Alla conquista della Tarbathian Fortress

Alla conquista della Tarbathian Fortress: sulla scena underground di Tartu e sul Pergerus

Eccola lì, proprio di fronte alla Finlandia, dall’altro lato del golfo orientale formato dal mar Baltico: l’Estonia. Lo so, lo so, chi non l’ha mai confusa con Lituania e Lettonia. Quel paese grande più o meno quanto i Paesi Bassi e abitato appena da 1,3 milioni di persone, la cui cultura non è mai andata troppo oltre i suoi confini; eppure il metal è arrivato anche qui. Un bel tour guidato sarebbe stato l’ideale per avventurarsi alla scoperta dell’underground locale, ma a un anno di distanza siamo ancora qui alle prese col Covid-19, per cui ci tocca accontentarci di un viaggio virtuale. Allora entra in gioco Maddy, il bassista di Form e Langenu. Con il suo aiuto tentiamo di riassumere come se la passa l’unico paese non-indoeuropeo del Baltico e, nello specifico, la città di Tartu. Ma prima di tutto, qualche notizia sull’Estonia perché — siamo onesti — probabilmente ne avete sentito parlare di più in questa introduzione che negli ultimi vent’anni.

Sebbene la maggior parte delle volte la si identifichi come la patria di Metsatöll e Loits, l’Estonia ha anche altro. Tharaphita, Urt, Sõjaruun, Deceitome, Thou Shell Of Death, Süngehel, Pime, Bestia e il collettivo della cosiddetta Tarbathian Metal Scene sono solo alcuni dei nomi attivi nell’area; e, citando Maddy, «i festival continuano a spuntare come funghi dopo la pioggia», una metafora sorprendentemente vivida che ben rende l’idea della salute della musica live in zona. Hard Rock Laager, Howls Of Winter, Käbliku Beer Camp & Rock’N’Roll e Barbar Feast sono alcuni degli eventi offerti dal non-così-vasto territorio estone. Una differenza, però, va fatta tra il nord del paese e il sud.


Maddy: In tutta onestà, Tartu non mi sembra neppure nello stesso paese di Tallinn [che è situata di fronte Helsinki, nella zona più a nord del Paese], ma è un po’ così ovunque. La capitale è un posto completamente diverso e la regione più urbanizzata del paese. Personalmente non mi piacerebbe viverci, perché lì pare che tutti vadano di fretta. In un certo senso è davvero così, perché la gente lì sembra essere più ambiziosa e impegnata. A Tartu la gente sembra invece più rilassata. Il posto ha un che di rilassato [in originale “cozy”] e anche per questo viene sfottuto dalla gente di Tallinn, che lo chiama villaggio. A me non dà realmente fastidio, sono nato in campagna e mi piace la pace. Forse è anche per questo che la scena metal di Tallinn pubblica un album dietro l’altro e quella di Tartu… beh, ha un altro ritmo.

Purtroppo l’intera bellezza di Tartu andrebbe apprezzata dal vivo — non escluderei l’Estonia tra le mete turistiche del mio futuro, ecco — ma per ora ci accontentiamo di un’ultima descrizione offerta da Maddy che riprende le parole del cantante degli Ziegenhorn.

Tartu è interessante perché partendo a camminare dal centro città medievale ti ritrovi in un tipo diverso di città a seconda della direzione che segui.

Ora, partiamo dallo split Tarbathian Fortress: da dove esce fuori il nome e per cosa sta, se effettivamente sta per qualcosa?

Maddy: Tarbatu era il nome storico di Tartu e più nello specifico della sua fortezza. Nel metal è abbastanza comune avere un approccio retrospettivo un po’ romantico verso il medioevo. 1695 — già, è proprio un nickname — è uno dei membri del Pergerus e ha avuto l’idea di dare un nome storico all’album e alla scena locale in toto. Tra l’altro, lavora al museo nazionale estone e si interessa di archeologia, quindi gli vengono in mente cose del genere in continuazione.

Quanto è rappresentativo dell’intera scena locale, secondo te?

Questo rappresenta la scena di Tartu. All’inizio eravamo un gruppo un po’ più piccolo che condivideva lo spazio per le prove, che chiamavamo e continuiamo a chiamare Pergerus, un nome dal sapore medievale completamente inventato da me usando lettere prese dai nome delle band. Inizialmente eravamo Langenu, Form, Tapper, Mortferus e Ulguränd, poi si sono uniti Sküllfükk Satänik Slüts e Ziegenhorn. La scena di Tartu è cresciuta da allora e non tutte le band locali sono legate al Pergerus, così ci si riferisce in blocco alla Tarbathian Scene.

Tarbathian Fortress è uno split tra molte band: davvero un botto, considerato che Metal Archives segna solo 38 gruppi a Tartu. Di chi è stata l’idea? E come l’avete organizzata?

L’idea dello split è venuta al nostro amico Kruxator, la mente di Ziegenhorn, originariamente tedesco ma ormai qui da un po’. Voleva che la prima uscita della sua neonata etichetta Warhorn Records fosse speciale, quindi l’idea di uno split album era perfetta. La scena metal in Estonia, tra l’altro, è più grossa di quanto riporti Metal-Archives. Oltre a nuove aggiunte recenti, c’era un po’ di storia che poteva essere recuperata su estonianmetal.com, sito che ahimè non è più online.

Onestamente lo split mi pare un lavoro molto collettivo. Quanto c’è di effettivamente tale dietro Tarbathian Fortress e, in generale, nell’underground di Tartu?

Quando abbiamo messo su il Pergerus ci sentivamo un collettivo e discutevamo ogni cosa, lavorando come un team ecc. Nel tempo questa dinamica è andata un po’ svanendo e le band hanno iniziato a lavorare in autonomia. Kruxator ci ha riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto assieme ad altri gruppi, i cui membri alcuni di noi non conoscevano. Il primo meeting si è tenuto nello studio-sala prove Pergerus, alla fine del quale ognuno di noi aveva un compito e una scadenza. Tutto è stato fatto qui a Tartu, a partire dalle band che registravano fino a chi si è occupato di editing, mixing e mastering, compresi i responsabili degli aspetti visuali e lirici, nonché la stampa effettiva dei dischi, avvenuta presso un impianto del posto. Ogni aspetto importante è stato discusso insieme e ci chiedevamo l’un l’altro opinioni. Puoi assolutamente chiamarlo un collettivo e questo co-working continuerà in futuro.

Pensi che un lavoro del genere sarà un unicum o potremmo trovarci davanti compilation simili, nel tempo?

Potrebbe succedere, come sarebbe interessante mettere su qualcosa con altre scene locali ed estere. Penso che Warhorn Records tirerà fuori altri conigli dal cilindro abbastanza presto.

Tornando alla questione del collettivo: ecco che mi lavo le mani e passo a te la patata bollente. Ti va di presentare tutte le band che hanno preso parte allo split?

Okay, andiamo, seguendo l’ordine di apparizione.

Sküllfükk Satänik Slüts: chiamano il loro genere B.D.S.M. come acronimo di black death speed metal. La loro performance ed estetica mi riporta alla mente flashback dei Motörhead e dei Turbonegro. Stanno per pubblicare una demo in cassetta di sette tracce, Uncut Speed 2021 Demo(lition), e probabilmente potrebbe essere già fuori quando questa intervista sarà pubblicata.

Ulguränd: tecnicamente si tratta di pagan black metal, ma loro lo chiamano Ragnaröcknroll, un nome intelligente e appropriato, per me. I testi sono principalmente basati su eventi storici realmente accaduti, piuttosto che su roba di fantasia come più solitamente succede nel pagan black. Hanno pubblicato un EP nel 2019 e stanno lavorando a un album al momento.

Ziegenhorn: black-death metal a tema capre. La loro prima demo è andata sold-out con una velocità incredibile. Considerato quant’è stata vissuta la loro prima uscita live, mi aspetto arrivino lontano.

Koffin: un’altra band passata da sotto terra a sotto ai riflettori. Old-school death metal, mai fuori moda. Suoni ed estetica sono roba di qualche decina di anni fa. Di roba da ascoltare, indossare o cucire nel proprio battle vest ce n’è sul loro Bandcamp.

Igor Mortis: ecco, se un film horror di serie C nato con delle palle aliene fosse una band, sarebbe loro. Sottolineo il lato gore che descrive appieno sia il cantato sia la musica stessa, ascoltata mentre fai un bagno nell’acido e ti cali degli allucinogeni. Altre cassette andate in sold out su Bandcamp.

Swarn: Lovecraft in musica, death metal dal retrogusto crust, ma con un sound personale. Mentre lo ascolti ti senti qualcosa che ti si agita sotto pelle. Il loro primo album ha avuto un certo successo anche all’estero, poi hanno registrato un EP e si sono subito fiondati a registrare un altro album dopo di quello. Molto produttivi!

Kaev: per ora sono stati una buona live-band. Black metal con melodie paganeggianti distinguibili ed elementi melodici qua e là. Hanno sfruttato il lockdown per riaggiustare la line-up e lavorare su un album in studio.

Langenu: la più vecchia band della lista, è stata soggetta a diversi cambi e ha modificato il suo stile nel tempo, pur rimanendo sempre black metal. Era iniziata come un progetto molto più grezzo, poi con elementi black ‘n’ roll e ora ha sviluppato un approccio più psichedelico. Psichedelico nel senso di allucinante, nulla di legato al prog o agli hippie. Arriverà un secondo EP presto a dare seguito al recente album Need, Kes Näevad Imesid e alla demo-EP del 2009.

Form: gli esperimenti prendono tempo; il progresso non può essere fermato dagli imprevisti. Form ha trovato un’opportunità nel caos e ha organizzato una mostra d’arte invece del solito live per presentare il suo nuovo album. Aerosols And Dust Particles ti trascina a metà tra black metal sperimentale e ambient. All’attivo c’è anche una demo, risalente al 2009.

Com’è la situazione a Tartu, in generale? Nel senso, com’è vissuto il tutto? Sappiamo che ci sono le band, ma il pubblico?

La situazione attuale non è la migliore per nessuno, ma comunque sentiamo che c’è ancora il supporto di sempre. Quando c’è un evento, la folla ha fame di metal e puoi sempre contarci. Talvolta dimostra una lealtà estrema e, dovendo scegliere tra comprarsi qualcosa da mangiare e spendere sul merch, supporta le band a costo di qualche ora di fame. Sono anche persone molto pazienti, perché alcune band sono state in silenzio per un po’ a darsi da fare. Grazie per la vostra esistenza!

Ecco, a proposito dei live: come vanno? O meglio, come andrebbero nel caso in cui non ci fosse una pandemia globale?

Non posso parlare per tutte le band, ma credo l’esperienza sia simile anche per loro. Come ti dicevo, a Tartu il pubblico ci supporta molto. Anche se non parliamo di chissà quante persone — non che importi — ma c’è sempre un clima soddisfacente e festivo. Credo sia importante godersi per primi la propria musica così che gli ascoltatori la apprezzino ancora di più. Non è una cosa che puoi fingere e chi sta a fare headbanging in prima fila lo sente, ha un sesto senso. Azzarderei a dirti che i concerti tenuti in posti ancora meno noti e davanti a un numero di persone più ristretto ci danno un senso di maggiore intimità e creano una sensazione di estasi maggiore che non si può provare sui grandi palchi. Ma, insomma, che ne so io dei grandi palchi…

Ma, in generale, la musica live in Estonia e a Tartu ha subito gravi danni a causa di questa situazione?

Difficile a dirsi. Oggigiorno abbiamo qualsiasi mezzo per condividere la nostra musica con la gente. Sì, il grosso delle vendine avviene sempre durante i concerti, con la gente che brucia di voglia dopo un live, ma in ogni caso noi lo facciamo per divertirci e non è che ci aspettiamo seri profitti da certe situazioni. Un hobby ti costa sempre dei soldi e se ti porta guadagni diventa un lavoro. Se diventa un lavoro, perde il divertimento. È semplice. Penso che i locali, i bar e i grandi organizzatori ne stiano soffrendo. Durante l’estate potremmo vedere il tutto ripartire, ma in estate alla gente piace starsene a bere una birra all’aperto, i bar lavorano meno e i locali di solito sono in vacanza. Forse questa volta le cose andranno diversamente.

Senti, vorrei togliermi una curiosità. Com’è partito tutto in Estonia? Quando ha iniziato a diffondersi il metal e da dov’è arrivato il primo seme?

Come in ogni storia, l’origine esatta è difficile da isolare. C’è stata una conferenza serale nel luglio del 2019 al museo nazionale d’Estonia parallelamente alla mostra sui primi anni della re-indipendenza estone di inizio anni ’90. I due host, Lembetu e Anders (rispettivamente fondatori di Loits e Forgotten Sunrise), hanno parlato dei primi anni della scena locale, nata alla fine degli anni ’80, e di come si è evoluta fino alla metà dei ’90. Inizialmente c’erano perlopiù band thrash e death metal, mentre il black è venuto fuori principalmente verso l’inizio del nuovo millennio. La storia è troppo lunga da riassumere in poche parole e probabilmente meriterebbe un libro, ma diciamo perlomeno che tra le band coinvolte c’erano Shower, Misdeed, Mortified, Aggressor e Forgotten Sunrise. Tra l’altro non è che io sia la persona più adeguata a rispondere a una domanda del genere, visto che appartengo a un’altra generazione, essendo nato nell’89.

Ma la scena finlandese, o quella scandinava o anche quella russa, ha mai influenzato le cose qui, musicalmente parlando?

Personalmente credo che la scena finlandese sia arrivata ovunque. Sono rimasto sorpreso dallo scoprire che le cose si sono sviluppate piuttosto simultaneamente in Finlandia e in Estonia, ma la direzione dell’influenza è stata piuttosto dalla Finlandia all’Estonia e non viceversa. Nei primi ’90 la maggior parte della musica e dei contatti tra band metal viaggiava via posta oltre il golfo e spesso le lettere di risposta tornavano con dentro i francobolli usati, per farli riutilizzare. Era l’epoca del do-it-yourself più spinto. Tra Russia ed Estonia le scene erano separate, c’era molta più aggressività. Tra l’altro le cose su quel fronte non sono esattamente calme ancora oggi e mi interesserebbe sapere come si sono evolute. Personalmente non sono a conoscenza di quella parte di storia, ma molto probabilmente c’erano scambi tra la scena russa così come avvenivano tra quella al nord con la Finlandia.

Sulle tue influenze personali cosa puoi dirci? Cosa ti ispira come musicista?

Condivido i miei gusti musicali con buona parte dei miei compagni di band. Preferisco l’avantgarde e l’atmospheric black assieme al prog e alla musica classica. Non sono la figura principale nelle band, suono il basso in Langenu e Form, ma diamo tutti il nostro input in sede di composizione e i risultati sono frutto di sforzi collettivi. Ho alcuni side-project, non interamente legati alla scena, ma sono ancora fermi lì finché non sarà il momento giusto. Non provo a inserire le mie influenze direttamente nella musica facendo cose specifiche, o almeno spero di non farlo. Se un ascoltatore mi dice che gli ricorda un tale fatto o una tale band, significa che c’è ancora molto da fare per raggiungere l’unicità. Ci tengo a dire che anche se la musica mainstream suona sempre più orribile col tempo, non è che il metal sia esclusivamente migliorato. Un domani qualcuno inventerà un nuovo modo di fare black e da lì partirà una nuova decade.

Parliamo un po’ dei Form, ora. Come introdurresti la band a chi sta leggendo?

I Form sono nati come progetto solista di Arhitekt. Io mi sono unito nel 2009 assieme a Koljat e così sono diventati una band. Con l’arrivo di Henry e Anto abbiamo iniziato a fare live e Rebeca ha completato la line-up. All’inizio erano creazioni di Arhitekt, ma i pezzi più recenti sono frutto di un lavoro di gruppo. Ti direi che proviamo a stare fuori dai confini del black tradizionale, ma non sarebbe esatto: non è che ci proviamo, ci viene piuttosto naturale. È un po’ come un grosso esperimento di laboratorio, in cui unisci alcuni ingredienti e vedi come interagiscono e reagiscono tra loro.

La vostra ultima pubblicazione, Aerosols And Dust Particles, è fuori da un paio di mesi o giù di lì. Com’è stato ricevuto il vostro album di debutto?

C’era gente che l’ha aspettato a lungo e ora finalmente è uscito. Con Form abbiamo sempre tenuto i piedi in più scarpe rispetto ad altre band, non solo rispetto alla scena di Tartu. Non so effettivamente quanto sia grande la nostra audience, ma la nostra musica non è assolutamente per tutti. C’è stata gente che ha subito preso il disco, gente che magari non ascolta neanche metal e che l’ha apprezzato dopo averlo ascoltato durante la mostra d’arte.

Senza troppi spoiler — altrimenti nessuno leggerà la recensione — come lo descriveresti?

Non aspettarti il solito black metal. Il disco non è pensato per essere un come va fatto, ma più come un processo evolutivo. In generale, il sottofondo è gelido e movimentato. Il range vocale spazia da scream cavernosi a puliti in un certo senso melodici. Le atmosfere sono pesantemente infestate dai synth. È così che suonano i Form, almeno per quest’album.

Sai, quando mi hai detto che avreste presentato il disco tramite una mostra mi hai preso alla sprovvista. Da dov’è uscita fuori l’idea? E come l’avete messa in atto?

L’arte è sempre stata parte dei Form. Lo stesso Arhitekt si è occupato dei nostri artwork ispirandosi a una visione di qualche tempo fa su come l’estetica anche dal vivo sarebbe dovuta sembrare. Quest’idea è tornata utile in diversi modi, sia per la pandemia che per motivi di auto-produzioni. Così Arhitekt ha reclutato Ave Kongo (che si occupa dei nostri outfit per i live), Rauno Kalda (responsabile delle nostre foto promozionali) e Adumbra (una coppia di artisti surrealisti il cui stile ha colpito l’attenzione di Arhitekt), dato che i loro lavori si sposava con l’estetica dei Form. Abbiamo discusso tramite meeting digitali i dettagli. Abbiamo trovato un posto al Genialistide Klubi, noto per essere visitato da artisti e dissidenti, e abbiamo organizzato tutto in due giorni. Il concept era semplice: ogni installazione era collegata a un pezzo del disco e il tutto avrebbe dovuto rappresentare il circolo di creazione e distruzione, vita e morte, disperazione e riconciliazione. Tutto ciò anche per mezzo delle luci che avrebbero dovuto guidare gli spettatori attraverso l’intera esperienza, creando la giusta atmosfera.

Okay, ammetto di non averci neanche mai pensato a una roba del genere. Mi pare una prospettiva nuova. È stato difficile adattare la vostra musica al contesto del museo e viceversa?

Per prima cosa, credo che tutti gli artisti fossero i più adatti. Ognuno ha offerto le sue idee su come dovesse sembrare la scena e come potevano di fatto accostare i propri lavori alla nostra musica. Se hai una buona immaginazione e l’abilità di toccare i tasti giusti, penso che tutto sia possibile. Alla fine ci sono stati sia feedback positivi sia volti confusi tra i presenti. Io sono stato lì per tutto il tempo entrambi i giorni e, dall’alto del palchetto da dove gestivo le luci, mi è sembrato una sorta di esperimento sociale. Gli ospiti si sono ritrovati in un ambiente sconosciuto, nel quale dovevano prendersi un momento per realizzare come funzionassero le cose all’interno dell’installazione. Alcuni se ne stavano calmi a osservare e seguire il percorso, altri sembravano irrequieti, dovevano per forza vagare per tutto il locale, che ci fosse o meno luce nella stanza, talvolta senza neppure leggere o badare ai dettagli. Mettici che poi tutti avevano le mascherine e provavano a mantenere le distanza durante lo show. Spero riusciremo a organizzare qualche altro esperimento sociale, in futuro. La cosa più interessante è stata vedere e parlare con la gente che non sarebbe mai venuta alla presentazione del nostro disco se fosse stata fatta con un tipico concerto. In questo senso è stato un po’ come sfondare i confini del black metal!

Ecco, come riassumeresti a un lettore il concept dietro una presentazione di questo tipo?

Arhitekt ha organizzato le installazioni, includendo alcuni suoi lavori, utilizzando lo spazio che avevamo a disposizione così che a ogni canzone dal nostro disco corrispondesse una installazione artistica. Ce n’erano di ogni tipo, dalla scultura in metallo alle fotografie, da progetti con abiti a collage surrealisti, eccetera. E a ogni traccia era associato un gioco di luci che portava l’attenzione sull’installazione corrispondente, creando una sorta di percorso tra un elemento e l’altro. Nei fatti è andato tutto come programmato. La gente entrava e iniziava il proprio viaggio da qualunque fosse l’installazione messa in evidenza al momento, dopodiché procedeva seguendo lo schema e chiudendo il cerchio o anche solo rilassandosi e standosene ad ascoltare seduta sui cuscini.

La multimedialità è una grande parte del mondo moderno: siamo abituati al guarda-e-ascolta, al leggi-e-ascolta, non solo nell’arte. In musica, per dire, abbiamo visto di recente i Beltez col racconto scritto ad hoc per il loro ultimo disco, siamo abituati alle follie acustiche e visuali di Igorrr, fino anche a mix piuttosto inusuali, come il viaggio nel mondo dei pixel dei Cara Neir, che io ascolterei anche giocando ai videogiochi. Che ne pensi dell’argomento?

Penso che le cose siano come dovrebbero essere. Non posso essere una persona con il solo scopo di riprodurmi e lavorare: voglio sapere come funzionano le cose, smontarle e ricostruirci qualcosa di nuovo, che magari non servirebbe a nessun’altra persona sana di mente. C’è stata un’idea per cui si assottiglia il confine tra musica e film; magari un giorno ci inietteremo la musica in endovena e cambieremo la nostra percezione di essa per sempre. Ho scovato un tipo su YouTube che sta coltivando dei funghi e li tiene attaccati a un synth modulare. Ecco, questa roba qui è vicina a quella che vorrei fare e vedere.

L’ultimo anno ha reso difficile la vita ai musicisti che volevano suonare su un palco, ma anche alla gente che sperava di godersi i live. Com’è stato presentare Aerosols And Dust Particles dal vivo in un contesto così innovativo?

L’abbiamo presentato dal vivo nella misura in cui eravamo lì a mandare avanti la mostra. Sia questa esposizione che la pubblicazione dello split Tarbathian Fortress ci hanno insegnato l’importanza fondamentale del lavoro di gruppo e del rispettare le scadenze. Una linea guida artistica è decisamente importante, qualcuno che supervisioni il lavoro di tutti e che ti riprenda quando tu o chiunque nel gruppo ha bisogno di una svegliata. Anche se siamo tutti diversi, ognuno ha la sua parte da fare per non deludere gli altri. Per fortuna siamo riusciti a fare tutto, finendo per essere abbastanza soddisfatti alla fine. Le persone coinvolte non vedono l’ora di lavorare di nuovo in questo modo, in futuro.

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