SHABDA

   
Gruppo: Shabda
 
Formazione:

  • Marco Castagnetto – Laptop, Percussioni, Voce
  • Anna Airoldi – Sitar, Voce, Sintetizzatore
  • Riccardo Fassone – Chitarra, Basso, Voce
 

Nel recente passato Shabda è stata certamente una delle entità musicali che più mi ha colpito ed entusiasmato. Su Aristocrazia parlai già del debutto "The Electric Bodhisattva", del loro esordio live cui ebbi la fortuna di assistere, della grande serata di anticipazione del secondo disco "Tummo" e la scorsa settimana di "Tummo" stesso; ora è giunto il momento di rivolgere qualche domanda a Marco Castagnetto e cercare di penetrare un po' all'interno dello sfaccettato universo di Shabda.


Benvenuto su Aristocrazia, Marco. Come stai? Quali sono stati i riscontri di pubblico e critica finora ottenuti da "Tummo"?

Marco Castagnetto: Grazie, sto bene e credo di poter dire lo stesso per gli altri. I riscontri, fino ad ora, sono stati inaspettatamente positivi, soprattutto perché "Tummo" è stato apprezzato da un pubblico molto eterogeneo, che ha accomunato in modo indistinto appassionati di avanguardia, metallari impenitenti e molte figure che si collocano tra questi due orizzonti in sfumature diverse. Merito, anche, della passione e della professionalità dell'Argonauta Records e del suo boss Gero, con cui ci troviamo egregiamente.

Partendo dai seminali Maldoror e raggiungendo il presente, il percorso che ha sempre visto insieme te e Anna ha vissuto parecchi punti di svolta e, in generale, un'evoluzione pressoché continua. Ripercorrendo questa ventina d'anni, quanto siete cambiati come persone e come musicisti?

Personalmente sono stato centinaia di persone, alcune palesemente contraddittorie, eppure l'individuo è rimasto uno e inalterato. Che ci piaccia o meno questa è la realtà delle cose: il mutamento del mondo, il suo divenire, è lo stato perennemente transitorio, in quanto manifesto, dell'Essere Unico. Musicalmente ho visto crescere incredibilmente sia Anna che Riccardo, due musicisti eccezionali. Io non sono un musicista, passeggio tra i suoni con il perenne stupore del bambino, ma nonostante questo penso suoni organizzati.

I T/M/K sono considerabili sicuramente tra i vertici di certe frange pionieristiche della musica estrema, ma cosa vi ha spinto a dare vita a Shabda? Con quali propositi avete deciso di offrire questa controparte concettualmente più "rigorosa" (passami il termine) all'attività poliedrica di T/M/K? Qual è il significato di Shabda?

Il termine che utilizzi è certamente corretto: Shabda nasce dalla necessità di un nuovo rigore, e le formule e le influenze che erano state importanti per T/M/K ora non lo sono più. Nulla da rinnegare, non mi passa neppure per la mente. Ma è impossibile mangiare due volte il medesimo piatto. Intendo proprio quello che hai mangiato ieri, non solo la stessa ricetta, ma esattamente lo stesso piatto. Una volta che ne abbia assimilato delle parti e scartate altre, il nostro corpo assumerà un nuovo alimento. Shabda, quindi, è la nostra nuova dieta, laddove il nostro organismo ha scoperto che mangiare di meno è più salutare. Shabda più che un significato indica una direzione, ma non suggerisce mai cosa c'è da vedere. Indica una possibilità.

Posso affermare con sicurezza che Shabda è un'espressione artistica legata a doppio filo con la vostra personale ricerca spirituale; come e quando vi ritrovate ispirati alla composizione?

Per me l'ispirazione è un momento di natura estremamente transitoria che si attua quando le mie diverse componenti si allineano e lasciano intravedere quell'axis mundi che è ciò che Gurdjieff chiamava "il mozzo della ruota". Un soffio vuoto che eppure è l'elemento concretissimo del reale, è sua sostanza ed essenza. Questo può avvenire nelle condizioni più diverse: può essere completamente spontaneo oppure seguire eventi che sono in qualche modo traumatici per lo status quo mentale, mettendo sempre e comunque in scacco il nostro censore endo-psichico.

Il primo disco, "The Electric Bodhisattva", lo considero assolutamente immenso, ma con "Tummo" siete riusciti a evolvervi ulteriormente. A tuo avviso, quali sono le differenze sostanziali tra i due lavori?

Credo le differenze siano enormi, pur rimanendo all'interno di un linguaggio musicale organico e perfettamente riconoscibile. "Tummo" è molto più a fuoco del suo predecessore, e le idee che contiene sono più vicine alla materia ideale che rimane il centro dell'idea di Shabda. La questione è avvicinarsi progressivamente a un nucleo espressivo ideale che deve forzatamente rimanere irraggiungibile. Credo che ogni progetto musicale e ogni manifestazione artistica consista nel mirare con una certa abnegazione a un insieme di forme e contenuti che nasce priva di sbavature nell'interiorità del suo autore, e che tutta la vita del progetto sia poi un percorso di avvicinamento a quella perfezione sempre e comunque destinato a non raggiungere mai la meta. Non mi interessa, quindi, la perfezione, ma la capacità della mente umana di concepirla nella chiara assenza di essa che riscontriamo in ogni aspetto del mondo relativo e manifesto. Una magnifica imperfezione che è la nostra guida più preziosa.

All'interno di "Tummo" sono state inserite registrazioni di vere e proprie cerimonie rituali: in quale occasione avete raccolto tali testimonianze sonore?

Durante un nostro viaggio in India nel 2012, dopo aver chiesto l'autorizzazione per registrarne dei frammenti significativi. Avevamo dei buoni contatti e degli ottimi accompagnatori: eravamo a casa di una famiglia di brahmani shivaiti e studiavamo con loro, e abbiamo avuto modo di accedere a luoghi e persone con una forza difficilmente descrivibile. Molto diversa dall'idea di potere che ci siamo fatti qui in Occidente.

Credo che, guardando a certo orizzonte sperimentale, Shabda possa essere considerata come un'entità senza eguali. Mi viene dunque spontaneo chiederti: a livello musicale, quali sono state e quali sono attualmente le vostre maggiori influenze?

Direi tutto il panorama minimalista, certamente la musica classica dell'India del Nord, i suoni dell'Iran, ma questa è una domanda a cui faccio sempre molta fatica a rispondere, perché credo che molta musica mi influenzi senza che io la consideri così fondamentale. Non sto ascoltando molta musica in questi mesi. Le ultime cose che ho ascoltato, un paio di giorni fa, erano un album di musica algerina e un vecchio disco di Charlemagne Palestine.

Con Shabda vi approcciate a un universo musicale, quello orientale, che richiede generalmente molto studio e basi spirituali di un certo livello, e che è concettualmente assai differente dal modello occidentale. Quando e perché avete iniziato a interessarvi di tale orizzonte artistico-spirituale?

L'approccio all'universo musicale orientale è stata la naturale prosecuzione del nostro percorso spirituale individuale. Con una immagine tanto bella quanto efficace, si dice che la musica indiana sia paragonabile alla botanica: ogni raga è una pianta che nasce su specifiche coordinate date dalla sua specie, dal suo ambiente e dal tipo di luce che ne regola la crescita, ed ogni foglia che si sviluppa da essa è sempre diversa da ognuna delle altre, eppure meticolosamente identica alla sua pianta d'origine. La musica indiana ha mantenuto la propria matrice spirituale, mentre una gran parte di quella occidentale l'ha abbandonata, in parte a causa della concezione armonica che è rigidamente strutturata sulla scala temperata e ha quindi tralasciato le componenti microtonali. Ma sono proprio i microtoni — nodo di collegamento tra una nota fondamentale ed il microtono successivo — a sviluppare delle geometrie che non percepiamo sensibilmente in modo completo, ma che sviluppano delle risonanze con le modalità di creazione del pensiero, e nella nostra realtà queste strutture sono tripartite. Così è tripartito l'Uomo, e il bacino indiano lo rappresenta, appunto, con le tre persone divine di Brahma, Shiva e Vishnu. Per questo si dice che la bellezza della musica indiana sia il rappresentare l'universo per ciò che esso è.

Tu e Anna siete compagni sia nella vita artistica che nella vita quotidiana. Quanto è fondamentale, in un'espressività di tale livello, essere così affini?

Nel nostro caso è fondamentale, ma presumo possa essere diverso a seconda dei casi. Per noi è una sorta di estensione di ciò che siamo, un percorso per ritrovare in modo manifesto l'unità che è normalmente preclusa dal perimetro della nostra pelle, così come il sesso.

Torniamo un attimo su T/M/K: a meno di un mio clamoroso lapsus mnemonico, l'ultimo disco edito ufficialmente è stato "Need The Needle", mentre purtroppo non avete ancora trovato un modo per piazzare quel fenomenale "Knownothingism" che avrebbe dovuto esserne il successore. Quali piani avete per il prossimo futuro di T/M/K?

Nessun lapsus mnemonico, è tutto corretto. Ma forse c'è qualche possibilità all'orizzonte per fare uscire "Knownothingism", ne stiamo discutendo proprio in queste settimane. Se le cose si muoveranno nel verso corretto, dopo la pubblicazione di questo album non ci resterà che annunciare la dipartita di T/M/K, e quindi la sua prematura resurrezione. Le grandi band, dopo carriere più o meno lunghe, seguono generalmente l'iter di uno scioglimento e poi di una pomposa reunion qualche anno dopo. Poiché considero T/M/K una grande band — e ci mancherebbe, diversamente avrei registrato e suonato altro — ho deciso di accelerare i tempi e optare per la sua morte e resurrezione in tempi drasticamente stringati. C'è chi ci ha messo solo tre giorni, non è il caso di essere da meno.

Tu stesso mi hai rivelato che siete già al lavoro sul nuovo disco di Shabda: puoi già svelare qualcosa al riguardo?

Certo, il nuovo album si intitolerà "Pharmakon / Pharmakos", comprenderà due sole composizioni e toccherà sfumature più vicine al folk, senza nulla togliere alla componente heavy ed alla struttura psichedelica. Sarà un lavoro con un'enfasi maggiore sulle percussioni. Mi piace descriverlo come se Shabda estendesse il proprio braccio da Est ad Ovest, abbracciando l'ermetismo della Tradizione Occidentale così come si è manifestata nel culto solare. Siamo in studio proprio in questo periodo, ed il materiale è molto intenso. Avremo come ospite in una delle due composizioni un amico e musicista molto talentuoso, il batterista degli Infection Code, Ricky Porzio.

Da circa sei mesi avete iniziato l'attività dal vivo e io ho avuto il piacere immenso di assistere all'esordio live di Shabda a Vercelli. Quando siete sul palco quale tipo di interazione avete tra di voi e con il pubblico?

Oh, ma nessuna davvero. Cosa che non significa che non avremo interazioni con il pubblico in futuro. Le cose ci sono e non ci sono, transitano e riappaiono.

Tu sei anche un eccellente disegnatore; quando e come hai scoperto questo tuo talento?

Da bambino, quando ho cominciato a disegnare sui muri di casa. Da allora non ho mai smesso, ma mi riservo di farlo in futuro. Disegno e dipingo perché serve: potrebbe, però, non servire più, e non desidero certo rimanere aggrappato a qualcosa per una pura necessità psicologica. La frase "non sto facendo nulla" applicata, ad esempio, a quando si sta semplicemente seduti con le mani in mano e non si è occupati in alcun modo, non ha alcun senso per una gran parte delle culture orientali: in questi contesti non stai mai facendo nulla, ma stai facendo l'atto di essere seduto su una sedia con le mani in mano. Forse il collegamento di quest'idea con la domanda non è così immediato, però è importante.

Bene Marco, penso che la nostra chiacchierata possa considerarsi conclusa. Ti ringrazio dal profondo del cuore per la tua disponibilità e ti lascio la parola un'ultima volta per concludere come preferisci.

Grazie a te e ad Aristocrazia tutta, incroceremo di nuovo le nostre strade.

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