TEMPLE OF DEIMOS

   
Gruppo: Temple Of Deimos
   
 
Formazione:

  • Fabio Speranza – Voce e Chitarra
  • Matteo Signanini – Chitarra e Moog
  • Riccardo Eggenhöffner – Basso
  • Daniele Panucci – Batteria
 

SCENT OF DEATH

I Temple Of Deimos si rimettono in marcia, chiacchieriamo quindi con Fabio Speranza, cantante della band genovese che ci racconta un po' come stanno andando i preparativi per l'uscita del loro nuovo album.


Ciao Fabio e benvenuto su Aristocrazia Webzine, come va la vita?

Fabio: Ciao e grazie a tutta la redazione di Aristocrazia e a tutti i lettori. Il progetto Temple Of Deimos parte a fine estate del 2006, dopo lo scioglimento della mia formazione precedente, i White Ash. Per quanto riguarda il nome: Temple Of Deimos è un omaggio a Deimos, che nell’antica Grecia era il consigliere di Apollo. Oggi è uno dei satelliti di Marte che, insieme a Fobos, ruotano attorno al pianeta. Nella Grecia antica ogni Dio aveva un Templio costruito in suo onore, tutti tranne Deimos. Qualcuno doveva pensarci e ci abbiamo pensato noi.

Sono trascorsi tre anni da quando avete rilasciato il debutto omonimo, come li avete trascorsi? È cambiato qualcosa in questo lasso di tempo?

Sì, avete ragione. Sono passati più di tre anni dal disco omonimo, troppo tempo. Avremmo dovuto fare le cose più velocemente, ma ogni album ha una sua gestazione e questo nuovo lavoro richiedeva molto più tempo del precedente. Dopo le prime venti recensioni uscite per le varie webzine e riviste cartacee, ci siamo imposti di promuovere dal vivo il vecchio lavoro, riuscendo in due sessioni invernali a fare cinquanta date in tutta Italia, esperienza che è servita a noi per capire i nostri limiti reali, ma soprattutto ci ha dato la possibilità di farci conoscere in molte zone e non solo nella nostra Genova. Nel secondo anno di concerti abbiamo iniziato a scrivere una bozza generale di alcuni pezzi nuovi, alcuni sono stati cestinati, altri invece li abbiamo tenuti. La cosa più importante che è avvenuta nel periodo che separa i due lavori, è che siamo finalmente riusciti a dare una formazione stabile al progetto, fermando l'inesorabile orgia tra musicisti.

Il rock è la dimensione nella quale vi muovete come band, ne utilizzate più e più sfaccettature per dare vita ai brani, ma parlando di te quali sono le band e i dischi che ti hanno fatto decidere che era questa la via che volevi seguire?

Sì, esattamente. Il Rock è la parte fondamentale e primaria del progetto Temple Of Deimos. Diciamo che fino ai miei undici anni, della musica non me ne fregava un cazzo, figurati del Rock, fa ridere lo so! Devo ringraziare soprattutto mio zio che in quel periodo mi faceva guardare e ascoltare i suoi vinili dei Led Zeppelin, Black Sabbath, Iron Maiden, Blue Cheer, Doors, inoltre il grazie va anche a un mio carissimo amico, Francesco, che mi parlò un sacco dei Nirvana e degli Alice In Chains. Il giorno del mio dodicesimo compleanno, mi regalarono "From The Muddy Banks Of The Wishkah" dei Nirvana e nel momento in cui lo infilai nello stereo, dopo i primi feedback di chitarra e le prime urla strappa-stomaco di Kurt, fui lanciato a capofitto in una nuova dimensione da cui non sono più uscito. Gli ascolti che mi hanno dato questa impronta di scrittura invece furono altri: "Blues For The Red Sun", comprato all'età di tredici anni, e "Welcome To The Sky Valley" dei Kyuss, ma soprattutto i QOTSA che ho conosciuto con "Rated R". Quando uscì "Songs For The Deaf", quello che volevo suonare da lì in poi mi fu più chiaro. Nel mio stereo sono passati anche Fu Manchu, Masters Of Reality, Fatso Jetson, Yawning Man, Dozer, Frank Zappa, Captain Beefheart e King Crimson. Anche il Punk e l'Hardcore sono stati due generi che mi hanno appassionato: Sex Pistols, Damned, Black Flag, Minor Threat, Dead Kennedys ed Exploited. Inoltre, non posso non citare i classici: Jonny Cash, Elvis e Tom Waits. Insomma, non ho solo ascoltato quello che viene definito Stoner Rock o Desert Rock, negli anni ho cercato di ampliare gli ascolti.

Il vostro primo album aveva in sé una forte componente di rimando ai Queens Of The Stone Age: Homme è ancora fra le vostre influenze di rilievo?

Qui dovrebbe rispondere il nostro produttore David Lenci. Questo ottobre mentre registravamo le voci, mi disse che per quanto avessimo cercato un distacco, il secondo lavoro risultava molto più QOTSA del precedente. Comunque come si fa a non rimanere estasiati da Josh Homme? È un chitarrista pazzesco, ha un timbro di voce bagna-fighe e al di là del fatto che non sempre scriva musica ai livelli degli album già citati è un capo sotto ogni aspetto. Homme è sicuramente fra le influenze di questo nuovo lavoro, ma non è il solo. Il grosso tentativo di questa nuova fatica è stato quello di mantenere un filo conduttore con il primo, ma anche di personalizzare il suono e di renderlo il più possibile originale, nonostante ci si muova in una dimensione già molto esplorata. La differenza tra questo album e quello precedente è che sono presenti sia i pezzi di natura Robot Rock, con strofa e ritornello che arriva prima dello scadere del primo minuto, che pezzi più psichedelici e dilatati, come suoni e minutaggio. Se nel primo si sentiva solo un orizzonte sonoro, in questo i pezzi sono uno diverso dall'altro. Può essere un pregio da una parte, ma dall'altra può spiazzare l'ascoltatore.

Cosa ne pensi del rientro in scena dei Q.O.T.S.A.? I pareri sono stati parecchio discordanti, personalmente mi schiero con i delusi dall'ultimo "…Like Clockwork".

Questa è una domandona da cento punti. Immaginatevi me anni fa ai tempi di "Songs For The Deaf" e "Lullabies To Paralyzed": i social network erano appena arrivati e le informazioni viaggiavano molto più lentamente di oggi. Non tutti avevano una pagina su Facebook o Twitter e l'unico modo per avere notizie più precise sulle uscite discografiche dei propri beniamini era comprare riviste come "Rock Sound", "Rockerilla", "Hard&Heavy" o "Metal Hammer", andare a molestare i negozianti oppure ascoltare l'amata Rock Fm. Quando iniziava il countdown, iniziavano a comparire i video su Youtube ed MTV che, per quanto già sputtanata, faceva ancora ascoltare pezzi come "No One Knows", "Go With The Flow", "In My Head" o "Little Sister". Con "…Like Clockwork" è stato tutto completamente diverso. Sono stati gli stessi QOTSA a fare il loro ufficio stampa e le prime dichiarazioni sul disco vennero rilasciate nel periodo post Them Crooked Vultures e parlavano di un lavoro vicino a "Era Vulgaris", con l'aggiunta di qualche rifinitura sonora non ancora esplorata da parte del gruppo. Con il finire del 2012 si parlava di un album caratterizzato da sonorità vicine a quelle degli esordi. Immaginatevi un loro fan come me e come molti altri, tutti più affezionati ai loro primi tre dischi, quali aspettative poteva avere cinque anni dopo "Era Vulgaris". L'annuncio della batteria con Dave Grohl, della presenza di Mark Lanegan e Nick Oliveri ci ha decisamente fatto rigonfiare le mutande. Eravamo tutti in attesa di un lavoro della portata di "Songs For The Deaf". Poi a farci tremare, arriva l'annuncio della collaborazione con Elton John e con il cantante delle Scissor Sister. L'unica cosa che immaginavo era che, se avessero rispettato le promesse, sicuramente non avrebbero incorniciato quelle canzoni con i suoni vecchi, ma con suoni più moderni. Arriva "My God Is The Sun" e ci sballo pure io, "I'm Appear Missing" e godo tantissimo perché mi sembrano le Desert Session, ma con "I Sat By The Ocean" e "I Had It Hall" le mie preoccupazioni aumentano, fino a trovare conferma quando finalmente ascolto l'intero album. Credo che abbiano sbagliato a parlare di un chiaro ritorno alle origini per poi uscire con tutt'altro. Il mio pensiero è che "…Like Clockwork" sia un bel disco pop, ma è troppo moscio per le aspettative che tutti noi avevamo verso Homme e soci.

C'è già il titolo per il vostro secondo titolo? Previsioni per la data di rilascio?

Abbiamo delle idee a riguardo, ma non c'è ancora nulla di deciso. La data di uscita non è ancora fissata, di sicuro faremo di tutto e di più per uscire almeno a fine febbraio, per non giocarci le date di fine inverno, primavera ed estate.

Come sono nati i nuovi pezzi? Il modus operandi in ambito compositivo è rimasto uguale a quello utilizzato in passato o dobbiamo attenderci delle novità?

Era un periodo strano per i Temple Of Deimos: eravamo senza batterista e senza saletta. Quando incominciavo ad avere quei tre pezzi che erano molto più che una insignificante idea, io e Riccardo, il bassista, iniziavamo i lavori sull'album in una location totalmente casalinga, dividendoci fra camera mia e camera sua. Avevo scritto anche molte parti di batteria e rendendomi conto di quanto potessero essere complicate, abbiamo iniziato a cercare un batterista che potesse impararle alla perfezione e in poco tempo. Dopo aver provato con svariati batteristi che non rispondevano alle nostre esigenze, abbiamo chiesto a Fabio Cuomo (Eremite) che ha accettato di darci una mano fino a registrazione conclusa. Successivamente abbiamo trovato Daniele, che ormai è ufficialmente il nostro batterista. L'album è più eclettico del precedente e si caratterizza per la presenza di testi piuttosto introspettivi. Ovviamente non mancano i testi allucinatori: in un brano abbiamo voluto rendere omaggio a Gus Van Sant, ispirandoci al suo "Elephant" e non mancano nemmeno le classiche liriche stoner che parlano di inseguimenti automobilistici. Abbiamo anche un testo porno che parla di una trombamica molto molto capace. La differenza grossa è che ora ci sono dei veri testi sentiti, nel primo erano molto più scanzonati e spensierati.

Dove avete deciso di dare vita al lavoro? Chi si occuperà di missaggio e mastering?

Le ritmiche sono state registrate in aprile ai Blue Records Studio di Mondovì, con David Lenci e Silvia Garelli in assistenza; le chitarre, steel guitar e tastiere in agosto; mentre per le voci ci siamo spostati a Senigallia nello studio di David. Le completerò  la settimana del 15 dicembre ai Go Down Studio. Sempre in quei giorni, e sempre con la supervisione di David e Max (OJM, Go Down Records), procederemo con i mixaggi. Subito dopo il tutto verrà spedito a Niklas (Dango) dei Truckfighter, che curerà la masterizzazione. Dopodiché, finalmente, usciremo con la nostra seconda fatica discografica.

Si parla sempre poco di strumentazione: quali sono i mezzi in possesso dei Temple Of Deimos? E se potessi comprare uno strumento, diciamo una sorta di sogno proibito da realizzare, quale potrebbe essere?

Usiamo una testata Ampeg V2 degli anni Settanta e una cassa Hywatt per la chitarra (il sogno sarebbe due V4 in parallelo), sui pedali preferisco tacere. Momentaneamente sto usando una Ibanez, ma ho registrato usando una Maton e con l'anno nuovo è probabile che arrivi una BB 1200 Jh. Riccardo usa una testata Ampeg unita a una cassa Ashdown e a un overdrive. Al momento sta valutando l'acquisto di un basso migliore e credo andrà su un Fender, mentre Daniele pensa a un modello della DW.

Siete entrati a far parte della famiglia Go Down Records, giusto? Com'è avvenuto il contatto? E vi sentite già parte di essa?

La vicenda Go Down Records è una cosa che risale a tantissimo tempo fa, addirittura prima dell'album omonimo. Registrammo un ep autoprodotto intitolato "Damage", più alcuni pezzi che sarebbero finiti in "Temple Of Deimos". Ai tempi le scelte in Go Down le facevano Leo e Max. Abbiamo spedito le cose a Leonardo, ma il materiale non fu ritenuto sufficientemente maturo e troppo derivativo. Lo stesso materiale fu riregistrato ai Red House Recording di Senigallia, sempre con David Lenci in veste di fonico e poco dopo il disco uscì per Elevator Records e Jestrai. In seguito gli OJM andarono giù ai Red House Recordings a registrare "Volcano", credo fu in quella occasione che David diede a Max il nostro primo disco. Dopo una trentina di date già maturate in Italia, siamo stati invitati al Maximum Festival del 2012. Sapete quando c'è una data che non devi sbagliare e la sbagli? Purtroppo tornammo a Genova con la netta sensazione di aver proposto un live forse troppo frenato, troppo lontano dalle nostre reali possibilità. Al concerto dei Fu Manchu, che tra l'altro vedeva gli OJM in apertura, incontro Max e lo scopro interessato a curare i missaggi dell'album in uscita. Fortunatamente quello che pensavamo di esserci giocati nel modo peggiore ci ha portato qualcosa di molto buono. Più che sentirci parte della Go Down Records, vedendo al Maximum Festival come tutto veniva gestito con passione e devozione, desideravamo già allora essere parte di loro.

Il giorno di Halloween è uscito in anteprima il video del singolo, com'è stato accolto?

Il 31 ottobre è uscito "Questi Cazzi Di Vespone" un pezzo strambo e un video da deviati mentali, Halloween era la ricorrenza perfetta e ci sembrava il momento migliore per far riparlare di noi, dopo un anno e mezzo di assoluto silenzio. Inoltre, ricollegandomi alla domanda precedente, sempre quel giorno ci è arrivata la conferma che eravamo finalmente con Go Down Records. Insomma, il giorno perfetto. Il video è stato accolto molto bene, ci siamo voluti giocare il pezzo più fastidioso dell'album. Testai questo fastidio con la mia ex; negli ultimi periodi era uno scatafascio e il riff del ritornello la rendeva ancora più nevrastenica. Ci stupiamo che stia piacendo così, anche perché è un pezzo pensato proprio per dare fastidio e scritto in una decina di minuti. Il titolo è il nostro omaggio a Frank Zappa e alla sua "Questi Cazzi Di Piccione". A oggi il video ha già più di cinquecento visualizzazioni su Youtube in cinque giorni e solo con quel pezzo birichino i commenti di chi ci è vicino sono molto positivi.

Chi è il regista della clip? Perché utilizzate quelle maschere da alieno durante le riprese?

Il regista della clip è Davide Colombino, è da un anno e mezzo che si sta impegnando a girare video per band e sta diventando sempre più bravo. Non vi svelo ancora quanti video accompagneranno questo nuovo album, ma sicuramente ci rivolgeremo a lui per il prossimo e i prossimi video. Le maschere da grigi? Perché nel disco ci sono chiari riferimenti agli UFO ed è uscito per Halloween: tre pazzi in sala prova che fanno divertire gli amici e poi con le stesse maschere squartano uno. Il video giusto per la ricorrenza giusta e il pezzo più festaiolo e cazzone del disco.

In che stato pensi sia la scena rock italiana? Cosa le manca per avere l'internazionalità che spesso non le viene riconosciuta?

Innanzitutto penso a Genova, dalla quale stanno uscendo un sacco di ottimi gruppi: penso ad Isaak, Vanessa Van Basten, Pek, Lilium, Ut ed Eremite. Se guardiamo la Penisola troviamo Io Monade Stanca, OJM, David Lenci And The Starsmaker, Veracrash, Woodwall, Three Second Kiss, FUH e Montezuma. Personalmente preferisco pensare alla scena italiana nell'underground. Avere più internazionalità significa anche considerarsi più internazionali e questo sta alle band: non impaurirsi di fronte alla possibilità di una booking europea oppure americana. Bisogna sempre provarci, tanto mal che vada ti dicono di no.

Com'è suonare live in Italia? Quali sono le difficoltà più grandi che avete riscontrato nel cercare di fissare date dal vivo e quanto è vero il supporto che le varie formazioni dicono di offrirsi a vicenda?

Nessuno dice che programmare un tour in Italia sia semplice, specialmente se non ti conoscono in molti. Bisogna sbattersi, telefonare, dare al telefono un minimo di infarinatura del progetto e, se la risposta dall'altra parte della cornetta è positiva, farsi lasciare una mail, mandare i file e telefonare di nuovo. Continuare in questo modo fino a che non hanno ascoltato le cose e ti danno una risposta, sempre che non ti mandino a fare in culo prima perché li hai contattati troppe volte. Non sparare cifre assurde, band che prima giravano a cinquecento euro, ora ne chiedono trecento a scendere, e per non bruciarsi il mercato bisogna stare su queste cifre. Parlando di supporto fra band, per quanto mi riguarda significa sentirmi con alcuni di loro in chat, scambiarci dei pareri e se ho soldi comprarmi il disco. Un buon modo per supportarsi è il classico scambio data: io faccio suonare te da me e tu ricambi, ma a volte il tutto si conclude in promesse da marinaio. Noi per primi preferiamo fare le cose da soli e ricorrere allo scambio data in casi particolari, come è avvenuto con Woodwall e Montezuma.

Due gruppi con i quali vorresti condividere il palco?

Yawning Man o Mondo Generator.

Parliamo di acquisti: quali sono gli ultimi dischi che hai comprato?

Su questo faccio mea culpa: pochi soldi e troppe spese. Gli ultimi dischi che mi sono arrivati li devo a festività o compleanni. Posso però dirti quello che non ho comprato: "…Like Clockwork".

Chi è Fabio Speranza nella vita di tutti i giorni? Lavoro, altre passioni, futuro…

Sono il solito rocker ingoiato da una città come Genova. Lavoro in un call center con un contratto a progetto che mi permette di fare tour e seguire gli impegni musicali. Sono in sala prove con gli altri tre volte a settimana, facciamo prove notturne e il più delle volte mi fermo a dormire lì. Nei fine settimana vado in cerca di sorelline, perché quando si è single ci si deve dar da fare, ho i miei amici e le mie amiche e con questo gruppo ci piace fare un pezzo di sabato sera assieme. Poi mi vado a perdere ubriaco nei locali notturni fino alle sei del mattino. Voglio bene ai miei affetti, ma mi faccio una vagonata di cazzi miei.

L'obbiettivo dei Temple Of Deimos è…

Concludere i lavori di uscita, dopodiché andare in giro per l'Italia (e fuori, perché no) per suonare, suonare e suonare. Un anno e mezzo senza concerti è decisamente troppo. Temple Of Deimos ringraziano Aristocrazia Webzine e i suoi lettori e lettrici, senza il vostro interesse verso il progetto questa intervista sarebbe stata impossibile. Ci vediamo su i palchi.

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