Un'intervista con Stephen Lockhart

Un’intervista con Stephen Lockhart di Studio Emissary, Ascension Festival, Oration Records e Rebirth Of Nefast

Se sei appassionato di black metal, il nome di Stephen Lockhart è uno di quelli che senti pronunciare sempre più spesso, di questi tempi. Lockhart nacque in Irlanda, nono di nove fratelli, ma deve la sua reputazione nell’underground estremo all’Islanda, dove ha dato vita all’Ascension Festival (e prima di questo all’Oration Festival), a Oration Records, Rebirth Of Nefast, Studio Emissary e chissà quante altre cose in quella che uno potrebbe pensare essere una vita composta da giornate di quarantott’ore. Lockhart è la figura chiave che dal suo studio di Reykjavik ha prodotto gli album di Svartidauði, Sinmara, Tchornobog, Zhrine, Vástígr, Almyrkvi, Auðn, Inferno, Kaleikr, Helfró e una pletora di altri, oltre ad essere il curatore del festival che avrebbe dovuto portare sul palco Amenra, Dødheimsgard, Hexvessel e Mgła (tra i tanti) poche settimane fa. Fino all’arrivo dell’epidemia di COVID-19. L’Ascension MMXX è stato poi posticipato al 2021, così come tanti altri eventi, dal Coachella alle Olimpiadi.


Immagino che una decisione del genere non sia stata presa alla leggera, e abbia portato con sé una serie di conseguenze. Che tipo di impatto ha avuto e sta avendo tutta questa situazione sul tuo lavoro? Leggiamo di musicisti professionisti che lanciano campagne di crowdfunding ormai quotidianamente.

Dover cancellare il festival è stato in tutta franchezza devastante, ma alla fine è tutta una questione di prospettiva. Siamo stati costretti a cancellare il nostro festival, è vero, ma ci sono moltissime persone che hanno attraversato e stanno attraversando situazioni ben peggiori. Le nostre perdite sono solo finanziarie, che possiamo appianare col tempo. Non possiamo comprare la salute, per cui in questo senso siamo molto grati di ciò che ci è capitato. Tutta la situazione legata al festival è piuttosto complessa, come puoi immaginare, ma posso dire col senno di poi che la decisione di spostare tutto all’anno prossimo è stata giusta sotto tutti i punti di vista. Di tutto, l’incertezza di non sapere come avremmo dovuto e potuto procedere sarebbe stato l’aspetto più difficile da gestire. Avremmo perso tutta la line-up? Ci sarebbero stati effettivamente spettatori in grado di viaggiare e quindi arrivare qui? Ancora più importante, avremmo potuto ospitare ed effettivamente organizzare la cosa? La risposta ovviamente si è rivelata essere no. Poi, ovviamente, c’era l’elemento di sicurezza pubblica e responsabilità personale: se anche avessimo ottenuto le autorizzazioni necessarie, avremmo davvero messo 500 e più persone da oltre trenta Paesi nella stessa stanza per tre giorni durante una pandemia globale?

Mentre mi preparavo per questa intervista ho riletto l’articolo pubblicato su Bardo Methodology #2, nel 2017. Alla luce di questa quarantena, mi ha colpito in particolare l’ultima parte, in cui hai discusso il concetto di senzienza della natura. Non stiamo vivendo alcun «trionfo della natura selvaggia», ma la qualità dell’aria che respiriamo è decisamente migliorata. Non sono un complottista, e mi piace pensare che sia una piccola risposta del pianeta al nostro comportamento scriteriato. Hai studiato scienze forestali, e i tuoi studi sono stati il motivo originale per cui sei finito in Islanda, perciò qual è la tua idea in merito?

È un’idea interessante, ma nei fatti non mi pare che la situazione sia un bilanciamento. Non perché io voglia sminuire la situazione, ma nell’economia globale delle cose, anche con le peggiori previsioni legate a questo virus, difficilmente sarà una vittoria nell’eterna lotta uomo contro natura, soprattutto considerando che noi siamo otto miliardi di persone con un aumento della popolazione di duecentoventimila persone ogni giorno. Ciò che è più interessante considerare è forse l’impatto che tutto questo sta avendo sulla percezione collettiva. Le morti alla fine cesseranno e l’inquinamento tornerà ai livelli precedenti e nei canali di Venezia non si vedranno più delfini. Quello che però mi piace immaginare, almeno a quelli di noi non direttamente affetti dalle conseguenze mortali del virus, è che questa pandemia potrà insegnare un po’ di umiltà. Nel senso che no, la natura non ci sta combattendo, ma sì, siamo ancora alla mercé del pianeta e dei suoi meccanismi, e nessuna somma di denaro, arroganza o posizione di potere potrà salvarci da questo. Non siamo invincibili e ci sono lotte che non possiamo vincere, indipendentemente da quanto ci illudiamo.

Immagino questa situazione sia la peggiore che ti sia mai trovato ad affrontare legata all’Ascension Festival, ma guardandoti indietro sei ancora soddisfatto della tua decisione di riprendere a organizzare un evento del genere, dopo la tua iniziale intenzione di abbandonare il tutto chiudendo l’Oration Festival?

Ora è probabilmente il momento peggiore per fare una domanda di questo tipo, ma in linea generale sì! È un impulso irrefrenabile. Abbiamo la fortuna di avere un sacco di altre cose che ci tengono occupati, eppure c’è un senso di vuoto nel non avere un festival da organizzare quest’estate. Tentiamo sempre di sperimentare un po’ e di provare nuovi approcci con i nostri festival, e anche solo per questo motivo è stato difficile da accettare — tutte queste idee che non abbiamo mai avuto occasione di mettere in pratica e che dovranno aspettare un altro anno per trovare realizzazione. Quando decidemmo di porre fine a Oration Festival fummo probabilmente un po’ affrettati. All’epoca avevamo appena scoperto che avremmo avuto un altro bimbo e ci immaginavamo un futuro di pannolini e notti insonni, ma alla fine tutto si è rivelato molto più gestibile di quanto pensassimo inizialmente. Oltre a ciò, eravamo scoraggiati da quanto difficile sia organizzare un evento di questo tipo in Islanda. A volte può essere soverchiante, ci sono momenti in cui ti accorgi che hai tutto contro. Il problema principale è che non ci sono abbastanza persone coinvolte nella scena black metal locale per riempire gli eventi. La scena qui è forte e molto attiva, ed è cresciuta enormemente negli ultimi anni, ma non così tanto in termini di seguito sul territorio. Per questo ci tocca combattere con le unghie e con i denti per portare qui spettatori stranieri, nonostante la nostra line-up non abbia nulla da invidiare a tanti altri festival stranieri con un numero esponenzialmente più alto di partecipanti. Può essere sfinente, frustrante e molto stressante, ma è una sfida di cui non riesco a fare a meno. D’altronde niente che ne valga la pena è facile. E noi vogliamo creare il festival perfetto, per cui per il momento conviviamo con qualche notte insonne!

Per quanto riguarda la tua attività di produttore, l’emergenza sanitaria ha avuto e sta avendo invece un grosso impatto su Studio Emissary?

Al momento la pandemia non ha avuto alcuna conseguenza sulle operazioni di Studio Emissary, nello studio lavoro da solo, generalmente con pochissimi contatti diretti. Anche con la mancanza del festival quest’estate, siamo pienissimi. Ad oggi abbiamo abbastanza progetti per andare avanti fino alla fine dell’anno, con richieste che arrivano continuamente. Ciò che accadrà in futuro, chi può dirlo. La gran parte delle persone ancora non ha il polso di quali saranno le ripercussioni economiche che subirà a seguito di tutta questa faccenda. L’altro lato della medaglia è che spesso un calo economico e le difficoltà che ne conseguono danno vita a una profonda creatività, per cui chissà cosa ne verrà fuori. Per quanto riguarda il settore dell’ingegneria del suono, forse vedremo un assottigliamento delle sue fila, che lascerà spazio a servizi più professionali. O forse, più probabilmente, questa estetica DIY diverrà ancor più predominante. Qualsiasi ipotesi a questo punto è pura speculazione, o alla meglio una pia illusione!

Da un altro punto di vista, hai dichiarato di scegliere le tue collaborazioni prevalentemente basandoti sul fattore umano: preferisci lavorare con persone con cui ti trovi bene anche se la loro musica non è proprio di tuo gusto, piuttosto che produrre gruppi black metal di kvlto con cui però non ti trovi in sintonia. Casomai qualche musicista sia interessato a prenotare il proprio slot nello studio, quali sono le ragioni per cui hai rifiutato delle collaborazioni, se ne puoi parlare?

Non arrivo mai al livello in cui sono nel bel mezzo di un lavoro e devo staccare la spina. A questo punto della mia carriera ho sviluppato una buona sensibilità per capire che tipo di persona ho davanti quando qualcuno chiede informazioni per una collaborazione. Tollero poco l’arroganza o i brutti atteggiamenti, e in generale noto questo genere di toni piuttosto in fretta. Sono anche arrivato a un punto in cui posso permettermi di scegliere le persone con cui voglio lavorare, contrariamente a com’era quando ho iniziato, quando ero più incline ad accettare un lavoro anche solo per fare esperienza o per necessità economiche. L’ironia della situazione è che spesso più esclusivi sono i tuoi clienti, più facile diventa lavorarci, quantomeno da un punto di vista strettamente professionale. Sanno come ci si muove all’interno di uno studio e non devono essere costantemente imboccati, conoscono il lavoro. E, altro punto molto importante, hanno accumulato sufficiente esperienza da sapere che gli album con un ottimo suono non vengono prodotti con un budget risicato. In altre parole, non ho più bisogno di lavorare con trenta band all’anno per far quadrare i conti.

Spostiamoci su Rebirth Of Nefast: hai voglia di presentare il progetto a chi non conosce la tua band? Il tuo unico album, Tabernaculum, è uscito ormai tre anni fa, ma non sei mai stato uno frettoloso. Riesci a trovare il tempo per concentrarti sulla composizione di nuovo materiale? La quarantena ha aiutato?

Rebirth Of Nefast è stato il mio principale sforzo artistico per tutti gli ultimi quindici anni. Fondamentalmente è un progetto solista in cui compongo, suono (non la batteria) e produco tutto. Oltre a questo però, onestamente mi viene difficile presentarlo, perché ci sono tanti aspetti personali di questo progetto che è per me impossibile articolarli in modo soddisfacente. Preferisco che sia la mia espressione artistica a parlare per sé, e a lasciare che il resto venga colmato a interpretazione. Il black metal come genere è già stato demistificato a sufficienza, senza che debba aggiungercene del mio! In realtà nulla durante la quarantena per noi ha davvero rallentato, anzi tutto all’opposto. Tra i mal di testa di un festival rimandato e tutti gli altri progetti che conseguentemente hanno subito delle modifiche, non c’è stato molto tempo libero da dedicare a Rebirth Of Nefast, così come a niente altro. Tuttavia è un progetto cui a qualche livello sto sempre lavorando e mettendo mano, che sia mentre sono seduto a comporre e registrare, o anche solo mentre penso e ripenso a qualche arrangiamento, ce l’ho sempre in testa.

Te lo chiedo perché hai detto che prima di pubblicare della musica devi essere completamente soddisfatto del tuo lavoro. Visto che ti ci sono voluti quasi dieci anni per completare Tabernaculum, è piuttosto chiaro che non lasci alcun aspetto al caso. Ora che è passata un po’ d’acqua sotto i ponti, come ti rapporti a quell’album? A me piace ancora molto, per quel che vale.

Sono ancora molto orgoglioso di quel lavoro nella sua interezza. L’ho ascoltato migliaia di volte, ma ancora oggi ci sono parti che mi fanno drizzare i peli sulla nuca. E, personalmente parlando, credo che raggiungere questo tipo di impatto emotivo dovrebbe essere la motivazione primaria del fare arte, per cui in questo senso sì, ritengo l’album un successo completo. In termini più pratici, certo, ci sono aspetti cui oggi mi approccerei in modo differente, ora che ho un po’ più di esperienza alle spalle, ma credo sia assolutamente naturale, e anzi che sia così che debba essere. Se ancora oggi, a quattro anni di distanza dal suo completamento, ritenessi l’album perfetto, perché dovrei voler continuare? Da un punto di vista tecnico, ci sono alcuni aspetti che oggi realizzerei in altro modo, ma di nuovo, è normale. Fa tutto parte dell’esperienza e della crescita. La cosa più importante è che tu faccia del tuo meglio con le capacità e gli strumenti che hai a disposizione in quel momento, e posso dire di averci provato con tutte le mie forze, per cui non ho alcun rimpianto.

C’è questo aspetto che trovo estremamente affascinante: ho parlato con alcune persone che hanno lavorato con te e ti conoscono personalmente, e tutti quanti hanno detto che sei una persona estremamente disponibile e alla mano, e dal tono della conversazione che stiamo avendo ho la stessa sensazione. Rebirth Of Nefast sembra rispecchiare un lato di te completamente diverso, per cui mi chiedo in che stato d’animo o situazioni ti trovi quando lavori a pezzi come “Carrion Is A Golden Throne”.

È un’osservazione curiosa, devo dire, ed è piuttosto difficile per me commentare una cosa del genere, posso parlarne soltanto parlando dalla mia prospettiva. Immagino si possa dire che ho diversi lati, e alle volte alcuni si rivelano più dominanti di altri. Per farla semplice, penso che Rebirth Of Nefast sia un prodotto del mio lato oscuro. Vale la pena però dire che nessuno di questi è indipendente dall’altro. Forse non traspare così evidentemente dalle nostre conversazioni, ma ciascun aspetto influenza gli altri e tutti convivono insieme. Come tutti, io non sono altro che la somma delle parti. Detto questo, tendo a non prendermi troppo seriamente nelle cose di tutti i giorni, e tendenzialmente ho un atteggiamento tranquillo, ma l’approccio più austero e serioso che ho nei confronti di Rebirth Of Nefast e di altri impegni artistici è sempre presente in un qualche grado, almeno quando riguarda argomenti che considero importanti. Il risultato è che non ho mai bisogno di qualche condizione particolare per mettermi a comporre, perché tutte le componenti sono già lì, è solo questione di quali sono le cose su cui scelgo di concentrarmi. Potrei benissimo andare in giro tutto il giorno con in testa tutta la negatività di Rebirth Of Nefast, ma è qualcosa che scelgo di non fare. Nel mondo ogni minuto di ogni giorno c’è più orrore di quanto una mente sana dovrebbe poter tollerare. Puoi scegliere di focalizzarti solo su di esso e fingere che questo sia tutto ciò di cui è fatta la tua vita, ma non è così. È una parte, sicuramente, ma ci sono tanti altri aspetti positivi di cui posso essere grato. Scelgo di focalizzarmi su di essi, perché — almeno per me — ce ne sono davvero tanti.

Devo dire anche che ti ringrazio per aver fatto questa domanda, perché tante volte si pensa che il musicista black metal debba costantemente mantenere un velo di serietà a tutti i costi, un’immagine dell’intellettuale ultra-profondo, sorta di impersonificazione ambulante del messaggio che la sua band dovrebbe veicolare. In realtà queste apparenze di solito sono una grande scemenza. Nella mia esperienza, tutti tendono ad essere piuttosto tranquilli e rilassati, di persona. Certo, ogni tanto ti imbatti in quei giovani insofferenti che ce la mettono tutta per essere true a tutti i costi, o in quei dinosauri duri e puri, ma in generale la maggior parte dei musicisti che conosco non è un riflesso della propria musica, o almeno non in modo negativo.

Come sei entrato in contatto con NoEvDia? Sono una delle etichette più di culto e tenute in alta considerazione dagli appassionati, al giorno d’oggi. Com’è stata la tua esperienza con loro?

Collaboriamo dai tempi di Ex Nihilio, lo split tra Rebirth Of Nefast e Slidhr del 2008, che uscì per End All Life Productions (gestita dalle stesse persone). L’esperienza con loro è sempre stata positiva. Ci danno il supporto di cui abbiamo bisogno perché la nostra visione sia manifestata, e ancor più importante presentata con l’integrità e l’enfasi che questa forma d’arte richiede. Questo tipo di approccio è molto in linea con il modo in cui voglio presentare il mio lavoro, per me è un ottimo connubio.

Riguardo alla domanda precedente e al tuo commento, in cui ipotizzavi che il DIY potrebbe diventare ancor più predominante in questo mondo, quanto ritieni sia importante, nel 2020, collaborare con una buona etichetta, registrare in un buono studio e lavorare con un buon produttore?

Il principale fattore da prendere in considerazione è l’obiettivo finale: qual è lo scopo della musica che stai creando? La soddisfazione del tuo ego? Il successo commerciale? Il piacere di creare arte in sé? Un punto a mezza via tra queste opzioni? Per le band in cerca di successo, nel senso di far diventare la musica un lavoro, di andare in tour regolarmente, o semplicemente guadagnare sufficienti entrate economiche per poter creare musica senza limitazioni, c’è una serie di possibilità, ma alla fine un disco ben prodotto, registrato in uno studio professionale e pubblicato da un’etichetta che ha i mezzi per poterlo promuovere e distribuire, aumenterà sicuramente le probabilità di raggiungere questi obiettivi. Se, d’altra parte, una band vuole solo fare musica per il piacere di farlo, a quel punto è sufficiente essere supportati da un’etichetta che creda in lei e che l’album rappresenti fisicamente ciò che gli artisti avevano in mente. Il lato negativo di tutto questo è che ovviamente più si mantiene un profilo basso, più il budget a disposizione rischia di essere limitante, da cui la prevalenza di un’attività fai da te in questi casi. Una cosa che ho notato in generale, è che molti gruppi tendono a cadere da qualche parte nel mezzo, un po’ di qua e un po’ di là. Per queste band, il modus operandi è diventato di lavorare il più possibile in autoproduzione, e destinare risorse limitate solo a quegli aspetti del processo di produzione considerati più vitali: la registrazione della batteria, il missaggio, il mastering e cose così. Questo è un buon compromesso in molti casi, ma nella mia esperienza più spesso che no questo approccio selettivo un po’ improvvisato finisce per dare risultati, appunto, compromissori. La tecnologia ha raggiunto il punto ora in cui più o meno chiunque può registrare un ampio novero di strumenti da casa con risultati accettabili e avendo bisogno di un investimento finanziario minimo. Queste registrazioni vengono poi passate a un ingegnere per essere mixate e messe insieme, cercando di compensare le lacune del materiale originale. Ciò che manca a livello generale in questa modalità è una sorta di supervisione, qualcuno che dica questo lo devi registrare di nuovo o prova a suonarlo in quest’altro modo. Per quanto possa sembrare un compromesso minimo, questo tipo di input sono un grande valore aggiunto, e spesso fanno la differenza tra un buon album e un grande album.

Oltre a questo, la cultura DIY ha anche contribuito grandemente a quello che oggi si chiama comunemente fix it in the mix [sistemalo quando fai il mix, NdR]. Questo significa fondamentalmente accontentarsi di una performance inferiore, più scadente, sapendo che tanto potrà essere sistemata in post-produzione. Spesso è vero, si può sistemare, ma il risultato non è mai lo stesso. Di norma, un disco che suona alla grande inizia con il musicista: un musicista capace che suona materiale ben arrangiato e lo fa con passione, nell’ambiente giusto, con strumenti accordati a mestiere; sembra una banalità, ma spessissimo qui stanno le lacune più grandi. Il risultato delle pezze messe in fase di missaggio è che i musicisti non dedicano più lo stesso tempo alle loro creazioni, e questo a cascata ricade sulla composizione della musica. Di conseguenza ci ritroviamo un oceano di album insipidi, ma con suoni decenti. È qui che credo che il ruolo del produttore sia enormemente sottostimato e, in moltissimi casi, del tutto incompreso. Non importa quanto buono sia il tuo orecchio, quanto competente tu ti senta alla console o quanto buona sia la tua strumentazione, non puoi sostituire l’esperienza, la supervisione e, in ultimo, il gusto. Queste sono cose che la tecnologia non sarà mai in grado di rimpiazzare. Quando hai lavorato a dozzine, centinaia di album, sviluppi un approccio che gli ingegneri a livello amatoriale o per hobby non hanno, un feeling per l’album nella sua interezza. Lo stesso si può dire per chi si occupa di missaggio e mastering: indipendentemente da quanto tu possa ottenere un buon tono di chitarra o suono di batteria, non serve a nulla se non puoi trasportarlo in un risultato bilanciato ed emozionante, che accentui l’impatto emotivo della musica. Di nuovo, gli algoritmi non potranno mai sopperire a questo aspetto.

Qui mi stai dando un sacco di spunti interessanti. Mi vengono in mente un sacco di esempi per quanto riguarda il concetto di supervisione cui fai riferimento. Da una parte penso a Seasons In The Abyss con il camaleontico Rick Rubin, in grado di lavorare più o meno con qualsiasi genere di artista, dall’altra al Black Album dei Metallica e Bob Rock. Te lo chiedo in modo apertamente provocatorio, ma potrebbe essere che un’altra ragione per l’autoproduzione e la decisione di lasciare a un esterno soltanto il mix finale sia il fatto che un gruppo non voglia che il proprio lavoro sia toccato da nessun altro, che abbia paura di qualche interferenza? Come fa una band a capire quale studio e quale produttore potrebbe rivelarsi il giusto supervisore per il proprio album?

Certamente, questo è un tema, e sicuramente lo è stato per me quando ho iniziato ad autoprodurmi quindici anni fa. Ma è anche importante sottolineare che oggi i tempi sono profondamente diversi. Non è mai stato così facile trovare chi è il responsabile della produzione dei tuoi dischi preferiti. Semplicemente, se un sacco della musica che ascolti è prodotta dagli stessi produttori, è lecito pensare che questi potranno dare un’impronta simile alla tua band, se il tuo sound si muove più o meno su quelle coordinate. Quindici anni fa, d’altra parte, dovevi fare un bel po’ di ricerca per scoprire chi produceva cosa, spesso la soluzione migliore era possedere fisicamente i dischi e leggerne le note di produzione (follia, lo so). Un altro elemento da considerare è che il missaggio è un passaggio fondamentale nel processo di produzione. Registrazioni povere spesso possono essere salvate da un ottimo mix, ma allo stesso tempo ottime registrazioni possono essere rovinate da uno pessimo, per cui mettere il mix nelle mani di qualcun altro è un rischio ugualmente grande, se non addirittura peggiore, che permettere a qualcuno di registrare il tuo gruppo.

Il giusto tempo da dedicare alla composizione. Penso che questo sia un enorme problema dell’era digitale: troppe band pubblicano album solo perché possono, one man band che pubblicano due album digitali all’anno o anche di più. Ok, la tecnologia ha dato ai musicisti possibilità che prima non si sarebbero mai potuti permettere, ma questo ha rapidamente saturato il mercato, e l’effettiva porzione di pubblicazioni valide è decisamente minima. Qual è la tua opinione su questa scena così sovraffollata, in veste di produttore, di artista e di fan?

Si ritorna ancora al punto di cui parlavamo in precedenza: qual è lo scopo della musica? Qual è il punto? Qual è la motivazione che ti fa pubblicare in fretta e furia due album mediocri in un anno, quando puoi darti del tempo e pubblicare invece un ottimo lavoro? Una delle cose in cui credo più fermamente è che l’arte debba prima di tutto nascere con una certa integrità. Non dovrebbe essere ricercata per vendere dischi, e ancor meno per appagare l’ego di qualcuno. Gli artisti di cui parli possono dire la stessa cosa? O ancora prima, gli interessa questo tipo di ragionamento? È una lama a doppio taglio. Da una parte è bellissimo che le persone possano produrre la propria musica. Credo che la creatività vada incoraggiata, perché è uno dei modi più nobili in cui una persona possa decidere di investire il proprio tempo. Tutti devono iniziare da qualche parte, nessuno è nato grande musicista né compositore. Anzi, questo modus operandi è esattamente il modo in cui ho iniziato io stesso, nel senso che non mi fidavo di qualcun altro per produrre i miei lavori, per cui ho imparato io come farlo direttamente. In questo senso, l’idea che le band vengano denigrate perché contribuiscono a questo mare di pubblicazioni mediocri non mi piace, per quanto possa capirne le ragioni, soprattutto considerando che la mediocrità spesso costringe in ombra progetti più validi.

Il punto però è che la scena metal è sovraffollata. E ora, nell’epoca digitale, è facilissimo emulare altri gruppi. Cambiano come il vento, ma puoi chiaramente notare fasi e mode che vanno e vengono, gruppi che usano gli stessi artisti, fotografi, produttori, impacchettandosi per avere un appeal preciso nei confronti di determinate etichette e cose del genere. Io non riesco a capire questo comportamento. Di solito, la sola insinuazione che qualcosa cui sto lavorando possa essere paragonato a qualcos’altro per me è motivo sufficiente a farmi ripensare interamente al concept. Trovo che la sfida di creare qualcosa di diverso, nuovo o inusuale sia già di per se stessa una motivazione. Non che ci riesca sempre, ovviamente, perché è ovvio che le influenze esterne ci siano, anche solo a livello inconscio, indipendentemente da quanto io tenti di combatterle. Ma all’opposto di questo provare consapevolmente e apertamente a emulare un’altra band non ha davvero senso.

Ci siamo scambiati mail per settimane e ancora non abbiamo iniziato a parlare di Oration Records: ti va di discutere l’etichetta e i progetti e i gruppi con cui collabori? E, se ce ne sono, su che tipo di criteri ti basi nella scelta di firmare un gruppo piuttosto che un altro?

Oration è un’etichetta che prima di tutto vuole essere un supporto per band e artisti in cui crediamo. In ogni sforzo che faccio e facciamo consideriamo l’integrità artistica più di qualsiasi altra cosa e questo non fa eccezione nel caso di Oration. Il criterio in realtà è molto semplice: deve piacerci la musica quanto l’estetica, dobbiamo sentire un grado di connessione con gli artisti a livello personale e dobbiamo credere nel loro approccio artistico. La motivazione alle spalle non è di trovare i prossimi Watain o Behemoth e riempirci le tasche, quelle non sarebbero pubblicazioni che appoggeremmo. L’idea è che il business sia secondario rispetto all’espressione artistica. L’idea che ogni band sia un prodotto vendibile o meno è qualcosa che rifiutiamo. Se un gruppo è in qualche modo famoso, ma non crediamo nei suoi meriti artistici, non ci interessa lavorarci. Se una band ha dei meriti artistici, ma siamo professionalmente o personalmente incompatibili, non ci interessa collaborare. Se i requisiti ci sono tutti, ma semplicemente qualcosa non torna, non abbiamo delle buone impressioni, non lavoreremo insieme. Non è questione di avere la possibilità di vendere diecimila copie di un disco, questo è irrilevante. So che può sembrare un approccio un po’ oltranzista, ma va bene così. È un ottimo filtro per il tipo di gruppi con cui vogliamo lavorare.

Nessuna delle nostre band ha l’illusione che il proprio album sarà recensito da cento riviste, o che finirà sulle compilation di chissà chi. Ciò che sanno però è che i loro dischi saranno realizzati nel modo più fedele alle loro intenzioni, da un’etichetta che vuole genuinamente supportarle e aiutarle a crescere. Crediamo che la vera arte debba essere ricercata, non imboccata, e se non fosse per la necessità di coprire i costi di produzione, probabilmente pubblicheremmo semplicemente dischi, senza nemmeno annunciarli. Ma è anche vero che oggi ci muoviamo in un mondo in cui l’ascoltatore non ha più la pazienza di ascoltare dopo i trenta secondi di intro, figurarsi aggiornarsi su un’etichetta (che magari pure gli piace e segue), ragion per cui cerchiamo di tenere un certo grado di visibilità, per quanto con un po’ di riluttanza.

Tantissime band oggi sono in cerca di un’etichetta e vogliono che il loro album venga pubblicato domani, magari anche oggi, e solo perché non è possibile farlo uscire ieri. Alla fine, tantissimi artisti potenzialmente interessanti finiscono per non essere notati perché hanno firmato contratti di fretta a condizioni ridicole, magari con cento copie stampate e nessuna promozione, e nove volte su dieci finiscono con l’essere delusi dal risultato finale. Tu hai a che fare con tutta la filiera del mondo metallaro, che tipo di percorso consiglieresti a una band, nel 2020, perché possa farsi notare nel senso migliore del termine?

È una domanda molto difficile. Di nuovo, torniamo alla questione del perché una band vuole farsi notare. Qual è il fine ultimo? È questo a determinare i mezzi. Oggi è piuttosto evidente che più o meno qualsiasi cosa può essere la tendenza del mese. Band affermate rilasciano nuovi album, spesso anche con ottimi riscontri, che vengono messi in ombra da qualcos’altro nel giro di poche settimane. Non so se sia un riflesso di questo sovraffollamento di cui parlavamo prima, il crollo della soglia di attenzione della gente o qualcosa di totalmente diverso, in ogni caso sembra che nulla riesca più a lasciare un segno duraturo. Per cui che fare? Se l’obiettivo è portare la band il più lontano possibile, allora come dicevo bisogna seguire una strada e spuntare tutte le varie caselle. E fare network. Sempre più spesso vedo gruppi che non sono nulla di speciale a livello artistico, ma molto bravi a promuoversi, sorpassare gruppi nettamente migliori. Non ho grande rispetto per questo modo di fare, ma funziona così, è un dato di fatto. Tuttavia sono abbastanza convinto che creare per il piacere di farlo, alla fine parli da sé. La virtù che sta nel creare qualcosa senza secondi fini, senza un obiettivo finale, è ciò che porta all’arte più vera. Se si rimane coerenti, seguendo questo approccio, chissà, magari si può ottenere il successo anche così. Personalmente, preferisco avere un catalogo di pochi titoli, ma buoni, che io possa portare in palmo di mano, piuttosto che avere successo dovendo compromettere la mia integrità.

Ultima domanda, promesso: progetti futuri meritevoli di menzione?

Ci sono diverse nuove band islandesi con cui sto lavorando e che lasceranno il segno, ma ad oggi non posso ancora parlarne. Poi ci sono i nuovi Inferno, Nexion e Tchornobog in arrivo, e il debutto dei Prison Of Mirrors che esce su Oration proprio in questi giorni!


Link ufficiali:
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Oration Records sito, FacebookBandcamp
The Rebirth Of Nefast FacebookBandcamp

La foto in apertura è © Void Revelations, tutte le altre immagini sono © Woda I Pustka.

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