. Sebbene sia stato difficile, una volta impostata la voce mi sono reso conto che mi piace molto questo modo di cantare e quindi, sempre incoraggiato da Pierluigi, ho introdotto anche la voce lirica, che era la più difficile da associare (tecnicamente) alle voci estreme, cosa che attualmente credo di essere il solo a fare. Le linee vocali così variegate esprimono al meglio la varietà musicale del gruppo ed anche le tematiche trattate, insomma sono una specie di marchio del gruppo ormai. La scelta, insomma, è stata sì una mia aspirazione artistica ma anche funzionale all’intenzione, del gruppo, di creare una musica varia ed originale.

Domanda banale, ma sempre utile: al di là della verve personale dei vostri brani, quali sono i nomi che indichereste come “numi tutelari” delle vostre produzioni? Personalmente ci sento molta scuola progressiva americana, Cynic su tutti, ma non solo. Specialmente dal punto di vista lirico, mi sembrate meno “cosmici”, seppur altrettanto intimi ed attenti alla vicenda umana, se così si può chiamare.

Paolo: Il nostro punto di forza è forse proprio che ognuno di noi è ispirato maggiormente da gruppi assolutamente diversi, anche se in fondo noi tutti facciamo ascolti a 360°. Personalmente apprezzo molto gruppi Technical Death o Black, comunque caratterizzati da un cantato abbastanza vario; apprezzo anche molto il Gothic, quasi sempre con cantato femminile. Di tutti quanti devo ammettere di essere quello più vicino al Gothic e forse è l’elemento che porto di più nel gruppo, assieme ad alcune parti Gore-Brutal… insomma sono sempre stato un tipo dagli eccessi opposti.

Pierluigi: Dei Cynic, e della scuola Metal Progressive americana credo abbiamo più l’approccio alla composizione, che non tanto prettamente gli elementi musicali. Mi risulta difficile fare dei nomi che possano essere un valido riferimento per la musica dei Secretpath, potrei citare gli Opeth o qualche gruppo Avantgarde, così come qualche gruppo di Blackened Death Metal, ma non credo che ciò renderebbe giustizia alla nostra proposta, per quanto essa ancora sia in una fase di formazione.

Siete del cosentino, cosa potete dirci della scena musicale (non solo estrema) dalle vostre parti, nel bene e nel male?

Pierluigi: C’è ben poco da dire, almeno “nel bene”. Pochissime band, per lo più in velata ma abbastanza feroce competizione fra loro, pochi ascoltatori e pochissimi frequentatori dei concerti, spesso comunque ben poco disposti verso le band locali. Ovviamente qualcosa di buono c’è, ma per lo più regna un certo senso di depressione generalizzata e poca (quasi inesistente) collaborazione fra le band. Ovviamente c’è l’annoso problema dei locali che non pagano, ma questo secondo me è il minore dei mali, perchè il gestore di un locale deve far quadrare i conti a fine mese e se alla serata di un gruppo Metal ci sono state sì e no dieci persone, il gestore in questione non può mettersi a fare filantropia per i gruppi Metal (specie con i tempi che corrono!). Molto più grave invece credo sia il fatto che si verificano colpi bassi fra le band, che ci siano i “capetti di quartiere” a cui si dovrebbe portare rispetto incondizionato e tutta una restante serie di cose da lotte fra miserabili, che vengono attuate spudoratamente mentre si ripetono in maniera quasi meccanica cose come “support the underground”, “fratelli del metallo” e via discorrendo. Una scena locale così vessata da simili atteggiamenti provinciali non potrà mai crescere e rimarrà sempre debole, patetica in confronto ad altre realtà che esistono ad esempio a livello europeo.

Due demo, entrambi autoprodotti (con ottimi risultati, per quanto ho avuto modo di sentire); l’autoproduzione è una scelta o una condizione obbligata?

Pierluigi: Una condizione obbligata allo stato attuale. Nessuna etichetta discografica ad oggi ha mostrato interesse verso la nostra proposta musicale, quindi, logicamente, per andare avanti possiamo contare soltanto sulle nostre forze (specie quelle economiche, nel caso specifico).

Paolo: Forse è dovuto alla recente crisi economica, forse anche alla nostra proposta musicale abbastanza anomala e difficilmente collocabile nel mercato musicale attuale, ma non abbiamo ancora ricevuto interessanti proposte di produzione. Nel caso di “Wanderer” non è stata solamente autoproduzione, ma abbiamo fatto anche le registrazioni da noi, con l’aiuto di Kami Plastik. Attualmente stiamo cercando un’etichetta che possa produrre i nostri lavori in modo da permetterci di diffonderli come credo che meritino.

Ricollegandomi alla domanda precedente, dati i pareri a volte molto contrastanti da un artista ad un altro: come vivete l’era di internet? Quali i pregi e difetti maggiori dal punto di vista di una band dell’underground?

Pierluigi: I pregi mi pare che siano per lo più un’eventuale illusione che si stia “andando forte”, tramite l’utilizzo dei vari Social Network, da Myspace a Facebook, Twitter, Reverbnation, YouTube e tutto il resto. A me pare che non sia cambiato molto in concreto da quando c’erano le musicassette. La musica è più facilmente reperibile, ma la intricatissima selva di band ormai esistente fa sì che comunque ognuno ascolti sempre lo stesso numero di gruppi che ascoltava quando non c’era l’enorme reperibilità di oggi. Ogni tanto grazie ad Internet posso scoprire un gruppo nuovo, e questa è una cosa bellissima che offre il mezzo in questione, ma, se anche ne potevo scoprire di meno o meno rapidamente nell’epoca delle musicassette copiate, c’era il vantaggio che si scoprivano i gruppi nuovi grazie agli scambi che fra l’altro si facevano di persona. Adesso ci si sta spostando sui contatti virtuali, si scoprono i nuovi gruppi, da soli, chiusi in una stanza a farsi venire la cifosi e la congiuntivite davanti al monitor di un computer… Inoltre il metallaro medio si sta sempre più “nerdizzando”: altro che thrashers stradaioli, pagan blacksters che vivono a contatto con la natura e simili… Ormai quello che rende “epico” un gruppo underground è l’abilità dei suoi componenti a conquistare “mi piace” su Facebook e insomma tutto il resto che conosciamo bene. Certo ci sono dei pregi, specie in termini di rapidità, ma se ne stanno perdendo tanti altri, che hanno a che fare con una genuinità che è sempre stata uno dei marchi distintivi della nostra musica.

Siete già all’opera su del nuovo materiale? E, nel caso, come si posizionerà relativamente a quanto sentito in “Wanderer”?

Paolo: Siamo certamente all’opera, attualmente ci sono già due pezzi nuovi ultimati. Il nuovo lavoro costituirà un’evoluzione del sound di “Wanderer”, orientato forse ad approfondirne gli aspetti più malsani e pazzi. A livello concettuale abbiamo intenzione di fare un excursus attraverso diverse turbe mentali ed in generale la pazzia, la musica dovrà necessariamente rispecchiare questo tema e dunque c’è da aspettarsi qualcosa che è “strano” perfino per i nostri canoni! A livello esclusivamente musicale stiamo cercando di dare più compattezza alle parti estreme, questo anche grazie alle innovazioni che ha introdotto da poco Pierluigi nella tecnica di esecuzione, che daranno più groove. Per quanto riguarda le parti melodiche, penso che risulteranno più integrate al resto e ci saranno anche quei cambi repentini che abbiamo imparato ad apprezzare.

Sulla vostra pagina Facebook avete pubblicato diversi interventi relativi a vostre esibizioni dal vivo: come vivete questo aspetto della band? Quanto è importante la dimensione live nell’alchimia dei Secretpath? Avete progetti per qualche tour?

Pierluigi: Suonare dal vivo è un aspetto fondamentale per una band come la nostra. Personalmente non a caso non ho mai utilizzato sovraincisioni nelle registrazioni in nessuno dei due demo fatti con i Secretpath, ma ho sviluppato una tecnica personale basata sul fingerpicking, per poter avere delle linee polifoniche senza appunto necessitare di sovraincisioni o di un secondo chitarrista nel gruppo. Questo perchè non mi piace vedere il lavoro in studio o in sala prove slegato dal contesto live. Mi piace invece mantenere tutto integrato e quindi il live è veramente la prova definitiva, di verifica, di tutto il lavoro fatto personalmente, in sala prove col gruppo e in sede di registrazione. E poi c’è la comunicazione diretta col pubblico, che, anche nei contesti piccoli e spesso dubbiosi nei confronti della nostra proposta, che attualmente viviamo, rimane un aspetto insostituibile del suonare questo tipo di musica.

Paolo: Il live è quel momento in cui la musica che componiamo diventa davvero viva (come suggerisce il termine stesso). Curiamo notevolmente la registrazione, ma quando componiamo i pezzi cerchiamo di realizzarli in funzione della loro esecuzione dal vivo. La nostra proposta musicale, essendo molto variegata, ci permette di fare dei concerti che non possono davvero annoiare l’ascoltatore. Suonare dal vivo ci ripaga dell’impegno che abbiamo profuso, quando siamo in preparazione per dei concerti diamo sempre il massimo alle prove e quindi il gruppo ha proprio bisogno di questo stimolo per continuare ad andare bene. Progetti per qualche tour non ne abbiamo, rimaniamo comunque sempre abbastanza disponibili ad andare a suonare in giro, anche se il rimborso spese non copre completamente le spese del viaggio… dopotutto andiamo a suonare per divertirci e non di certo per “fare soldi”, per quest’ultima cosa si lavora. Per questo motivo cerchiamo di porci in modo abbastanza umile con gli organizzatori dei concerti, evitando di pretendere trattamenti da rockstar e rimborsi stratosferici. La cosa che è più appagante in assoluto, comunque, resta pur sempre quando la gente apprezza la nostra musica e lo dimostra durante e a fine concerto; quando regaliamo qualche copia omaggio dei nostri demo e si vede che chi la riceve è davvero contento, questo valorizza il lavoro che abbiamo fatto. I live sono anche un’ottima occasione per conoscere gente nuova e scambiarsi i contatti, è bello tenersi in contatto con gente dalla mentalità aperta e con interessi in comune.

Ora una mia domanda tipica, trovo sempre molto curioso sapere quali siano i dieci dischi che un artista sceglierebbe di portarsi su un’isola deserta, e per quale motivo.

Pierluigi: Soltanto dieci? Troppo pochi! Mi limiterò a dieci dischi Metal, e considererò di avere una valigia abbastanza capiente da metterne almeno altri cinquanta di altri generi musicali! Allora metterei: “Master Of Puppets” dei Metallica, perchè è stato il disco che mi ha iniziato al Metal; “Once Sent From The Golden Hall” degli Amon Amarth, perchè è il disco che più di tutti associo al significato di ““Viking” associato al Metal; “Rust In Peace” dei Megadeth, uno degli album più geniali della storia del Metal a mio avviso; “Vempire” dei Cradle Of Filth, per lo stesso motivo dell’album degli Amon Amarth, ma sostituendo il concetto di “Viking” con quello di “vampirismo”; “Battles In The North” e “Pure Holocaust” degli Immortal, i dischi che mi hanno fatto innamorare del Black Metal e “In The Nightside Eclipse” degli Emperor per quanto riguarda la versione sinfonica di quest’ultimo sottogenere; “Storm Of The Light’s Bane” dei Dissection, ponte ideale fra il Black e il Death Metal Melodico, sottogenere quest’ultimo che occupa una cospicua parte della mia formazione; ed infine ci metterei “Blessed Are The Sick” e “Covenant” dei Morbid Angel, i due dischi Death Metal a cui sono più legato. Ma comunque ne avrei messi almeno altri dieci! Magari infilando due CD in una custodia…

Con questo direi che possiamo concludere, grazie per averci dedicato il vostro tempo, a voi l’ultima parola per salutare i lettori di Aristocrazia come preferite, e a presto!

Paolo: Grazie per lo spazio che ci avete concesso e buona fortuna con Aristocrazia Webzine. Per chi si fosse incuriosito e volesse approfondire la nostra musica, i nostri contatti sono:
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