TEMPLE OF DEIMOS

   
Gruppo: Temple Of Deimos
 
Formazione:

  • Fabio Speranza – Voce e Chitarra
  • Gabriele Carta – Basso
  • Francesco Leo – Batteria
 

 

Sono trascorsi quasi quattro anni dall'ultimo incontro con i Temple Of Deimos: la formazione di Genova venne recensita dal sottoscritto in occasione della seconda uscita intitolata "Work To Be Done". Oggi è qui con noi il cantante e chitarrista Fabio Speranza, con il quale avevamo già chiacchierato in passato, che ci aggiorna un po' sulla situazione.


Bentornato sulle nostre pagine, com'è la vita in quel di Zena?

Fabio Speranza: Ciao a tutta la redazione e a tutti i lettori del portale Aristocrazia, è un piacere ritrovarvi e aggiornarvi sui lavori in via di svolgimento. Mi ricordo che cinque anni fa, sempre durante un'intervista, mi avete fatto una domanda simile. Personalmente, in questi ultimi mesi sono cambiate un sacco di cose: è un periodo diciamo di transizione e dopo sei mesi di lavoro in Fincantieri e l'ultimo giro di date di fine tour dei Temple Of Deimos mi sono ritrovato disoccupato e lontano dal palco. All'inizio mi sentivo leggermente smarrito, in seguito ho ripreso a tempo pieno la scrittura di brani nuovi, continuando quello che avevo abbozzato tra il 2017 e il 2018.

Quattro anni sono un bel lasso di tempo. Cos'hanno fatto i Temple Of Deimos, a cosa hanno lavorato, a quali concerti hanno preso parte? In poche parole, che avete combinato di bello?

Dopo l'uscita del nostro secondo lavoro, "Work To Be Done", non aspettandoci nulla, siamo rimasti molto felici di come è stato accolto dalla stampa specializzata estera e italiana. Quando ai tempi abbiamo pubblicato il primo disco, le webzine ci massacrarono completamente; l'unica cosa che ci salvò era che riuscivamo a suonare molto in giro, compensando in parte la voragine che si era creata con i recensori. Avendo avuto la possibilità a nostro discapito di farci la corazza, quando l'ufficio stampa iniziò il suo lavoro di promozione su "Work To Be Done", mi ricordo che le nostre aspettative erano molto basse. Invece, gli amici, alcuni di loro anche molto critici nei confronti della nostra musica, gli addetti ai lavori e i giornalisti quasi tutti all'unanimità hanno accolto a pieni voti questo lavoro, dandoci modo di credere di più nelle possibilità del progetto. Da lì in poi ci siamo impegnati a suonare in ogni situazione che trovavamo. La formazione durante questi quattro anni è cambiata completamente, anche con l'entrata del batterista Francesco Leo che da tre anni suona fisso nel progetto. Insieme abbiamo lavorato sia per la stesura di nuovi brani, ma anche per toglierci dai pasticci ogni volta e dal 2016 a oggi abbiamo suonato con tre bassisti per mantenere gli impegni presi, l'ultimo di loro Gabriele, amico di vecchia data della band e bassista degli Isaak. Nonostante queste difficoltà, siamo riusciti a fare una cinquantina di date in tutta Italia e a suonare con alcuni artisti che stimiamo da sempre, a conoscere nuovi amici da ritrovare ogni volta che si ritorna in una città, facendo amicizia con band che seguivamo da tempo per stima. Insomma, nonostante gli impicci sono stati per noi anni fondamentali.

La domanda sorge spontanea, quando arriverà il terzo disco? È in cantiere? C'è qualche dettaglio che può essere già svelato?

Come ho fatto trapelare dalla prima risposta, già dalla seconda metà del 2017 avevamo del materiale pronto e delle bozze. Ora, da tre mesi, mi sono buttato a capofitto sulla scrittura e poi quando ho le idee più chiare ci lavoro con il resto della band. Oltre a lavorare tutti i giorni su riff o idee su cui giravo da più o meno tempo, stiamo riuscendo a creare canzoni dal nulla. Vedendo come stanno procedendo i lavori, sicuramente riusciremo a registrarlo nel 2019. Stiamo lavorando sulle basi di otto pezzi, dobbiamo fare un piccolo sforzo che impiegheremo nella scrittura di altri quattro o cinque brani, con lo scheletro completamente assemblato potrò impazzire a trovare le linee vocali, i testi e poi si registra. Vi giuro, non vedo l'ora e anche il resto dei Temple. Per noi rappresenta sempre il terzo disco, quindi a livello emozionale potete capire cosa stiamo provando.

Dobbiamo aspettarci i soliti e piacevoli Temple Of Deimos a trazione Queens Of The Stone Age o ci saranno sorprese per quanto riguarda sia il suono che l'impostazione dei pezzi?

Inizio questa risposta cogliendo l'occasione per ringraziarvi per l'interesse e l'attenzione che dimostrate al progetto. Vi ricordate alla fine del 2011 quando abbiamo aperto il primo contatto attraverso Myspace, quando ancora era un portale in funzione? Ci avete chiesto una copia del primo disco per recensirlo, mi ricordo che a distanza di quasi due anni dalla sua uscita eravamo sorpresi di ricevere questa richiesta. Dalla prima alla seconda recensione, parlo per i primi due lavori, avete sempre messo in risalto questa tensione della band di riecheggiare quelle Regine. Questo nuovo album in preparazione mantiene quello spettro, ma il nostro modo di concepire le velocità dei pezzi è cambiato notevolmente; senza spararla grossa, è il suono più heavy che abbiamo mai avuto. La momentanea auto-produzione artistica che stiamo facendo in saletta è improntata su bpm molto più veloci e ritmati. Credo che la frenesia di questi quattro anni abbia influito notevolmente sulla scrittura di queste nuove canzoni. Pur non volendo essere un concept, il disco sarà fortemente marcato da un filo conduttore. Questo filo è «la velocità di una qualsiasi azione nello scorrere del tempo e poi la morte». Credo che la nostra vita di band e la vita di ciascuno dei singoli elementi, in questo ultimo periodo, stiano influenzando notevolmente il processo di scrittura.

L'uscita sarà nuovamente supportata dalla Go Down Records?

Dall'uscita del primo disco restiamo sempre più o meno in contatto con i ragazzi di Go Down Records. Ogni tanto Max e Leo ci chiamano a suonare nelle loro serate e ogni volta mi fa piacere incontrarli. Sicuramente manderemo le cose da ascoltare anche a loro, sono amici e un loro parere o prospettiva ci fa sempre piacere. Al momento, però, vediamo la questione etichetta discografica in stand-by. Prima di tutto vogliamo finire di scrivere del materiale che convinca a pieni voti noi. Fatto questo, vogliamo registrare questo materiale al massimo delle nostre possibilità. Con un lavoro in mano che ci convince al massimo sarà tutto più semplice.

A proposito di Q.O.T.S.A. e Homme, eravamo rimasti al tuo commento non poi così soddisfatto su "…Like Clockwork". A oggi hai rivalutato quel lavoro? Cosa ne pensi del successivo "Villains"?

Premetto che sto parlando della band di Joshua Homme, uno degli artisti che più mi ha influenzato musicalmente. Se anche le sue ultime scelte artistiche sono più o meno condivisibili, rimane sempre un musicista che scrive con gusto e classe. Su "Like Clockwork" dico sempre la stessa cosa, ascolto volentieri due canzoni. Per quanto riguarda "Villans", suoni pazzeschi, alcuni arrangiamenti molto particolari e ricercati, ma senza Nick Oliveri non sono più le mie Regine, e di conseguenza gli album che realmente mi commuovono sono i primi tre capolavori. Devo dire la verità: sono stato a vedere i Queens Of The Stone Age lo scorso mese a Milano e ho ritrovato un bel Josh, scaletta un po' troppo improntata sui singoli, ma la band era un rasoio, lui molto emozionato, sul pezzo, stranamente sobrio e umile. Ammetto ragazzi che, nonostante sia uno dei nostalgici dell'era di "Deaf", ero felice di rivedere sul palco Ginger Elvis… è stato bravo.

Avete avuto modo di condividere il palco con signori come Mr. Nick Oliveri (Kyuss, Q.O.T.S.A. e Mondo Generator) e Dandy Brown (Hermano e Orquestra Del Deserto). Con quest'ultimo, se non ricordo male, avete fatto di recente un tour insieme. Ci parleresti di questi due personaggi e di com'è stato conoscerli e aver modo di collaborare con loro?

Nick Oliveri e Dandy Brown sono due veri musicisti, per diventare così devi essere alimentato da una passione fortissima per la musica. Siamo entrati in contatto con loro nel 2015, pochi mesi dopo l'uscita del già citato "Work To Be Done". Cronologicamente, ricordo che per primo Dandy Brown mi mandò una mail, dicendomi che aveva pubblicato nel suo sito due pezzi nuovi e che aveva piacere di condividerli con me. Il tempo di metabolizzare questa sorpresa e gli ho risposto che lo conoscevo bene come musicista di Hermano e Orquesta Del Desierto; girandogli anche le nostre cose e vedendo che le apprezzava, è iniziato un continuo scambio di mail e aggiornamenti, culminato nel mini tour italiano che abbiamo svolto insieme la scorsa primavera. Per quanto riguarda Nick, invece, sono suo fan da sempre. Nel 2015 siamo riusciti a fargli da supporter in una data nel Death Acoustic Tour, in quella occasione lo abbiamo ospitato alla voce per coverizzare "So High So Low" dei Mondo Generator. Un po' la simpatia reciproca, un po' che preparandoci al massimo gli abbiamo dimostrato rispetto, l'anno dopo siamo riusciti a supportare i Mondo Generator. Nick ci prestò di nuovo la sua voce per eseguire "Another Love Song". Abbiamo aperto i suoi concerti altre volte, quando viene in Italia lo andiamo sempre a trovare. Suonerà al Circolo Mu di Parma e io e Francesco andremo a vederlo. Sostanzialmente, Nick crede ancora in quello spirito in cui credeva Lemmie, cioè non importa chi sono io o chi sei tu, se ci troviamo sul palco insieme divertiamoci e punto.

Qualche possibile intrusione dei suddetti artisti all'interno del prossimo lavoro?

Quello che sarà possibile e probabile sarà rivedere i Temple Of Deimos come band di supporto dei suddetti, per il resto preferiamo tacere.

Parliamo un po' di Fabio Speranza: quali sono i tuoi ascolti al momento? Cosa ti sta appassionando e cosa stai riscoprendo?

In questo ultimo periodo sto ascoltando più attentamente gli Eyehategod e mi stanno piacendo particolarmente. Mi è piaciuto molto l'ultimo album degli Yawning Man, sto riascoltando molto i Soundgarden. L'anno scorso ci sono rimasto male per lo scherzetto che ci ha fatto Cornell e ho notato che nell'ultimo anno ho ripreso a sentirli con maggiore frequenza. Mi prendo sempre i miei momenti immerso completamente in Jonny Cash e nell'ultimo periodo mi sto divorando Elvis Presley. Da tre anni sono molto appassionato dei Morphine, band culto degli anni '90, che purtroppo il sottoscritto ha scoperto troppo tardi e mi piace ascoltare Hendrix, era un chitarrista pazzesco, inimitabile.

Se non ho capito male, per un periodo ti sei esibito in strada, eseguendo classici del rock-grunge in versione acustica? Ci puoi parlare di questa esperienza e delle impressioni che hai ricevuto da chi ti ha visto e ascoltato?

L'esperienza in strada è stata una grande palestra per il palco. Ho iniziato a fare l'Artista di Strada per motivi economici, ma anche per riscaldarmi con la voce e riprendere la postura in vista di concerti con la band. Ogni giorno era sempre diverso, capitava che guadagnassi bene ma con l'umore a zero oppure di non guadagnare niente e sentirmi comunque bene. L'Arte di Strada per ogni città ha un suo regolamento che l'artista deve seguire, il problema è tra le forze dell'ordine e le istituzioni, le ultime sono quelle che cambiano o modificano i regolamenti, spesso manca la comunicazione e in alcuni casi puoi ritrovarti in situazioni antipatiche con i vigili. Alcuni degli artisti di Genova si sono ritrovati con la strumentazione sequestrata. Per il resto, il bello è che il vecchietto che passa può apprezzare un Mark Lanegan, il quasi vecchietto riconoscere un Jonny Cash con esclamazioni del tipo «Guarda che Cash lo conosciamo io e te» oppure uno sulla quarantina passare indifferente e venti metri dopo correggermi, gridando la frase corretta di "Folsom Prison". L'umore gioca tanto in strada, io sono lunatico, ma ci tornerò…

Sei un appassionato di stoner e grunge: se ti chiedessi dieci dischi fondamentali, quelli assolutamente da conoscere e possedere, su quali punteresti e perché?

Quando bisogna decidere dieci dischi sotto richiesta è sempre un massacro emotivo.

  1. "Blues For The Red Sun": visto come l'inizio dello splendore dei Kyuss, un grosso macigno di lava bollente nel tuo stereo e perfetto per capire la band.
  2. "Rated R": un disco chiave per addentrarsi nell'ecletticità compositiva dei Queens Of The Stone Age.
  3. "Nevermind": la Geffen mi paga un disco, mi chiamo Kurt Cobain e mi trovo a Los Angeles con i miei amici Nirvana a registrare e poi…
  4. "Superunknown": non lo segnalo per il successo ricevuto, ma perché probabilmente è il gioiello dei Soundgarden, quello che illumina il cammino verso il giardino.
  5. "King Of The Road": altro disco chiave, perfetto per comprendere la filosofia dei Fu Manchu; racconti sul paranormale, motori, automobili e corse clandestine.
  6. "Vista Point": Mario Lalli e Gary Arce sono tra i personaggi più influenti della Scena Del Deserto e gli Yawning Man sono una band senza luogo e tempo. Unici.
  7. "Songs For The Deaf": avevamo tutti le mutande umide e l'erezione perenne quando i Queens Of The Stone Age pubblicarono il loro diamante.
  8. "Dirt ": il secondo album degli Alice In Chains è un lavoro scuro, ipnotico e molto coraggioso, viste le tendenze di marketing dei tempi.
  9. "Sweet Oblivion ": che band gli Screaming Trees! Mark Lanegan già a quel tempo mostrava di possedere un livello di maturità vocale notevole.
  10. "And The Circus Leaves Town": la voce di Garcia più lontana del solito e le chitarre oscure di Josh. I Kyuss «smantellano il circo dalla città per sempre».

A un numero crescente di formazioni e a un seguito in continua espansione spesso non corrisponde per forza una qualità sempre elevata delle proposte da supportare. Scambiando un po' di pensieri con altri musicisti della scena, mi è sembrato di capire che ci sia l'impressione di una moda che si sta cavalcando: un po' troppi figli dei Kyuss e dei Windhand, un po' troppe realtà con la cantante figa dietro al microfono e psichedelia che scorre a fiumi. Come vedi la situazione?

Di recente sui social avverto spesso questa tendenza di cui parli, ho letto anche post piuttosto sarcastici a riguardo. Non sono il tipo che si scaglia su altri progetti distruggendoli, cerco di pensare al mio e a non farlo male. Penso che se ognuno si sente di suonare è giusto che lo faccia come vuole, poi saranno i fatti a parlare. Il troppo stroppia, è vero, ma a volte avverto la polemica gratuita, molto spesso verso band che hanno un reale seguito e girano con buoni numeri. Le opinioni sono sacre, la polemica gratuita no.

Se dovessi descrivermi la tua città, usando dei punti di riferimento musicali, come negozi che vendono strumentazione o vinili e CD, luoghi per concerti, artisti e produttori che ritieni importanti per l'underground e per quello che è stata ed è Genova, quali nomi tireresti fuori dal cilindro?

Genova purtroppo nel giro di due soli anni ha perso il Checkmate Rock Club e il Taxi Driver Record Store. Poi, con la vittoria della maledetta Lega abbiamo subìto la soppressione totale della rassegna Cresta, quindici giorni di Arte offerta a titolo gratuito, serate di Workshop, liuteria, teatro, danza e concerti. Negli anni '90 e i primi 2000 trovavi almeno dieci locali che facevano suonare formazioni, del posto e non, con un afflusso di gente che a raccontarlo ora probabilmente nessuno ci crederebbe, avevamo molta partecipazione e affluenza anche per le band esordienti. Ora è tosta, però non tutto è perso. Noi Temple organizziamo l'Hell's Drivers Fest, abbiamo dato vita a sette edizioni, cercando di dare lo spazio che abbiamo potuto. Da poco è nato il Cane, un piccolo locale sotto i Green Fog Studio e, al momento, in città rappresenta la salvezza. Come band di Genova, mi permetto di segnalarvi gli Isaak, Cambrian, Naat, Carcharadon, Kurt Russel, Injection, Losers Parade, Burn The Ocean, UT, Bells Of Ramone, Fabio Cuomo, Demetra Sine Die, She Said What, S.A.A.M., Showdown. Un'altra delle rassegne in città che per attitudine è simile al festival che organizziamo noi è La Tibia Night, organizzata da Andrea Gelsomino, batterista dei Naat; Stefano Giacomazzi, invece, è un giovane bassista genovese che ha suonato anche con noi lo scorso anno, è solito organizzare diversi eventi targati Abnormal Wave. Disorder Drama è un'altra realtà, se non la più longeva da un sacco di anni, e dà vita a concerti di alto livello. La speranza è quella di riappropriarsi anche di serate come Genova Urla e la Notte Green Fog. Si può dire che ci diamo da fare in più persone, molte volte si organizza per far prendere bene gli amici e il fermento non manca, mentre cominciano a mancare gli spazi dove sfogare questo fermento. Mi sento anche di spingere il The Giant's Lab di Jessica Rassi: se è vero che Jessica è una nostra vecchia amica, è anche vero che con il suo lavoro con la serigrafia sta facendo bei numeri, oltre che migliorare di poster in poster. Se le band volessero realizzare un lavoro in edizione limitata, Elena Lazar da un paio di anni, per passione e non solo, sta creando dei buoni lavori con la carta, ad esempio è opera sua "Scattered Days" di Dandy Brown. Da un anno e mezzo nel centro storico ha aperto Flamingo Records, un nuovo negozio di dischi che funge anche da etichetta discografica, continuando con modus operandi completamente diverso il cammino intrapreso dal Taxi Driver Records Store.

Torniamo ai Temple Of Deimos. Quali sono i progetti a breve termine della band? Ci sarà l'occasione di vedervi suonare dal vivo durante l'estate?

Al momento siamo completamente immersi nella scrittura del nuovo album. Mi manca un sacco il palco e anche ai ragazzi, ma a volte per andare più veloci bisogna schiacciare il piede sul freno. Quando ti programmi un calendario di concerti, se vuoi farli bene, devi provare le scalette. Quando proviamo per i live simuliamo sempre il concerto, alla fine siamo stanchi e in questo momento faticheremmo a lavorare su cose nuove. Questa scelta di mettere in stand-by la nostra attività dal vivo è stata indotta anche dal fatto che noi per primi vogliamo pubblicare un nuovo lavoro: senza un nuovo disco tutti giù dal palco.

Credo che per il momento possa bastare. Siamo, dunque, giunti alle battute finali, ti lascio la parola per un saluto o un messaggio da condividere con i nostri lettori.

Un grazie da parte di tutta la band ad Aristocrazia per il supporto che ci state dando in questi anni e grazie a tutti i lettori che si interesseranno e non si interesseranno a questa intervista. Seguiteci sul canale Youtube e sul nostro Facebook.

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