La nigredo: da Gates Of Doom a Solfar | Aristocrazia Webzine

Solfar, la ricerca onirica della nigredo friulana

La nascita dei Solfar non è passata inosservata, da queste parti. Dopo lo smantellamento dei Gates Of Doom, questa nuova creatura è emersa dall’ombra non strisciando e arrancando ma presentandosi già con discreta decisione e sicurezza. Un nuovo inizio da una fine apparentemente casuale, ho pensato all’inizio. Eppure, a riascoltare il singolo con cui il quintetto si è affacciato nell’underground estremo italiano, resto convinto del fatto che da questi furlani ne sentiremo delle belle. Da qui l’esigenza di scambiare quattro chiacchiere con la band, per andare a fondo dell’arcano che ha portato alla dissoluzione dei Gates Of Doom e svelare, per quanto possibile, cosa ha in serbo il futuro per i Solfar.

Partiamo con una retrospettiva sui Solfar, che di fatto nascono dalle ceneri dei Gates Of Doom. Cosa vi ha spinti a chiudere quel capitolo e a mettere su i Solfar?

Anzitutto grazie dell’interesse riservatoci con questa intervista. I Solfar sono nati dalla necessità sempre più crescente di cambiamento rispetto a quello che stavamo facendo con la precedente band. I Gates Of Doom si sono formati nel 2012 per mano di ragazzini di quindici/sedicianni affascinati dalle sonorità epiche e dal melodic death svedese. Con Aquileia Mater Aeterna, rilasciato nel 2021, abbiamo raggiunto la sintesi di tutte le influenze che all’epoca della sua scrittura (2016-2018) ci avevano caratterizzato. Tuttavia, mentre cominciava la composizione del secondo album, ci siamo resi conto che la vena puramente black metal stava emergendo sempre più e che, in un certo senso, veniva spesso soffocata dal desiderio di rimanere coerenti con lo stile del progetto. All’epoca, la formazione era già quella che poi ha dato vita ai Solfar. A un certo punto, quindi, rendendoci conto di non riconoscerci più del tutto in quello che stavamo facendo, abbiamo preferito chiudere definitivamente quel capitolo per poter proseguire con coerenza e totale libertà espressiva.

Quindi questa metamorfosi non è consistita solo dell’avvicendamento in formazione, ma anche uno spostamento sulle coordinate musicali. Toni e tematiche folcloristico-epiche della prima ora non vi rappresentavano più?

Come è successo sul piano musicale, i Solfar sono nati con l’intento di creare qualcosa di nuovo e distaccato dal passato, perciò anche le tematiche all’epoca affrontate con i Gates (sulle quali avremmo potuto scrivere un’intera discografia) sono state lasciate in disparte in favore di altre più affini e che meglio stimolavano la scrittura del nuovo materiale. I temi trattati nel nuovo progetto hanno a che fare con alchimia, esoterismo, rapporto con il mondo materiale e spirituale, cicli di morte e rinascita e filosofia.

C’è però un elemento di fondo che mi pare faccia ancora da collante nella vostra attività, ovvero il legame radicato con la cultura friulana a partire dalla lingua. Manuel e Giulia, ad esempio, condividete anche il progetto Unviâr, completamente immerso nella lingua friulana. Qual è il motivo della vostra scelta, che si riflette anche nel nome Solfar (in contrapposizione, per dire, all’alternativa italiana Zolfo e all’inglese Sulfur)?

Se nei Gates Of Doom la friulanità riguardava il lato epico-storico in un’ottica prettamente descrittiva e narrativa, gli Unviâr sono nati dall’esigenza di Manuel e Giulia (anche qui Luca è presente come bassista e membro effettivo della band) di esplorare le radici e l’identità friulana da un punto di vista più intimo e riflessivo. La scelta del nome Solfar, invece, ci è sembrata naturale e ci ha permesso di identificarci fin da subito in un certo contesto culturale. Infatti la sua traduzione inglese o italiana non ci avrebbe rappresentati a pieno, seppur avrebbe chiaramente avuto lo stesso significato.

Quella della scelta del friulano è una scelta che riflette una vostra politica interna, che apprezzo ad esempio anche e più da vicino in Scuorn, che ha abbracciato il napoletano anche nei testi, o al sempiterno Agghiastru e agli esempi della scena mediterranea. Se da un lato, però, il sound dei Gates Of Doom poteva essere più vicino a quello dei nomi che mi sono venuti in mente poco fa, dall’altro mi pare che Solfar sia più vicino ad altre scuole di pensiero, musicalmente parlando. Penso alla scena islandese o a quella nidrosiana…

Come già detto, l’utilizzo del friulano per la scelta del nome è servito in questo caso più a creare un’identità personale coerente con quello che siamo, mentre abbiamo optato per l’inglese come medium linguistico per comunicare. Hai saputo cogliere benissimo due delle scene musicali che hanno sicuramente influenzato la scrittura dei nostri brani. Quelle da te citate sono delle interpretazioni del black metal che nel nuovo millennio hanno saputo reinterpretare un linguaggio in maniera fresca e sincera e in particolar modo quella nidrosiana ha riproposto un black metal puro, diritto al punto e per niente artefatto — intento che sentiamo totalmente nostro.

Veniamo a Solfar, dopo avervi fatto soffrire il giusto. Dire che ho gradito “Death Breath Asceticism” sarebbe riduttivo. Quali sono i feedback che state avendo, dopo l’uscita del singolo?

Pur essendo consapevoli che ripartendo totalmente da zero la strada sarebbe stata più tortuosa, siamo davvero molto felici e sorpresi dell’ottimo riscontro ricevuto nelle ultime settimane, soprattutto in seguito all’interesse e al giudizio positivo da parte di persone che in un certo modo hanno contribuito musicalmente a creare quello che siamo ora come band. Inoltre ci ha fatto molto piacere realizzare che molti di quelli che già seguivano i Gates Of Doom hanno accolto positivamente queste nuove sonorità.

Parlando la lingua del black metal atmosferico ma non per questo esclusivamente fumoso, “Death Breath Asceticism” cresce a mano a mano come una nuvola miasmatica che viene fuori un po’ alla volta da una fenditura in un terreno vulcanico. Com’è nato, come brano? Chi ha lavorato a cosa?

Tendenzialmente le composizioni nascono per mano di Manuel come traduzione in musica di sogni, suggestioni e, più in generale, esperienze del subconscio. Queste vengono elaborate inizialmente da lui in riff, spezzoni di brani o brani interi, per poi essere completati e rifiniti in sala prove da tutta la band. I testi, invece, vengono scritti da Stefano — il cantante — dopo aver definito dei concept di base per ogni canzone, a volte più vincolanti, altre più indefiniti e interpretativamente liberi. Nonostante ciò (e in particolar modo nell’ultimo periodo) capita spesso che durante i momenti “vuoti” a prove nascano delle idee che vengono immediatamente abbozzate e registrate, utili alla composizione di materiale futuro. Nel caso di “Death Breath Asceticism”, la canzone è nata in un paio di sere, influenzata proprio da un sogno, e ha richiesto solamente qualche rifinitura generale da parte di tutta la band per essere ultimata.

C’è da aspettarsi lo stesso tipo di dinamica compositivo-arrangiativa anche per un futuro lavoro più corposo da parte dei Solfar?

Dal momento che il modus operandi fin qui sperimentato sembra funzionare, l’idea è quella di persistere su questa strada, magari puntando un po’ più sulle sessioni di improvvisazione e sul lavoro di gruppo in sala, che ultimamente hanno dato alla luce diverse idee interessanti.

Perché a questo punto la domanda è anche questa: avete in serbo per noi qualcosa di più di un singolo?

Assolutamente sì! La scrittura del primo disco è ormai alle sue fasi finali. L’idea di pubblicare questo singolo è nata principalmente perché volevamo presentare il nuovo progetto il prima possibile, dato che eravamo ormai completamente inattivi sul fronte Gates Of Doom, e si era pure aggiunta la possibilità di qualche prima esibizione live, dimensione nella quale crediamo il progetto potrà davvero dare il meglio di sé. Inoltre i lavori su questa canzone e le tempistiche dilatate ci hanno permesso di sperimentare molto in studio per meglio muoverci poi durante i lavori per il full album. Abbiamo collaborato nuovamente con Davide Zago, già autore del mix dell’album dei Gates Of Doom e dell’EP degli Unviâr, per ottenere un suono organico e personale che meglio rappresentasse quello che volevamo trasmettere.

Adesso una domanda scomoda per Manuel che parte da un dubbio che mi è sorto quando ho incrociato per la prima volta il logo della band. Andando a ragionare sull’evoluzione del progetto, di cui hai sempre fatto parte, avrei immaginato avessi pensato tu al logo di Solfar. Con Gates Of Doom ho percepito un lento e costante allontanamento da quella che era stata la prima veste grafica scelta, eppure ora che era stato messo un punto all’esperienza precedente avete scelto di fare affidamento sulle (ottime) doti di Raoul, aka il signor View From The Coffin. Come mai?

Raoul è un amico e un artista del quale ho da sempre avuto una grande stima. I suoi loghi sono semplicemente i migliori ed era da tempo che avevo il desiderio di averne uno in un mio progetto musicale. È riuscito a creare qualcosa di incredibile, traducendo alla perfezione le idee che gli avevamo sottoposto, e gliene saremo sempre grati. Per la copertina del singolo abbiamo invece utilizzato un bellissimo disegno di Paulus Magnus, un illustratore francese con il quale sono in contatto da un po’. Rispondendo direttamente alla tua domanda devo dire che onestamente ho sempre sentito distante la dimensione legata al lettering e ai loghi in generale, pur essendone molto affascinato. Ne ho realizzati solo una manciata, confermando ancora di più la mia vocazione prettamente figurativa e legata al solo disegno.

Per quanto riguarda la copertina, invece, mi sono proprio trovato impossibilitato materialmente a realizzarne una perché avevo già una mole enorme di commissioni in quel periodo, ma credo che il disegno di Paulus sia semplicemente fantastico! Quando l’ha pubblicato sulla sua pagina l’ho subito inoltrato alla band e ci è sembrato davvero creato appositamente sull’idea che avevamo in mente. Tutti noi comunque abbiamo sempre curato con minuziosità l’aspetto grafico dei nostri progetti musicali, avvalendoci di persone stimate che, con la loro capacità, sensibilità e fantasia, hanno saputo creare qualcosa di unico donando valore aggiunto ai nostri dischi, e questo non cambierà in futuro!

Più in generale rispetto a prima, cosa hanno in serbo i Solfar per il futuro? La band ha una formazione completa: vi state preparando anche a suonare dal vivo? Avete già programmi?

Con i Solfar siamo partiti sicuramente con maggiore sicurezza rispetto al passato, data l’esperienza maturata con la band precedente e una maggior consapevolezza acquisita. Fin dal principio l’idea di suonare dal vivo è stata il pilastro fondante del progetto e ci siamo subito adoperati in tal senso per cercare e programmare delle date. La prima di queste avrà luogo a Graz, in Austria, proprio questo sabato. Sarebbe riduttivo dire che non vediamo l’ora!

Segui i Solfar su Facebook e Instagram. Per ascoltarli, cercali su Bandcamp, Spotify o YouTube.